Cipriani, la fama vien mangiando. E l’Harry’s bar diventa azienda

Arrigo Cipriani proprietario dell'Harry's Bar
Gli affari migliori si fanno a tavola: davanti a un buon piatto, tutto sembra più facile. Capi di stato, re e regine, uomini d’affari e uomini di cultura non rispondono mai di no a quell’invito che, una volta accettato, fa assaporare la vita da un altro punto di vista: più ludico e più godereccio, più trasgressivo o più confidenziale. Tra il bravo ristoratore e il commensale più attento può nascere un rapporto di intima complicità che va ben oltre menu e carte dei vini, per insinuarsi nelle pieghe della vita, sfociare nei labirinti dell’intelletto, arrivare alle passioni del cuore. È anche su questo “capitale” umano, vario e variegato, che Arrigo Cipriani ha investito per far grande in tutto il mondo il mitico Harry’s Bar. Dopo aver ampliato l’impresa fondata nel 1931 a Venezia dal padre Giuseppe, negli ultimi quarant’anni ha esportato il marchio di famiglia a New York e a Buenos Aires, dove ha trasferito l’atmosefra leggendaria che da sempre aleggia nell’originario locale di piazza San Marco: lì si sono alternati, e si alternano tuttoggi, personaggi noti e meno noti, sempre fonte inesauribile, tra una portata e l’altra, di fatti di vita vissuta, di pensieri in libertà, di scambi culturali.
La copertina del libro di Arrigo Cipriani, proprietario dell'Harris Bar
Il successo per essere tale deve fare i conti con i numeri, certo, ma forse seguendo il Cipriani insegnamento, raccolto nel libro Harry’s Bar. L’impresa, la ristorazione, la salute, per i tipi di Spirali ci si può convincere che il capitale economico non debba essere per forza l’unico a dare la spinta iniziale. Il suggerimento alle nuove generazioni che si vogliono avvicinare all’imprenditoria, e non solo della ristorazione, è quello di investire proprio nel capitale intellettual-culturale, valorizzando tutto ciò che, anche la situazione apparentemente più banale, può invece trasmettere. In fondo ai Cipriani padre e figlio è capitato proprio questo: la loro piccola impresa familiare da bar di scrittori e artisti a Venezia si è trasformata in un marchio mondiale dell’ospitalità made in Italy, anche attraverso la “monetizzazione” dell’aria che si respirava. Una grande impresa, in tutti i sensi.

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