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La limousine di Obama: lusso, sicurezza e anche un missile

La limousine di Barack Obama

A vederla da fuori è una splendida limousine, di quelle che solo un presidente degli Stati Uniti potrebbe permettersi. Ma la superlimousine di Barack Obama , usata anche nel corso dell’ultimo vertice delle Americhe recentemente conclusosi a Trinidad e Tobago, fa del lusso una sorta di specchietto delle allodole. Perché al di là dell’esclusività delle proporzioni e degli interni la sua anima è molto più aggressiva di quello che esteriormente si veda. Una vera e propria macchina da guerra che le è valsa indistintamente il soprannome tra gli addetti ai lavori di “bestia” e “felino” . Nera nella carrozzeria in acciaio, alluminio e titanio, dai vetri oscurati, la limousine del presidente sembra uscita da un racconto di fantascienza. E’ infatti blindata, a prova di proiettili ma anche di attacchi chimici con in dotazione perfino un piccolo missile in caso di situazioni estreme. Questo stando a quanto è stato comunicato, il che fa supporre, dicono gli esperti di intelligence, che la limousine presidenziale sia dotata di chissà quante altre diavolerie che per motivi di sicurezza chiaramente non possono essere rivelate. Tra le altre informazioni che sono state rese note, invece, quella sul serbatoio di benzina, protetto a qualsiasi tipo di esplosione e sulle ruote i cui pneumatici sono ricoperti di un’armatura d’acciaio e di una protezione antiproiettile. Questa supertecnologica limousine è anche in grado di sparare gas lacrimogeni e ha una telecamera da usare solo per potenziare la visuale notturna. E’ costantemente in contatto con l’unità medica della Casa Bianca ma per le prime emergenze gode di una certa autonomia. Possiede, infatti, tank di ossigeno e sacche contenenti sangue dello stesso tipo di Obama per trasfusioni in caso di incidenti. Insomma, di fronte a tanto ingegno tecnologico e attenzione alla sicurezza ci si chiede solo se il Presidente trovi anche il tempo di rilassarsi durante i suoi spostamenti.

Affittasi gatto, scoppia in Giappone la moda dei cat café.

gatto-nero
In Giappone è l’ultima moda. Si chiamano cat café, ovvero bar lounges in cui si possono affittare gatti veri ad ore. Lo scopo è quello di permettere a chi non ha tempo di cure quotidiane di poter provare comunque la gioia di un animale domestico. Da coccolare ma anche con cui giocare seppure con l’orologio sottomano.
Nella capitale Tokio la trovata sembra riscuotere molto successo e stranamente gli animalisti stavolta tacciono. Del resto in una delle metropoli più affollate al mondo con più di 12 milioni di abitanti questo sembra essere stato  un buon compresso tra un amore ideale verso gli animali e i conti che bisogna fare con una città che costringe i suoi stessi abitanti dentro spazi minuscoli. Il meccanismo è semplice. Si entra nel bar come in un qualsiasi locale, si paga una consumazione e oltre alla bibita arriva anche un gatto con cui si può giocare per il tempo che si decide. E’ chiaro, il caffè è più caro che altrove ma il piacere di condividere il relax con un animale non ha prezzo. Tra i caffé che stanno sperimentando l’iniziativa uno dei più famosi è il Ja La La Café nel quartiere di Akihabara che proprone ben 12 gatti diversi per fare gli onori di casa. I clienti possono accarezzarli o semplicemente scattare qualche foto con loro. In media il cliente tipico è rappresentato da individui di sesso maschile, single, per lo più timidi nel socializzare. Gli animali del resto, sostengono gli psicologi giapponesi, sono uno strumento bellissimo per imparare ad interagire in una dimensione meno disumanizzata di quella che normalmente Tokio offre. Insomma, una tazza di caffè lì può davvero cambiare la vita anche se solo per qualche ora.

Professione “missologo”: quando la miss è baby

vince Dayana

Negli Stati Uniti baby miss si diventa. Ore e ore di studio per imparare a mettersi in posa e a sfilare, il sorriso sempre sulla bocca quando magari si avrebbe solo voglia di giocare a bambole. Giù perchè le reginette bambine hanno un’età, come regolamento prevede, che va dagli appena due anni fino ai sei, massimo otto a seconda degli stati e del tipo di competizioni. Dietro una minisfilata, è dunque, facile immaginare tutto un mondo a volte difficile da mandare giù in cui genitori ansiogeni o in cerca di celebrità si mescolano a tutti i costi agli addetti ai lavori, in cerca di facce nuove e possibilmente nuovi talenti come racconta con ironia splendida e pungente Little Miss Sunshine, il film uscito nel 2006 per la regia di Jonathan Dayton e Valerie Faris.
E che il mercato sia in espansione, in attesa di un vero e proprio boom anche da noi nel vecchio continente, lo dimostra adesso anche l’America latina dove è addirittura nata una figura insolita e curiosa, quella del missologo. Evandro Hazzy, 39 anni, argentino, in pochi anni è diventato un punto di riferimento del settore. Dalla numerosa lista di sue “ex-allieve” si contano ben cinque miss Brasile di cui una candidata a Miss Universo. Ma Evandro è diventato celebre anche per essere stato uno pionieri tra i talent scout di bambine. Una sua creatura è la minimiss che ha appena vinto il concorso di bambina più bella del mondo, la brasiliana Natália Stangherlin. 5 anni, già con le mèches ai capelli la piccola Natália ha sbaragliato le altre centinaia di partecipanti. 20 giorni prima della sfilata si è sottoposta ad un training intensivo di Dazzy di ben 80 ore. Nella formazione intensiva la piccola Lolita ha imparato come gestire il suo sguardo e il sorriso. Per il missologo resta, comunque, fondamentale il coinvolgimento delle mamme delle miss. Sorridendo alle bambine durante la sfilata infatti pare facciano fare loro miracoli in passerella.
Certo, dietro tutto questo resta ancora il fantasma della baby reginetta Usa JonBenet Ramsey uccisa nel 1998 da qualcuno che ad oggi rimane ancora sconosciuto. Prima di morire la bambina prodigio, come era stata ribattezzata dai media americani, aveva partecipato ad una lunga lista di competizioni destinate esclusivamente a bambine di età compresa tra i 2 e i 6 anni, e aveva da poco conquistato il titolo di piccola Miss Colorado. La sua morte resta ancora la faccia oscura del mondo delle baby miss.

Ecotariani, ovvero il cibo che non nuoce al pianeta

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Altro che vegetariani. La moda del momento è essere ecotarians. Che in Italiano può essere tradotto più o meno con la curiosa parola “ecotariani”. Il termine, però, è meno sciocco di quanto possa sembrare. E’ stato infatti coniato nel 2005 nientedimeno che da un’équipe di ricercatori dell’Università di Oxford ed indica tutti quegli individui che si nutrono esclusivamente di cibi sostenibili, cibi ed è questa la particolarità, prodotti cioè in modo esclusivamente ecologico con una particolare attenzione alle fonti energetiche. Della serie il pianeta è quello che mangiamo, il motto degli ecotariani è mangiare senza danneggiare l’ambiente. Il che declinato nella spesa quotidiana vuol dire acquistare ingredienti prevalentemente organici, possibilmente prodotti non lontano da casa e non mangiare carne. Niente a che vedere però con la macrobiotica. Quello che conta per gli ecotariani è infatti capire la storia che c’è dietro ogni sognolo ingrediente e quanta parte di inquinamento essa produce nel processo di produzione. Un esempio? Prendiamo il pomodoro. Se viene da lontano, magari addirittura da un altro paese significa che è stato trasportato, che cioè per farlo arrivare sulla nostra tavola il camion che lo ha portato ha emesso non poca CO2 nell’atmosfera. Se poi il pomodoro non è neanche biologico cioè stato trattato con pesticidi all’inquinamento risultante dal trasporto si somma l’inquinamento della terra in cui è stato coltivato e dei corsi d’acqua adiacenti. In Italia la moda sta per esplodere come sostengono motli negozi di prodotti organici sparsi per il paese. Quello che ancora manca però è la presenza di esempi forti, come quello dell’australiana Cristy Clark. Il suo blog è diventato la bibbia degli ecotariani di tutto il mondo. Per le cose che dice ma soprattutto per la passione che vi mette. Il cibo insomma resta pur sempre uno dei più grandi piaceri dell’uomo.

Dalla Moss d’oro ai teschi di Hirst: forme di lusso a Statuephilia

Dalla Moss d'oro ai teschi di Hirst: forme di lusso a Statuephilia
(Credits: Ansa)Il pezzo più ambito dai visitatori è lei. Ovvero i 50 kg d’oro che compongono la statua raffigurante la tanto celebre quanto discussa top britannica Kate Moss così rappresentata dall’artista Marc Quinn. Ma Statuephilia , la mostra che il British Museum dedica alle sculture più innovative del mondo promette sorprese a 360 gradi. Oltre alla scultura ispirata all’ex fidanzata di Pete Doherty e passata già alle cronache ancor prima dell’inaugurazione per essere la statua d’oro più grande dai tempi di Tutankamon e dell’Antico Egitto sono tante le opere in esposizione fino al 25 gennaio 2009. E firmate dagli artisti più quotati ed eccentrici del momento, da Damien Hirst ad Antony Gormley passando per Ron Mueck. Filo rosso dell’intera mostra il rapporto tra storia e scultura, riletto dagli occhi originalissimi degli artisti invitati. Fa già parlare di sè oltre all’opera che ritrae la modella britannica anche la provocazione di Hirst realizzata per l’ Enlightenment Gallery del museo con 200 teschi, creati ad hoc per fortuna e non reali, e tutti dipinti a mano mentre Antony Gormley con il suo Angel I vuole evocare dimensioni e forme di antiche civiltà come quella babilonese e egiziana. Giganteschi, colorati, ironici nelle forme, i capolavori di Statuephilia raccontano in fondo che l’arte resta ancora un grande sogno in cui artista e visitatore possono giocare insieme attraverso forme nuove e imprevedibili. Soddisfatta a questo punto dovrebbe essere anche la Moss. Che oltre alla scultura in oro massiccio vanta un portfolio artistico più unico che raro. Ritratta da Lucien Freud nel 2002, musa ispiratrice nel 2003 di 17 tra fotografi e artisti la top sembra adesso definitivamente catapultata nel mondo dell’arte. Oltre alla statua d’oro esposta al British Museum è di questi giorni la notizia che un suo autoritratto è stato venduto all’asta per l’equivalente di più di 40 mila euro. Una curiosità: la Moss ha firmato il suo quadro con l’impronta di un bacio.
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Fantasie, scritte e Swarovski. Il vecchio cerotto diventa fashion

Fantasie, scritte e Swarovski. Il vecchio cerotto diventa fashion
In principio era il cerotto. Anche se è una storia tutta recente visto che il primo fu brevettato nel 1920 negli Stati Uniti da un dipendente della Johnson & Johnson, tale Earle Dickinson che non ne poteva più di vedere la moglie Josephine tagliarsi o bruciarsi in cucina e disperarsi con fazzoletti di fortuna per sedare dolore e ferite. 88 anni dopo non solo i cerotti continuano ad invadere gli scaffali delle farmacie di tutto il mondo ma si sono trasformati anche in oggetti di moda, colorati, con fantasie sgargianti, opere d’arte in miniatura. Sicuramente eccentrici, inevitabilmente curiosi sono finiti nelle pagine giornali di tutto il mondo perfino sull’accreditatissimo New York Times. E se a Dickinson si deve l’invenzione stessa del prodotto a chi va il merito di aver portato il band-aid, come è conosciuto oltreoceano, fin sulle passerelle di moda? Non uno ma un coro sembra essere la risposta. Dal Brasile alla Germania passando per New York il risveglio del cerotto è stato universale. Il brasiliano Alexandre Herchovitch li ha adattati ai tessuti delle sue collezioni. Si indossa l’abito e si sceglie anche il cerotto perchè anche i dettagli più invisibili non stonino con l’insieme, almeno secondo la sua filosofia. Che ha fatto proseliti se si pensa che 120 scatole da lui firmate con le fantasie più eccentriche, dai fiori ai quadretti, sono andate letteralmente a ruba in una catena di negozi di New York e Los Angeles in meno di una settimana per la non modica cifra di 10 dollari a scatola. Lo statunitense Marc Jacobs, invece, è andato oltre e alle fantasie colorate ha aggiunto vere e proprie strisce da fumetto. Le scritte? Ouch, che in inglese significa ahi! E Boo! Boo! Inutile dire che Jacobs ha fatto il sold out e chi oggi vuole portarsi a casa un esemplare di questi deve accontentarsi delle aste di eBay. Lusso invece senza mezzi termini per i cerotti firmati dal designer tedesco Fabian Seibert. Sono tutti realizzati in cristalli Swarovski e per annoverarli nel proprio pronto soccorso o li si compra via Internet o ci si reca a Parigi, alle Galeries Lafayettes. Con una luce del genere addosso ogni ferita diventa solo un brutto ricordo.

In un dizionario lo snobismo dalla A alla Zeta

Frankie Morello

Un pò dandy, un pò chic, lo snob torna di moda e lo fa in grande stile. Le edizioni La Lepre pubblicano in Italia quella che ad oggi è considerata la Bibbia del genere, il Dizionario dello Snobismo di Philippe Jullian. Dato alle stampe in Francia per la prima volta nel 1958 è un evergreen, un volume da tenere sul comodino e consultare come un oracolo. Perchè passano le stagioni ma il vero snob rimane identico a se stesso e si riconosce sempre dal parvenu o nuovo ricco che ostenta ma non è. E anche dal Dandy. Visto che sarebbe come paragonare una beghina qualunque a Santa Teresa perchè lo snob è privo di quell’intuizione estetica in cui il dandy invece quasi affoga. Lo snob, come suggerisce la parola e Jullian stesso, è “sine nobilitate”, senza nobiltà, intesa forse in tutte le sue accezioni, di nascita e d’animo. Senza infamia e senza lode, dunque, in perenne fuga dallo standard comune alla ricerca possibilmente dell’esclusivo. E se oggi il vero snob non viaggia mai con più di un bagaglio, frequenta un corso per massaggi al bebè, porta il maialino al guinzaglio per Milano e coltiva l’orto in casa per avere sempre un pò di verdura organica a portata di mano Jullian riconosce agli italiani un grande valore. “Gli italiani sono forse snob?” si chiede. Per poi rispondersi “Sì e nel modo più sfarzoso, senza meschineria, senza occultarlo e senza cupidigia” E fa l’esempio di una Ferrari in un piccolo centro di provincia al cui passaggio tutti si girano presi dall’ammirazione. Oggi come allora gli italiani sono rimasti fedeli a loro stessi, almeno nello snobismo. Jullian questo l’aveva già capito 50 anni fa.

Rimini diventa la Dubai d’occidente

Rimini diventa la Dubai d'occidente
Federico Fellini avrebbe avuto di che sorridere. La sua Rimini sembra, infatti, essere destinata adesso a nuove iconografie. Messo da parte l’onirico e casareccio fascino dei suoi personaggi come la celebre Gradisca e delle ambientazioni dei suoi film, ben due chilometri di costa della cittadina balneare a lui tanto cara si trasformeranno in una Dubai d’Occidente. A firmarla saranno studi di architettura tra i più importanti al mondo, come quelli di Jean Nouvel e Julien de Smedt. E’ stato indetto, infatti, un bando di gara per la riqualificazione dell’intera area e la parola d’ordine sarà lusso estremo. Come Dubai, meglio di Dubai. Foster + Partners hanno immaginato per Rimini aree verdi e un albergo che vuole essere un vero e proprio omaggio al regista di Amarcord. Le sue forme sono, infatti, ondulate come erano le protagoniste dei film di Fellini e al suo interno ci sarà spazio anche per un museo a lui dedicato. Ma la grande novità è l’avveniristica passerella che si snoderà come un lungo molo pieno zeppo di boutiques e show room.
Il francese Jean Nouvel prevede, invece, per Rimini una serie di edifici alternati a dune, immerse completamente nel verde. E verde è anche il leitmotiv del progetto dell’architetto belga Julien de Smedt che ha ideato una serie di collinette artificiali in cui dentro si potrà fare shopping tranquillamente con tanto di vista panoramica. Ma la vera chicca sembra essere il lussuosissimo hotel previsto in zona. Inutile dire che è a forma di onda. Perchè a Rimini, comunque, la parte del leone continua a farla sempre l’Adriatico.

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Donnavventura, quando il lusso dell’avventura fa rima con natura estrema

l'avventura fa rima con natura estrema
Un lusso chiamato avventura. Per 6 giovani italiane, età media 23 anni, il sogno è diventato realtà e l’avventura, loro, potranno averla come compagna di viaggio fino a metà novembre. Tanto dura, infatti, l’esperienza di Donnavventura, giunta quest’anno alla sua ventesima edizione. Molto più di un programma televisivo, che andrà in onda su Rete4, piuttosto una interessantissima scuola di vita in mezzo alle incognite della natura più estrema. Quest’anno il lungo giro a bordo di 3 attrezzatissimi pick up è partito da San Paolo in Brasile. Ma la gigantesca città verdeoro è stata in realtà la prima ed ultima tappa di tipo metropolitano. Alle ragazze di Donnavventura si aprono, infatti, adesso le porte dell’Amazzonia, del Venezuela, di Panama, della Jamaica, del Costa Rica e dell’Honduras. Una delle ragazze selezionate Sherley Falcone, nata nell’isola di Antigua da padre italiano, racconta a Panorama.it “Ancora non riesco a credere di essere qui ma voglio dare solo il meglio di me stessa”. Dello stesso parere anche la sua collega Barbara Chiodini che aggiunge “l’unica paura? Quella di non sapere cosa ci troveremo davanti”. La caratteristica principale di Donnavventura, infatti, è quella di non avere un itinerario rigido e organizzato in anticipo ma di essere un costante work in progress. A seconda delle circostanze verranno così scelti gli itinerari considerati più interessanti. “Donnavventura non è né una gara né un reality ma è’ un’esperienza che capita una sola volta nella vita. Una vera e indimenticabile esperienza di vita” ci tiene a dire l’ideatore di Donnavventura Maurizio Rossi. Natura estrema, animali selvaggi, foreste piene di insidie. Questo attende le 6 fortunate scelte tra 50 mila candidate. Il vero lusso, insomma, sarà quello di partecipare. Guarda la GALLERY

I gioielli che hanno cambiato il volto di Pechino

Il Centro Acquatico Nazionale, detto il Cubo d'acqua
Mentre i riflettori sono tutti puntati sulla Cina per i Giochi olimpici, vale la pena dare un’occhiata ai monumentali gioielli di architettura creati apposta per l’occasione, a Pechino e dintorni. Il Paese del Dragone del resto ha investito qualcosa come 40 miliardi di dollari per impressionare il mondo. Sarà difficile rimanere delusi.
Basta passeggiare per Pechino, infatti, per capire come progettazioni avveniriste hanno completamente cambiato la fisionomia della città.
Il pezzo forte resta il nuovo Stadio Nazionale, diventato il biglietto da visita di queste Olimpiadi 2008. Visto da lontano sembra una complessa matassa geometrica di linee. Al suo interno ospiterà le cerimonie di apertura e chiusura, tutte le competizioni di atletica e la finale di calcio maschile. Costo complessivo, 500 milioni di dollari.
Altrettanto spettacolare soprattutto di sera con il gioco di luci che riesce a produrre al suo esterno, è il Cubo d’acqua come è stato ribattezzato, cioè il Centro Acquatico Nazionale. Ricoperto di ben 3000 gigantesche bolle di plastica il centro è stato costruito per ospitare le competizioni di nuoto e quelle di nuoto sincronizzato. La notte si trasforma in uno spettacolo di luci con 16 milioni di tonalità diverse. Un gioco, insomma, supertecnologico. Altra meraviglia delle meraviglie è il cosiddetto Cubo d’oro, cioè l’arena di basket Wukesong. Progettato dall’architetto statunitense Davida Manica, lo stesso che ha realizzato in America l’Houston Rockets, il Wukesong è rivestito di leghe di alluminio in grado di riflettere l’80% dei raggi del sole, da cui il particolare colore dorato. Infine, non passerà inosservata neanche la Corona di cristallo, cioè uno dei quattro stadi di calcio costruiti fuori Pechino, cioè lo Stadio Olimpico di Shenyang. La sua capacità è di 60 mila spettatori. Il suo vanto invece, il tetto: ben 2000 metri quadrati di materiali trasparenti a forma di petali.
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