Archivio per autore: » claudia astarita

Chi beve whisky per diletto è ancora convinto che le bottiglie migliori vengano distillate in Scozia, ma chi lo fa per passione da qualche anno ha iniziato a rifornirsi in Giappone. Nel 2008, infatti, all’interno del World Whisky Awards di Glasgow, il Nikka Yoichi (20 anni) si è aggiudicato il premio di migliore whisky al malto, e Suntory Hibiki (30 anni) quello di miglior blended.
I due liquori vengono distillati a Yoichi, una deliziosa cittadina giapponese sull’isola di Hokkaido, quella più a nord del Paese.
Suntory e Nikka sono le due case di produzione più famose del Sol Levante. Orgogliose del risultato ottenuto nel 2008, quest’anno i due gruppi orientali hanno partecipato alla competizione internazionale più agguerrite che mai, convinte di essere in grado di riconfermare l’apprezzabilità delle rispettive bevande.
Dal momento che in patria la popolarità del whisky è calata in pochi anni del 75%, rimpiazzata dal vino e dal shochu, un altro liquore giapponese particolarmente forte, per sopravvivere le distillerie giapponesi devono “cercare di vendere all’estero un prodotto autentico e allo stesso tempo diverso da quello a cui gli stranieri sono abituati”, commenta un responsabile del gruppo Suntory. E in effetti dopo i primi riconoscimenti internazionali le vendite di whisky giapponese si sono moltiplicate, tanto da spingere i dirigenti dell’azienda ad immaginare di poter sfidare con un Hibiki di 12 anni il mercato di blended classici come Jhonny Walker e Chivas Regal.
Quest’anno, però, solo il Taketsuru (21 anni) di Nikka ha trionfato ai World Whisky Awards nella categoria dei whisky blended. Ai giapponesi, quindi, toccherà rimboccarsi di nuovo le maniche: Suntory ha perso nella sua categoria contro il rivale orientale, ma anche Nikka, nelle competizione tra i whisky al malto, si è trovata costretta a cedere lo scettro allo scozzese Highland Park (21 anni).
L’arcipelago della Hawaii si può esplorare in mille modi: noleggiano un’automobile, utilizzando i mezzi pubblici, in autostop, in bicicletta, o infine affidandosi ai tour operator locali, pronti a soddisfare anche i desideri di chi vuole provare brividi a cinque stelle.Al posto del grazioso PT Cruiser o degli onnipresenti pick-up, è possibile noleggiare una limousine (naturalmente con autista, bianca o nera, ma rigorosamente lucida) per spostarsi da un punto all’altro dell’isola. Va detto che se tra i negozi all’ultima moda del lungomare di Waikiki Beach o su quello più trendy di Lahaina, a Maui, le limousines si integrano perfettamente nell’atmosfera del luogo, nell’Isola Grande (nota anche come isola di Hawaii), molto più hippy e selvaggia, un’automobile rappresentativa come la limousine fa tutto un altro effetto. Ma non preoccupatevi: chi vuole davvero strafare può permetterselo anche a Waikiki o a Lahaina. I tour operator locali, infatti, mettono a disposizione dei turisti una vettura senza dubbio insolita, per lo meno per gli italiani: l’Hammer limousine.
Per raggiungere i crateri dei vulcani, le spiagge più nascoste o le isole più piccole dell’arcipelago, però, la limousine può diventare scomoda. Niente paura: il servizio a cinque stelle continua in elicottero. Con pochissime centinaia di dollari è possibile noleggiare un piccolo elicottero, con o senza pilota, privato o in condivisione, e fermarsi ad ammirare il tramondo nei pressi del cratere di un vulcano, volare vicino a sorgenti e cascate mozzafiato, atterrare nelle spiagge più remote, spesso accessibili, via terra, solo dopo ore di trekking, o infine limitarsi al classico tour dell’isola.
Attenzione però: tra limousine ed elicotteri si corre il rischio di dimenticare la fauna marittima hawaiiana, cui vale la pena dedicare ben più di un giorno. Detto fatto: da tutte le isole parte ogni giorno il sottomarino Atlantis, che accompagna i turisti in una gita sui fondali del pacifico ricoperti da distese di coralli e popolati da variopinti pesci tropicali, delfini, tartarughe e balene: l’impressione di nuotare in mezzo a loro é garantita.
Dal momento che i contratti di lavoro cinesi non prevedono giorni di ferie se non in occasione delle festività nazionali, a Shanghai, tra una classe media sempre più viziata dagli agi della vita moderna, si sta diffondendo una nuova abitudine, ideale per far sentire in vacanza chi, purtroppo, non ci può andare. Si tratta di “pacchetti 24 ore”, promossi dagli alberghi più lussuosi della capitale finanziaria della Cina, grazie ai quali si riesce a staccare la spina, anche per una sola notte, per lasciarsi coccolare in oasi che riecreano le atmosfere e i comfort da favola delle mete di villeggiatura più gettonate.
Shanghai è talmente grande che anche per un check-in di una notte la scelta è tutt’altro che limitata. Il Park Hyatt, ad esempio, è ospitato dal World Financial Center di Pudong. Interni sofisticati, dettagli tecnologici, bagni robotizzati, pavimenti riscaldati, una piscina infinita all’87esimo piano e un ristorante al 91esimo, aiutano gli ospiti a sentirsi lontanissimi dalla città. Una seconda opzione è il St. Regis, che assieme alla stanza assegna anche un maggiordomo personale. Può fare shopping con i clienti, o persino fingersi la loro guardia del corpo. Altra caratteristica del St. Regis è quella di fornire qualunque quotidiano richiesto (anche quelli normalmente sottoposti a censura). L’Hyatt sul Bund, infine, oltre ad offrire una vista mozzafiato sugli edifici storici del Bund e sui grattacieli di Pudong da finestre che vanno dal pavimento al soffitto, ha una piscina e una spa dai servizi indimenticabili, e una rosa di ristoranti tra cui può essere difficilissimo scegliere. Ma passare dal Vue è assolutamente necessario, e non per la vista, ma per gli arredi, studiati con la stessa cura di un’opera d’arte.
Per festeggiare il decennale del suo ingresso sul mercato cinese, la catena di caffetterie americana Starbucks ha deciso di lanciare nei suoi 13 mila bar sparsi in 49 diversi Paesi del mondo una nuova miscela di caffè, “a sud delle nuvole”, coltivata e trattata nell’omonima regione cinese dello Yunnan, al confine con il Vietnam, il Laos e il Myanmar.
Martin Coles, presidente della Starbucks Coffee International, ha annunciate che l’obiettivo della multinazionale è quello di diffondere il caffè cinese in tutto il mondo. Al momento la distribuzione è partita nelle caffetterie della Repubblica popolare, ma non appena arriverà la conferma da parte dei coltivatori dello Yunnan dell’ampliamento delle piantagioni necessario a far fronte a una domanda di chicchi di caffè globale, potrà essere deciso il lancio di “a sud delle nuvole” negli altri continenti.
Tanto interesse da parte della compagnia americana deriva dal fatto che negli ultimi tre anni esperti nominati da Starbucks sono stati mandati nello Yunnan per aiutare i coltivatori locali a individuare una buona miscela con cui insaporire il loro caffè. Questo obiettivo è stato raggiunto mescolando ai chicchi orientali quelli provenienti dall’America Latina, con una combinazione che gli statunitensi si guardano bene dal rivelare.
“Il caffè cinese diventerà presto famoso quanto il nostro tè“, afferma con orgoglio Wang Jinlong, presidente della filiale cinese di Starbucks. Per verificarlo, nelle 350 caffetterie del Paese le tazze di “a sud denne nuvole” stanno andando a ruba.
Filippine, luci di Natale decorano una chiesa a Las Pinas (Credits: Ansa)
Natale e capodanno tradizionalmente non sono feste asiatiche. Tuttavia, in entrambi i Paesi cittadini sempre più entusiasti di celebrare all’occidentale sono riusciti a dare a questi due momenti un tocco tipicamente orientale.
In Cina, cristiani e non hanno preso l’abitudine di abbellire la casa con “l’albero della luce”, che al posto di nastri e palline sfoggia lanterne, fiori (di carta) e festoni fatti a mano intrecciando stisce di carta o raso rosse. Nei pressi dell’albero, non manca mai un Babbo Natale (in cinese Dun Che Lao Ren, letteralmente vecchio signore di Natale) di pezza o di plastica, che secondo gli asiatici ha il compito di attirare la buona sorte nelle abitazioni. Per i banchetti, i cinesi tendono a preferire il ristorante, che spesso per l’occasione ricrea un’atmosfera più carnevalesca che natalizia, mettendo a disposizione di ogni tavolo stele filanti, fischietti e cappellini a cono destinati all’intrattenimento dei commensali.
A Hong Kong, nel periodo natalizio si festeggia anche il Ta Chiu, una ricorrenza di pace e rinnovamento, in occasione della quale si portano offerte alle divinità dei templi di quartiere e si leggono i nomi di tutti coloro che abitano nella stessa zona. Il custode del tempio, dopo la lettura, incolla i fogli dei nomi a un cavallo di carta per poi bruciarli, convinto che fuoco e cavallo li aiuteranno a trovare la strada del paradiso quando sarà necessario.
In realtà, nella tradizione cinese il Natale è soltanto una delle celebrazioni che precedono il capodanno cinese, che, in base al calendario lunare, cade tra gennaio e febbraio. È questa la vera festa in cui le famiglie si ritrovano per scambiarsi regali e per ricordare gli antenati bruciando incenso e candele.
Per i giapponesi, invece, il Natale è una ricorrenza per scambiarsi regali e impegnarsi in attività di beneficenza. Nonostante i cristiani del Sol Levante non superino l’1,2% della popolazione, in tutte le case non manca mai un piccolo presepe per ricordare la natività. Il Babbo Natale giapponese, invece, non è Santa Claus ma Hoteiosho, un monaco buddista vestito di rosso che viaggia con enormi borse di doni da depositare nelle case dei bambini buoni.
Infine, in attesa del primo giorno dell’anno, a dicembre i giapponesi mettono ad essiccare sui terrazzi collane di cachi sbucciati da regalare come snack di buon augurio ad amici e parenti. Il primo gennaio, infatti, è per il Giappone uno dei giorni più importanti dell’anno. Per l’occasione, le abitazioni vengono lucidate a dovere e i familiari indossano gli abiti migliori per seguire il padre in un itinerario che copre tutte le stanze. Secondo le usanze locali, il posizionamento di fagioli rossi in ogni angolo permetterebbe di scacciare tutti i diavoli dalle mura di casa e di far entrare gli spiriti della fortuna.
nocciole macadamia (Credits: Marco Cerbo)
Una volta atterrati all’aeroporto internazionale di Honolulu si inizia ad essere bombardati da messaggi pubblicitari che sostengono quanto le nocciole delle Hawaii non solo non facciano ingrassare, ma vantino addirittura effetti positivi sulla salute di chi le assaggia.
Si chiamano nocciole macadamia, e sarebbero povere di carboidrati e ricchissime (80%) di grassi monoinsaturi, vale a dire di grassi “buoni”, quelli che favosiscono la sostituzione del colesterolo LDL presente nel sangue, responsabile di infarti e ostruzioni vascolari, con colesterolo HDL, che non rappresenta nessun pericolo per l’organismo. Non solo: le nocciole macadamia sarebbero ideali anche per la prevenzione dei tumori e delle malattie cardiache in quanto contengono due importanti antiossidanti. Infine, le nocciole hawaiiane sono ricche di vitamina A, tiamina, riboflavina, niacina e ferro. Insomma, un vero e proprio toccasana per la dieta quotidiana, considerando altresì che per coltivare queste nocciole non vengono utilizzati ne’ pesticidi ne’ fungicidi.
Ne esistono varie versioni: salate, non salate –ancora più povere di sodio e grassi saturi-, al miele, al caffé, e le “meno salutari” ricoperte da cioccolato bianco o fondente. Tutte vendute in confezioni sotto vuoto, onde evitare che gli effetti positivi del procedimento di essiccazione vengano persi.
Il segreto delle nocciole macadamia, infatti, si cela proprio nella fase di preparazione. Al posto della classica tostatura, queste nocciole sono trattate con un più semplice processo di essiccazione, grazie al quale tutte le componenti in esse contenute che aiutano a combattere il colesterolo restano intatte.
Infine, le proprietà salutari delle nocciole macadamia non sono sfruttate solo per le nocciole. Gli hawaiiani, infatti, negli hanni hanno imparato a produrre l’olio macadamia, più ricco in Omega-3 persino dell’olio di oliva o di quello di cannella, oltre a dolci e biscotti, torroni e creme da spalmare inevitabilmente più calorici.
Da qualche anno, snorkelling e immersioni sono diventate attività piuttosto ricercarte dai turisti italiani. Con equipaggiamenti sofisticatissimi, molti villeggianti si divertono ad esplorare i fondali degli oceani dei cinque continenti.
Da questo punto di vista, le Hawaii offrono qualcosa in più. E non importa quanto tempo ci si possa permettere di trascorrere in questo lussureggiante arcipelago, dato che sia a O’ahu (l’isola di Honolulu) che a Maui o nell’Isola Grande esistono piccole baie in cui con la fauna marittima é possibile persino interagire. L’importante é riuscire a trovarle.
Partiamo da O’hau. Ovunque ci si fermi, basta indossare una semplice maschera e nuotare un po’ per ritrovarsi circondati da banchi di pesci multicolori, ma la concentrazione più varia si trova a Hanauma Bay. Su un fondale quasi interamente ricoperto da coralli -dove é opportuno muoversi solo con le pinne- si alternano graziosi pesci farfalle, tutti gialli con delle sottili striature azzurre, rossicci pesci angelo, quelli pappagallo, tutti blu, ad eccezione di alcune macchie verdi e violacee e gli hawaiianissimi pesci balestra, conosciuti dai locali come Humuhumunukunukuapua’a, ovvero “pesce balestra con il grugno simile a quello di maiale”.
Maui, invece, é l’isola delle tartarughe di mare. I luoghi in cui é più facile incontrarle sono Malu’aka Beach, a sud, dove, nelle belle giornate di sole, a partire da metà pomeriggio iniziano ad arrampicarsi sugli scogli, o sulle spiagge adiacenti al promontorio di Pu’u Keka’a, esattamente di fronte allo Sheraton. In mare, non è dificile intravederle addormentate seminascoste dagli scogli e dai coralli.
Infine, sull’Isola Grande vale la pena essere mattinieri e dedicarsi allo snorkelling nella minuscola baia di Napo’opo’o, vicinissima a Kealakekua, sulla costa meridionale di Kona, a ovest dell’isola. Tutte le notti, a Napo’opo’o rientrano i delfini per riposarsi della giornata passata nei fondali del Pacifico. In genere, si risvegliano tra le 7 e le 8 del mattino, per ritornare tutti insieme al largo. Ed ecco che chi riesce a svegliarsi e a nuotare nella baia di Napo’opo’o in questi stessi orari si ritroverà nella condizione tanto eccezzionale quanto incantevole di farsi spazio tra i delfini, che in gruppi da che vanno da 4 a 14 esemplari nuotano sotto i bagnanti, fischiettano intorno a loro e saltano al loro fianco. I ritardatari, invece, dovranno accontantarsi di ammirare i salti di questi deliziosi mammiferi al largo. Prima ad occhio nudo, poi necessariamente col binocolo.

Un negozio cinese di tè
La provincia del Fujian, sulla costa orientale della Repubblica popolare cinese, è molto famosa per la sua eccellente produzione di tè. Fino ad oggi, sia il clima che le caratteristiche del suolo hanno permesso ai coltivatori della zona di accumulare elevati profitti dalle vendite di tè Oolong. Ma i più fortunati sono quelli che si occupano dei cespugli di Wuyishan.
Sulle pendici della collina Wu Yi su cui sorge questa cittadina, all’altezza di una roccia chiamata Jiu Long Ke, crescono quattro cespugli, i Da Hong Pao -letteralmente abito rosso smagliante- le cui foglie di tè sono considerate le più pregiate di tutto il Paese. Questi arbusti sono talmente famosi che la maggior parte dei turisti che si reca nel Fujian non perde occasione per andare ad amminarli. A differenza di ogni altra escursione nelle piantaghioni di tè, però, a Wuyishan non è permessa la degustazione gratuita, a meno che i turisti non si accontentino di bere il tè ricavato dalle foglie degli alberi e dei cespugli circostanti, ottenuti da innesti del Da Hong Pao.
Secondo la leggenda, un imperatore della dinastia Tang (618-907 d.C.) nel corso di una visita alla collina Wu Yi assaggiò il tè di questi arbusti e, trovandolo squisito, decise, come segno di generosità, di avvolgere i cespugli con una stoffa rosso smagliante. Alternativamente, c’ è chi sostiene che il tè di Wu Yi venne inviato a un imperatore Tang per curarne una brutta malattia. Una volta guarito, l’imperatore inviò una stoffa rosso smagliante da avvolgere attorno agli arbusti da cui erano state raccolte le foglie miracolose.
Dal 1998, ogni anno 20 grammi di Da Hong Pao vengono venduti all’asta a cifre record che toccano anche i 200.000 Yuan (circa 10.000 Euro), mentre il resto della produzione viene regolarmente inviato a Pechino sotto forma di pacchetti regalo che i leader del Partito generalmente donano ai Capi di Stato e di governo che visitano il Paese. Nel 1972, ad esempio, Il Presidente americano Richard Nixon ricevette 200g di Da Hong Pao direttamente da Mao Zedong. Le foglie di tè raccolte sugli alberi creati con degli innesti, invece, possono essere liberamente vendute sul mercato. A prezzi abbordabili, naturalmente.
Il soprannome di resort del golf Maui lo merita in pieno. Temperatura mite e tempo soleggiato per dodici mesi all’anno, uniti a ventuno campi da gioco in soli 1885 chilometri quadrati di superficie permettono all’isola di accogliere gli appassionati di golf di ogni livello in ogni stagione.Tenendo presente che la maggior parte dei terreni da gioco offre una vista mozzafiato sull’oceano, sui vulcani e sulle isole circostanti, non c’è da meravigliarsi se i golfisti amanti della natura optino per ritornare a Maui ogni volta che è loro possibile.
Il campo più famoso, e anche il più antico (1925), è quello del Maui Country Club, nella zona settentrionale dell’isola, le cui nove buche sono aperte ai non soci solo il lunedì.
Altri campi molto belli sono a Wailea, sempre a nord, e a Kapalua, a sud-ovest. A Wailea si possono provare il Blue Course e il Gold Course, dove le buche sono spesso inframezzate da corsi d’acqua. A Kapalua il Bay Course permette di giocare in maniera rilassata all’ombra di pini e palme, mentre il Village Course segue un percorso di buche realizzato ai piedi delle montagne.
L’isola di Lana’i, a pochi chilometri da Maui, si può ammirare dall’Elleair Maui Golf Club, nella parte meridionale dell’isola, mentre il Makena North and South Course ripercorre le pianure leggermente ondulate della costa occidentale. Infine, dal Pukalani Golf Club, situato nel centro del’isola, si gode di una spettacolare vista sul cratere di Haleakala.
E per chi volesse provare a fare due tiri nella giungla? Niente paura: a Maui è possibile fare anche questo. Basta prendere le mazze e raggiungere in traghetto la vicina isola di Moloka’i, dove il Kaluakoi Golf Course aspetta a braccia aperte tutti i golfisti più avventurosi.
A Maui, gli appassionati di golf che si ritrovano a dover selezionare il campo per fare qualche buca non hanno che l’imbarazzo della scelta. Non solo. Spesso anche chi non ama il golf non rinuncia a una passeggiata sui campi di quest’isola del Pacifico: per apprezzarne il panorama, i colori e i profumi rimanendo immersi in un manto verde smeraldo.
<strong><a href=”http://gallery.panorama.it/gallery/maui_perla_delle_hawaii/126749_maui_perla_delle_hawaii.html”>GALLERY</a></strong>
Sarà perchè le sue origini risalgono all’India, o magari anche perchè qualunque moda in Asia si trasforma velocemente in una mania, fatto sta che lo yoga si conferma negli anni la disciplina fisica e mentale più praticata d’oriente.
Un must per tutti gli appassionati di medio livello è quello di visitare Hong Kong. Non solo in occasione della fiera annuale di Evolution, durante la quale esperti e principianti si ritrovano in città per seguire, dall’alba al tramonto, le lezioni tenute dai più famosi insegnanti del mondo, che sfruttano l’appuntamento asiatico per diffondere i propri insegnamenti in tutta la regione. A Hong Kong, infatti, si trova anche la palestra di yoga più rinomata del continente, Pure, che arrotonda gli introiti del proprio business anche grazie a una serie di negozi sparsi nei centri commerciali più lussuosi della metropoli da cui detta legge per quel che riguarda l’abbigliamento per lo yoga.
Dando un’occhiata ai siti dedicati agli appassionati, è incredibile il numero di iniziative e raduni organizzati ogni mese. E se ad agosto, tradizionalmente periodo di vacanza in tutto il mondo, se ne contano undici, tra Singapore, Giappone, Portogallo, Germania e Sud Africa, la frequenza dei seminari non cala neppure a settembre. Cambiano solo le destinazioni, cui si aggiungono un ritiro in Nepal, un workshop in Australia e un soggiorno persino sui colli in Toscana.
Gli eventi più gettonati sono quelli in cui compaiono grandi maestri come David Swenson, Max Strom, Sharath Rangaswamy, Ana Forrest, John Friend, Dharma Mittra e Carlos Pomeda, con cui migliaia di adepti desiderano approfondire la propria consapevolezza della storia, della disciplina e della filosofia dello yoga.
Naturalmente, a questi eventi intervengono anche anche altri operatori del settore, con l’obiettivo di promuovere nuove linee di abbigliamento tecnico specializzato, creme idratanti specifiche per lo yoga, colonne sonore con cui accompagnare gli esercizi, letture stimolanti e pacchetti vacanza come quello quello di “The Yoga Barn”, che pubblicizza vacanze rigeneranti sull’isola di Bali, tutte a base di meditazione.
Nei raduni yoga, anche il ruolo degli chef è importante: per ogni evento viene studiato un apposito menù macrobiotico, ma le specialità più ricorrenti sono camomilla organica, pane alla banana, muffin all’albicocca, e isalate a base di zucca o di lenticchie insaporite dal cumino e dal coriandolo.
Tatjana Bartoli, appassionata di yoga italiana che vive a Manila, nelle Filippine, spiega a Panorama.it che questi raduni sono interessanti non solo per seguire corsi tenuti dai docenti più famosi del momento, ma anche per incontrare nuovi amici di tutte le nazionalità, dato che lo yoga permette di comunicare anche quando le differenze linguistiche sembrano insuperabili.
Infine, alla domanda su se workshop e conferenze non stiano diventando troppo commerciali Tatjana risponde con un sorriso: i simpatizzanti che si ritrovano in ogni parte del mondo solo per divertimento sono numerosi, ma ciò non toglie in ogni occasione gli insegnanti siano comunque disponibili a rispondere alle domande e ai dubbi di chi, invece, lo yoga lo vive in maniera più seria.