Agnello e cous cous: la nuova Pasqua italiana

E chi lo avrebbe mai detto 20 anni fa, quando sulla tavola pasquale imperavano capretti e cassate? Ebbene sì: il pollo scalza l’agnello e il cous cous fa fuori il contorno di erbe di campo tipiche della nostra festa primaverile. Per non parlare della soia, regina dei condimenti a scapito dell’olio d’oliva.
Oggi le tradizioni culinarie sono sempre più incalzate da quelle dei due milioni e mezzo di immigrati che vivono nel nostro Paese. Soprattutto a Pasqua, quando le differenze religiose vanno stemperate a tavola per evitare conflitti familiari. Sono 600 mila, infatti, secondo l’Istat, le coppie miste sposate in Italia. E triplicatesi negli ultimi 10 anni. “Nelle grandi occasioni di incontri familiari, come la Pasqua o il Natale, si confrontano due o tre generazioni” spiega l’avvocato Alessandro Simeone, autore di Le nuove regole per conviventi. “Quando la giovane coppia è mista, va da sé che è più facile trovare una piattaforma comune di conversazione parlando di cous cous piuttosto che di Allah”. Insomma, è a tavola che cadono anche le barriere ideologiche. Ed è a tavola che l’Italia multirazziale si rispecchia e si incontra. La tendenza è stata dimostrata da una ricerca dal canale satellitare Alice, La televisione della casa e della cucina, sui mix multietnici a tavola. Ecco i più frequenti, sotto Pasqua: resiste l’agnello ma il contorno di patatine a forno è sostituito dallo speziato cous cous arabo o dai peperoncini verdi messicani. L’insalata fresca viene condita con la soia giapponese invece che con l’aceto. La tipica colomba pasquale è intinta nel bourbon americano.
E gli chef di tendenza, cosa ne pensano? Tra i 50 interpellati da Casa Alice, il 63 per cento si dice tradizionalista convinto, il 21 amante del melting pot e il 16 innovatore totale (qui, un assaggio dei tre diversi menu). Come Roberto Okabe, uno dei sushi man (giapponese) più famosi al mondo: in omaggio alla moglie brasiliana ha creato a Milano Finger’s, un ristorante nippo – brasiliano. Re dei tradizionalisti è il napoletano Alfonso Iaccarino, chef del Don Alfonso 1980 a Sant’Agata sui due Golfi (Na): “Fare una Pasqua senza il capretto, senza la pastiera e senza il casatiello, per noi che siamo napoletani, è inammissibile”.

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