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C’è quello che è venuto perché ha ereditato il Bulli di suo cugino, quello che passa tutti i suoi week end alla ricerca dei ricambi originali, quello che durante il raduno continua a lucidare le frecce, quello che non sa cosa sono i Bulli ma è venuto solo per il concerto degli Who, quello che ci ha messo 40 ore ma lo rifarebbe anche il giorno dopo.
In 5000 sono arrivati ad Hannover, il sei ottobre, per i sessant’anni del Bulli, come i tedeschi chiamano affettuosamente il pulmino più freak del pianeta, icona della beat generation, simbolo delle vacanze on the road, quattroruote di tutti i surfisti unplugged che si rispettino. Eh già, perché il Bulli (dalla contrazione delle parole tedesche Bus Lieferwagen, bus-furgoncino) non passa di moda. È fatto cosi: da scuolabus ad ambulanza, da camionicino dei pompieri a camper iperattrezzato, distributore di gelati, perfino carro funebre. Insomma, cinque generazioni l’hanno smontato, riadattato, arredato per farlo diventare un oggetto di culto, un motus symbol che ha attraversato indenne il dopoguerra tedesco, la beat generation, il punk anni ‘70, la yuppie generation e l’avvento del nuovo millennio. Con due certezze: la trazione posteriore e l’affidabilità della meccanica.
Al raduno, oltre all’armata di 3500 pulmini, 5000 bulliti di tutto il mondo (perfino da Taiwan e dall’Australia sono arrivati) hanno scambiato opinioni e ricambi, partecipato alla premiazione del pulmino più bello, del più vecchio, del più originale, del più divertente. E per bambini, un laboratorio open air per costruire bulli di cartone ha divertito il popolo dei fauvisti. La serata si è conclusa con un concerto degli Who: mentre Pete Townshend mitragliava il pubblico con la sua Fender Stratocaster, Roger Daltrey ipnotizzava la platea cantando too much, magic bus.
- Lunedì 8 Ottobre 2007

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