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Gli italiani amano Londra, tanto che siamo fra i più assidui fruitori di weekend low cost nella capitale britannica. Low cost: anche il nostro parlare è infarcito di espressioni inglesi. Del resto gli inglesi hanno colonizzato mezzo mondo nei secoli precedenti, imponendo la loro cultura e diffondendo il loro mito. E ora, nonostante si siano ritirati sulla loro isoletta, continuano a dettare legge e affascinare. Anglomania! Un fenomeno contagioso e per la maggior parte dei casi positivo, e assolutamente non ristretto all’Italia.
“Questo fervore anglomane toccò il suo apice agli albori degli anni Cinquanta con i primi viaggi a Londra, e soprattutto con i ritorni da Londra; nell’arrivo al caffè o al circolo con la cravatta del Clark College o delle Coldstream Guards, con le brogues del tale calzolaio o con quei pantaloni speciali comprati da Harrods, nel raccontare le meraviglie viste nelle vetrine di Londra, i soli musei a cui quei giovani fossero seriamente interessati”.
Questo racconta nel suo libro Milord - Avventure dell’anglomania italiana, Edgardo Bartoli, corrispondente da Londra per il Corriere della Sera e La Repubblica. Ironico e appassionato, Sir Edgardo cela in malo modo la sua passione tutta british. “L’anglomania non è invidia, è imitazione. - spiega lui - E non di tre o cinque cose, di una sola: lo stile, che a sua volta è fatto di mille cose”.
“L’anglomania - conclude l’autore - forse è una moda, probabilmente al tramonto. E al tempo stesso il sintomo di un complesso d’inferiorità e non di un malessere come molti credono”. E la protagonista indiscussa di questa moda è Londra, la città più viva del mondo, capace di spodestare New York.

“Meno le persone sanno come sono fatte le salsicce e le leggi e meglio dormono la notte”, disse Otto von Bismarck, e da questa saggia sentenza parte Carlo Cambi per raccontare l’Italia attraverso ristoranti e trattorie famosi per la loro cucina e non per il loro nome. Mangiare bene e non alla moda, e così, dietro ad ogni sosta e ad ogni portata, vengono raccontate tante storie di paesi, cuochi e avventori, che il giornalista autore (tra gli enogastronomi più autorevoli d’Italia) raccoglie in una guida dal titolo Il Gambero Rozzo - Guida alle osterie e trattorie d’Italia. Sottotitolo: “Più che una questione d’etichetta è una questione di forchetta”, parola di buongustaio, a cui non importa nulla del nome del locale e della cittadina: quello che fa la differenza è che cosa si mangia!
Tra le tante guide insolite che vi possono capitare fra le mani in libreria, questa, appena uscita per Newton Compton Editori, unisce al dilettevole (una storia da leggere alla scoperta dell’Italia che tutti ci invidiano) all’utile (dove fermarsi a mangiare e cosa ordinare). Le guide in realtà sono due perchè, oltre a quella dedicata ai luoghi c’è quella dedicata alle ricette: una sorta di compendio della cucina italiana, con oltre mille piatti dall’ovvio titolo: Le ricette e i vini del Gambero Rozzo. Se la guida è di piacevole lettura, ma di difficile utilizzo dato che ordina i ristoranti per comune, il ricettario, al contrario, ha l’andamento ordinato di un pantagruelico pranzo. E le ricette sono descritte in modo tanto rigoroso quanto appetitoso e trasmettono a pieno l’autentico piacere italiano della tavola.

Il count down è iniziato, manca un mese al grande giorno e i preparativi fervono da nord a sud e da est a ovest del mondo. Ma a Londra il Natale inizia dieci settimane prima del fatidico 25 dicembre, quando si accendono le luci su Regent Street, i commessi di Starbucks indossano la loro maglia rossa e le vetrine si riempiono di addobbi e idee regalo. Ovunque lustrini e pacchetti: Londra è un’esplosione di luci e colori, Christmas Carroll e Christmas Cake. A New York tagliano sulle luci natalizie; a Londra non si bada a spese. Se i quartieri più famosi e gettonati dai turisti sono e restano Oxford Street, Regent Street e Covent Garden con i loro grandi magazzini, c’è tutta una Londra di vecchie glorie e nuove tendenze del mercato natalizio che non ci si può perdere. La confusione del centro è stravolgente, e l’unica cosa che vale la pena fare è una capatina da Hamleys: 5 piani di giocattoli ed elfi (o meglio commessi costretti in ridicole tutine a saltare e cantare) per entrare nello spirito giusto.
Camden Town e Portobello Road sono e restano sempre affascinanti, ma per vivere la Londra del periodo (quella più gettonata e d’alta classe) bisogna partire da King’s Road nel cuore di Chelsea: una passeggiata tra piccole e grande botteghe per acquistare le cose più inutili e sfiziose. E poi su attraverso la Montenapoleone britannica, ossia Sloane Street, da Prada a Gucci, da Fendi a Bottega Veneta qui ci sono tutti, italiani in prima fila. E chi non è sul viale ha il suo piccolo grande stand nei dei due imperdibili, impareggiabili colossi, Harvey Nichols e Harrods.
Harrods: fuori un gruppetto di amici dei visoni protesta ogni giorno perché dentro vendono pellicce, ma lo scintillio del più famoso e colossale megastore dell’isola toglie il fiato. Qui si può trovare di tutto: pensate una cosa e… Qui c’è. E molto di più, oltre l’immaginabile! Al piano terra ci sono trucchi parrucchi e cibarie varie, intere sale dedicate a dolci, gelati, caramelle, e poi carni, pesci, formaggi. Poi su, un piano dopo l’altro: vestiti, uomo, donna, bambino pure per i cani; e anche i cani, i gatti e diversi altri tipi di animali. Oggetti per la casa, mobili, quadri, pietre preziose e minerali, gioielli e accessori. Addobbi natalizi e televisori di ultima generazione. Cd, libri e poi ristoranti, bar e ancora scarpe e borse. E gente famosa. Se si riesce e non concentrarsi solo sugli oggetti, si possono riconoscere facce note del jet set internazionale, da Sienna Miller a Cavalli con figlio.
Una volta entrati si perde la cognizione di tempo e spazio, le sale a tema e le faraoniche scale confondono e intrappolano in un labirinto di tentazioni per lo shopping. E una volta stanchi si può arrancare fino alla zona poltrone e provarle. Ci sono anche quelle elettriche (poltrone, non sedie) capaci di fare straordinari massaggi. C’è anche uno speciale aggeggio che fa i massaggi ai piedi: un toccasana che permette di ripartire verso sale inesplorate. Da Harrods entrano ogni giorno 35 mila persone, che vengono assistite da circa 4 mila addetti, che diventano 4 mila e 5 cento nel periodo natalizio e il doppio per i saldi.
C’è anche Babbo Natale, ma non è in vendita. Mister Mohammed Al Fayed (padre del più tristemente famoso Dodi) l’ha messo nel suo Christmas Grotto per ricevere i bambini che hanno iniziato a prenotarsi ad agosto…
![[i]© 1956 The Richard Avdeon Foundation[/i]</p> <p>[color=red][b]The Golden Age of couture Paris and London 1947-1957[/b][/color]<br /> Londra, Victoria and Albert Museum<br /> Dal 22 settembre al 6 gennaio 2008<br /> [url=http://www.vam.ac.uk/vastatic/microsites/1486_couture/][b]Il sito ufficiale[/b][/url]<br />](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-novembre/golden-age/normal_goldenage01.jpg)
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Londra va pazza per il termine “Epoca d’Oro”: Golden Age era il regno di Elisabetta, Golden Age era la moda degli anni 1947-1957, Golden Age può essere considerata a buon diritto l’offerta culturale della city inglese oggi. 1947-1957 è l’epoca scelta dal Victoria and Albert Museum per una esposizione alla moda come nessun altra. Il museo in questione è il più grande di Londra e nei 6 piani del suo enorme edificio raccoglie 3000 anni di storia e un intero pianeta; da est a ovest, da nord a sud, dal passato al presente, dall’architettura alla fotografia, dalla scultura alla moda. Il Victoria and Albert Museum possiede infatti la più grande e fashion esposizione permanente dedicata ai vestiti. Di “The Golden Age of Couture - Paris and London 1947-1957″ parla Eleri Lynn, una delle curatrici, che ricorda: “l’idea della mostra nasce dal volere omaggiare Christian Dior, la cui prima collezione New Look compie quest’anno 60 anni”. Ma la moda può essere considerata una forma d’arte? “Certo, a volte. Prendiamo Cristobal Balenciaga, uno degli stilisti citati dalla mostra attraverso alcuni modelli, di lui Cecil Beaton diceva che era come uno scultore che lavora il marmo. Balenciaga lavorava le sue idee e le plsmava rendendo fisico e materiale l’astratto”. All’interno di una serie di sale scure sono esposte oltre 100 macchie di colore: abiti e poi fotografie, copertine, e ancora accessori e gioielli. Sono opere di Dior, Balenciaga, Givenchy, Chanel, Balmain, Fath, Schiaparelli; e poi dei londinesi puri Hardy Amies, Worth, Digby Morton, Norman Hartnell e John Cavanagh. “Il 95% dell’esposizione è di proprietà del Victoria and Albert Museum stesso. Abbiamo ricevuto alcuni prestiti dal Fashion Museum di Bath per quanto riguarda gli abiti e dall’archivio Britannico e dal French Gaumont Pathe archives per i video”. Non solo abiti per ricreare l’atmosfera di un tempo, “sono state scelte musiche e video che posso trasportare davvero il pubblico in un altro mondo, e sono indispensabili per mostrare chi e come indossava questi capolavori”.
Lo stilista-artista principale è Christian Dior: “1947 è l’anno della sua prima collezione, 1957 è l’anno della sua morte: Dior trasformò la moda nell’industria che conosciamo oggi”. E qual è il più importante stilista della nostra epoca? “Lo dirà il tempo, proprio a questo proposito è interessante notare come così tanti designer d’oggi facciano riferimento agli anni Cinquanta“. Ma la moda non è cambiata da allora? “Certo, dalla fine degli anni Cinquanta prese il sopravvento il facile da indossare, in una costante ricerca di un stile giovanile, quasi da teenagers”. Ma quanto sono importanti le modelle per i vestiti? “Modelle e make-up sono indispensabili e la nostra ricostruzione è assolutamente fedele per consegnare tutto un mondo alle future generazioni”.
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Il tè è la bevanda più bevuta al mondo dopo l’acqua, e nei suoi 5000 anni di storia ha visto combattere addirittura guerre per conquistarne piantagioni e difenderne il mercato, eppure a Shangay il suo consumo è in continuo calo, come a Londra, dove il caffè di Starbucks e di Caffè Nero la fa ormai da padrone.
Decisamente controcorrente l’Italia, patria delle torrefazioni di pregiati caffè, dove è il tè a tornare di moda. Che il tè freddo sia una delle bevande più consumate nel periodo estivo è cosa nota, ma la nuova tendenza vede protagonista il tè come bevanda calda, intesa come scelta di varietà e cerimonia di infusione.
Tè verde, tè bianco, tè nero, tè aromatizzato, foglie di tè unite a erbe diverse, dopo il succeso di yoga, meditazione e numerose altre pratiche orientali, il tè piace perché assimilato all’idea di lentezza e serenità. In Italia sempre più persone (uomini e donne) riscoprono la cerimonia del tè come pratica in cui il tempo assume una profonda importanza: il vero teatime. E sull’onda di questa nuova tendenza nascono corsi (per diventare tea taster o sommelier) ed eventi. Come il prossimo ExpoTè, in programma all’interno della fiera Benè, dal 16 al 19 novembre a Vicenza. Conferenze e degustazioni insegneranno a distinguere i diversi infusi, a conoscere storia e tradizioni, e anche a comprendere le diverse pratiche di cerimonia del tè, grazie all’intervento di maestri giapponesi e cinesi.
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In questi giorni d’autunno, i produttori di vino di tutta Italia sono alle prese con la vendemmia e con l’attesa uscita della guida del Gambero Rosso (il prossimo 28 ottobre), che dopo le tre forchette dà ora anche i tre bicchieri.
L’eterna sfida tra Toscana e Piemonte è ancora combattutissima: Barbaresco e Barolo hanno avuto un’ottima annata e così anche il Moscato di Saracco. E la guerra si combatte a colpi di calice, ma anche di re-style. Ne è una prova la cantina di Saracco, a Castiglione Tinella (Cuneo), che è stata ristrutturata nel 2004. A quel tempo tutte le fasi di lavorazione, stoccaggio e spedizione avvenivano nella vecchia cascina di famiglia, un edificio a corte posto su un versante di langa, ed all’interno di un capannone degli anni Ottanta. Lo spazio però non era più sufficiente; l’azienda di Saracco produce infatti circa 400 mila bottiglie l’anno, di cui esporta il 30% all’estero, soprattutto negli Stati Uniti. “Lavorare al restyling di una cantina è un’occasione di lavoro favolosa, ma al tempo stesso delicata”, spiegano Enrico Boffa e Andrea Delpiano, i due giovani architetti che si sono occupati del progetto, “una cantina è infatti uno spazio complesso e articolato, con aspetti professionali specifici e molto delicati; e poi bisogna considerare l’impatto sul paesaggio agricolo”.
Il mercato cresce e aumentano le esigenze di spazi di lavoro e di “rappresentanza”, così i viticoltori - anche di piccole industrie, che però fanno parte di circuiti internazionali - si rivolgono all’esperto. Cantine spettacolari sono state firmate da vari esponenti dello starsystem dell’architettura, come Renzo Piano, Calatrava e Rafael Moneo. E l’eccezionalità è diventata una nuova tendenza, che la Regione Piemonte stimola e sostiene, avendo compreso l’importanza di una valorizzazione coordinata dei suoi prodotti e dei suoi luoghi, forse già in vista di Torino 2008, quando la città sarà capitale mondiale del design. In Piemonte, soprattutto nella zona delle langhe, si possono fare veri e propri tour enogastronomici alla scoperta di sapori e luoghi. Mentre la cantina di Saracco apre solo agli operatori, altri produttori come Cascina Adelaide, Cantina dell’Annunziata e Atelier Ceretto si sono evoluti (anche architettonicamente) per accogliere appassionati e curiosi. L’attenzione al gusto e alla scelta dei prodotti enogastronomici è una moda che piace sempre di più agli italiani e agli stranieri, che ne hanno fatto oggetto di vacanza. E anche di stile di vita.

Il 14 ottobre prossimo, nel piccolo comune di Cuceglio (Torino), verranno consegnati i primi riconoscimenti italiani per il progetto Green Home a strutture abitative pensate e costruite in modo ecosostenibile. Dopo le bandiere blu a spiagge e approdi, arrivano le bandiere verdi alle case. A consegnarle e a promuovere quello che, per ora, è solo un progetto pilota (ma che presto diverrà un vero e proprio programma) è la Fee Italia, distaccamento nazionale della Fee International, la Fondazione per l’Educazione all’Ambiente, nata in Danimarca nel 1987, e divenuta negli anni un’organizzazione non governativa presente in 51 nazioni. L’idea che sta alla base dei vari progetti è quella di educare i cittadini di ogni età e provenienza a pensare (e conseguentemente tutelare) l’ambiente che li circonda, a partire dalla casa dove vivono.
I criteri di sviluppo di una Green Home riguardano la gestione energetica (elettricità e riscaldamento), di acqua e rifiuti, e l’utilizzo di materiali ecosostenibili. Ciò non limita il progetto alle case in fase di costruzione, ma può essere applicato a edifici già esistenti, in contesto urbano o extraurbano, attraverso piani di ristrutturazione. Il programma è vasto e prevede l’utilizzo di impianti fotovoltaici, eolici (dove possibile), e solari termici; ma anche l’utilizzo di elettrodomestici e illuminazione a basso consumo; il controllo della dispersione energetica; l’isolamento termico per infissi, pareti, tetti, tubature; e poi il monitoraggio sugli impianti idrici, per arrivare ai detersivi ecologici, raccolta e riutilizzo delle acque piovane e differenziazione dei rifiuti. Insomma un’attenzione a tutti gli aspetti della vita familiare.
Niente di nuovo per molti Paesi d’Europa, sempre attenti alle tematiche legate all’ambiente. Paesi in cui i cittadini crescono con una forte educazione civica, dalla quale poi traggono ovviamente dei vantaggi: tutelano l’ambiente, migliorano la qualità della vita, ricevono certificazioni e soprattutto risparmiano economicamente e aumentano il valore aggiunto dell’immobile. Dopo le bandiere e i bollini blu, ecco una delle prossime sfide per tutelare il mondo in cui viviamo.

Inghilterra patria del fish & chips? Un mito da sfatare: non solo nella cosmopolita capitale si può mangiare bene, ma anche nel resto della Gran Bretagna è cresciuta l’attenzione alla buona cucina. E così Manchester - dal 5 al 15 ottobre - aspetta oltre 10 mila visitatori per il Manchester Food and Drink Festival, uno tra i più importanti eventi culinari d’Europa.
Dell’evento ci parla la direttrice Siobhan Hanley: “tutto è nato da un’idea di Phil Jones (co-direttore dell’evento, ndr): il festival è un modo per celebrare l’eccellenza di piatti e bevande a Manchester e sfatare lo stereotipo del cibo inglese scadente“. Tanti ristoranti, piccole caffetterie, musei e gallerie e numerose aree all’aperto ospiteranno eventi e assaggi destinati a un pubblico decisamente variegato: giovani professionisti, famiglie e anziani. Non è una semplice casualità che il Food and Drink Festival abbia sede a Manchester, dato che la città è una fra le più effervescenti realtà inglesi.
Il Festival compie 10 anni, come si è evoluto e quali sono le novità di questa edizione?
Il Festival è cresciuto tanto da diventare il più grande e importante fra gli appuntamenti di questo genere. Quest’anno tutti i dieci distretti di Manchester saranno coinvolti in una serie di eventi, mentre nel centro della città, ad Albert Square, saranno allestiti tre enormi padiglioni dedicati al Sapore, al Cibo e all’Educazione culinaria.
La cucina inglese non gode di una buona fama, come ad esempio quella italiana o quella francese, perchè?
La cucina non ha fatto parte tradizionalmente della nostra cultura come in quella di altri paesi, forse dipende dal tempo atmosferico… ma le cose stanno cambiando. Qui la gente è di mentalità molto aperta riguardo al cibo e la grande varietà di ristoranti lo dimostra.
Esiste anche una tradizione culinaria inglese?
Certo. Ci sono molti tipi di cucina, di cui andiamo orgogliosi: il pudding inglese è fantastico, come le torte, l’arrosto e molti altri piatti. Provare cucine tipiche di altri paesi è un modo per conoscerne le tradizioni e il festival intende celebrare così la diversità delle culture.
Attraverso il cibo, per questo ci saranno piatti dalla Malesia, dalla Cina, dalla Thailandia e poi dall’India, dalla Giamaica e dal Giappone. Il ricchissimo festival inaugurerà proprio con una giornata dedicata ai sapori d’Italia: olio, olive, caffè, cannoli siciliani e formaggi, e ovviamente ottimo vino. Cucina mediterranea come simbolo del mangiar bene per vivere bene, il festival non dimentica infatti gli aspetti più salutistici della cucina, che non è solo un abbandono alla golosità.
Tutto corre veloce. Frenetici arranchiamo in un mondo in cui ora è già tardi, tanto che avere tempo diventa un bene raro e prezioso. In una società sempre di fretta, c’è però qualcuno che si ferma. E s’interroga su come riappropriarsi del proprio ritmo seguendo le orme di antiche filosofie orientali (ma forse anche di una nuova moda hollywodiana).
Yoga, buddismo, reiky utilizzano tecniche di meditazione diverse ma con un fine comune, ossia dare un significato alla propria vita.
Una di queste nuove pratiche è il diksha; letteralmente significa trasferimento di energia, ed è una sorta di attivazione neuro biologica che porta all’illuminazione. Nel diksha la meditazione è attivata da un maestro. Molti sorridono immaginando queste riunioni in cui dalle dieci alle cinquanta persone si ritrovano in una sala in silenziosa attesa che il diksha giver imponga su di loro le mani. Anche molti maestri di meditazione sono dubbiosi: dopo anni di esercizi si sono visti arrivare una nuova tecnica con la quale il benessere viene dato e non raggiunto. “Però alcuni di questi scettici che provano per gioco, poi tornano ad altri incontri” racconta Amid, un diksha giver, che per anni ha praticato la meditazione sperimentando diverse forme. “Molti provano per curiosità” dice Amid “e scoppiano a ridere, invasi da una forte sensazione di gioia e benessere, altri hanno grandi aspettative e non provano nulla. Il maestro non è altro che un tramite di energia per attivare i diversi chakra”.
Quindi non si tratta di pranoterapeuti, ma di uomini normali che stanno seguendo un particolare percorso di formazione che presuppone anche un periodo di studio in India. Tre erano i maestri che hanno importato la pratica dall’India cinque anni fa, ora sono circa trecento. Il fenomeno è in rapida crescita, frutto di un sempre più crescente bisogno di aiuto nel ritrovare valori spesso dimenticati: fa riflettere, anzi meditare!
![Recio significa forte, resistente, aggressivo. È una linea di accessori creati dal giovanissimo artista messicano Juan Pablo Chipe utilizzando oggetti e materiali di riciclo.<br /> [url=http://www.fashionrecycled.com/]www.fashionrecycled.com[/url]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_recio_1.jpg)
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Recio significa forte, resistente, aggressivo. È una linea di accessori creati dal giovanissimo artista messicano Juan Pablo Chipe utilizzando oggetti e materiali di riciclo. Cartone, plastica, carta e alluminio rinascono a un nuovo uso, nella forma di chiccose borsette plastificate dotate, come chiusura, di un classico tappo di bottiglia che s’avvita. L’idea è semplice, decisamente economica e piace: queste borse, di ogni colore e dimensione, a Tijuana e a Los Angeles vanno a ruba. In Europa le si può trovare a Bruxelles e a Madrid.

La capitale spagnola (nella foto), dietro alla shopping area globalizzata su cui si impongono Zara e Mango, nasconde negozi dove si possono trovare pezzi rari da tutto il mondo, soprattutto per quanto riguarda gli accessori. Uno dei più famosi è Budo, uno spazio davvero multidisciplinare perché vende libri, gadgets, accessori (tra cui Recio, il Fashion Recycled) e vestiti che vengono disegnati e realizzati nel retrobottega. In pezzi unici, ovviamente. Abiti, camicie, cappelli e mantelli nascono dall’inventiva di giovani stilisti-designers spagnoli, che giocano a stupire nei loro laboratori artistici, dove scattare foto è vietato. La zona, quella intorno a Plaza Mayor, è ben nota ai madrileni, ma decisamente meno alle migliaia di turisti che ogni giorno visitano la città.
Per anni abbiamo lottato per non dover portare più le uniformi, poi ci siamo risvegliati in un’epoca di omologazione inconscia, in cui frotte di ragazzine e ragazzini si ritrovano vestiti e pettinati nello stesso identico modo - altrimenti sono out; ed ecco finalmente che qualcuno sente di nuovo l’esigenza di dire chi è attraverso ciò che indossa. Gli spagnoli si dimostrano avanti anche sul versante moda. Non hanno Valentino, Armani o Cavalli, ma possono contare su un cuore pulsante di giovani alla ricerca della propria originalità con buon gusto e un costo decisamente più abbordabile.
![Recio significa forte, resistente, aggressivo. È una linea di accessori creati dal giovanissimo artista messicano Juan Pablo Chipe utilizzando oggetti e materiali di riciclo.<br /> [url=http://www.fashionrecycled.com/]www.fashionrecycled.com[/url]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_recio_8.jpg)