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Allenarsi al golf, su un prato di erba vera, sul ponte di poppa di una nave da crociera. Una vera esclusiva per gli ospiti della Celebrity Solstice, che dal 15 maggio al 20 novembre partirà da Civitavecchia per crociere di dieci o undici giorni nel Mediterraneo. Meta le più belle baie e isole in Italia, Grecia e Turchia, con una sosta a Istanbul. Dal 18 agosto al 23 ottobre, la Solstice sarà affiancata dalla gemella Equinox, che svolgerà crociere di 13/ 14 giorni nelle stesse aree, più una notte ad Alessandria d’Egitto. Si tratta delle ammiraglie della Celebrity Cruises, una delle compagnie della Royal Caribbean: navi da 2.850 passeggeri, destinate a chi cerca eleganza, cura dei dettagli e servizio superlativo. I 2 mila metri quadrati di prato verde, pari a 8,2 campi da tennis, sono un vero e proprio country club galleggiante, The Lawn Club. Per il presidente di Celebrity Cruises, Dan Hanrahan, un esempio di come «vogliamo celebrare e viziare i nostri ospiti con eleganza».
Sulla Solstice ci sono anche dieci ristoranti. Alcuni sono stati progettati da Adam Tihany, il designer del Le Cirque di New York. Dalla sua matita nascono il Grand Epernay, un salone a due piani intitolato alla capitale dello champagne che, oltre a una selezione delle migliori bollicine francesi, offre i migliori vini del mondo in una torre di vetro, e il Tuscan Grille, dove i vini californiani della Napa Valley incontrano la cucina italiana. Naturalmente non mancano night club, casinò e bar per ogni gusto, un centro fitness e 19 negozi sparsi su tre ponti. E per le passeggere anche un diamante esclusivo, con un taglio a 86 faccette, in vendita solo nella lussuosa Boutique C. (D.I.)
di Fiammetta Fadda
Bel colpo Antonio Ricci. Puntando sulle ansie di telespettatori già preoccupati della salubrità del cibo, Striscia la notizia ha presentato chef eminenti come ciarlatani. Si parla di Ferran Adrià, il creatore della cucina molecolare, e Massimo Bottura, il più avanguardista tra i cuochi italiani: sono veramente delle subspecie di avvelenatori di alto profilo, dediti all’uso di «additivi chimici» nei loro piatti? La polemica incalza proprio mentre a Londra il primo risultava per la quarta volta consecutiva in testa ai 50 world top chef della classifica di Restaurant Magazine e il secondo passava con un balzo nelle prime posizioni. «Come» si è indignata la gente «nei santuari dell’alta gastronomia, dove ci aspettiamo di trovare gli ingredienti più puri e preziosi, ci propinano sostanze non diverse da quelle che troviamo al supermercato, dove ci industriamo a limitare il danno con una lettura attenta delle etichette?».
Polemiche e reazioni fra gli addetti ai lavori, centinaia di blog e forum, disinformazione, danni. «Alcuni clienti hanno disdetto la prenotazione, altri sono venuti da soli: le mogli avevano paura che le avvelenassi» commenta amaro Bottura, considerato portabandiera dell’eccellenza emiliana dai consorzi locali.
Additivi incriminati, la lecitina di soia (nota per combattere il colesterolo) e l’agar agar, una gelatina vegetale venduta nei negozi di alimentazione naturale.
L’unico che non batte ciglio è Adrià, che giudica il tutto come strumentalizzazioni del nuovo capitolo della diatriba fra tradizionalisti e innovatori, venuta a movimentare uno scenario affamato di novità, visto che l’ultimo scandalo, quello della nouvelle cuisine, è vecchio di cinquant’anni, e i piatti rivoluzionari di Gualtiero Marchesi oggi sembrano classici. Lui, Ferran, ha passato ben altro l’anno scorso quando Santi Santamaria, caposcuola degli chef spagnoli tradizionalisti, ha apertamente condannato l’impiego di tecniche e prodotti di origine chimico-industriale nell’alta cucina d’avanguardia. Risultato: 800 cuochi hanno sottoscritto un manifesto in difesa della revolución gastronomica; José Luis Zapatero è intervenuto dichiarando Adrià il più grande cuoco che la Spagna abbia mai avuto, Santamaria è stato sconfessato da alcune ricette in cui usava proprio gli ingredienti (peraltro innocui) che aveva condannato.
Certo, definizioni come cucina molecolare, tecnoemozionale, destrutturata suonano inquietanti. Un gelato che sorge a meno 196 gradi dai fumi dell’azoto liquido, gli spaghetti di lecitina di soia, l’aria di pomodoro, la sferificazione di olio d’oliva sembrano un gioco di prestigio. Ma è credibile che i fisici e i chimici eminenti, come Hervé This del College de France e Davide Cassi dell’Università di Parma, e gli scienziati che per le industrie studiano tecniche «dolci», cioè rispettose dell’integrità dei cibi, e collaborano con i cuochi, mettano nelle loro mani ingredienti e metodologie pericolosi? La direttiva europea, una delle più severe del mondo, specifica che: «Per additivo alimentare si intende qualsiasi sostanza normalmente non consumata come alimento in quanto tale». Il sale che si mette nell’acqua degli spaghetti e lo zucchero che dolcifica il caffè sono additivi.
«Dal punto di vista scientifico non ci sono additivi chimici contrapposti ad additivi naturali, anche se questo pregiudizio viene spesso sfruttato dal marketing» ha precisato Dario Bressanini, chimico che scrive su Le Scienze, edizione italiana di Scientific American. «Quando comperate un dado “biologico” senza glutammato aggiunto, state comprando un dado con del glutammato (codice E621, dove E sta per Europa e 621 è il numero della sezione specifica) che nell’etichetta viene nascosto da un più tranquillizzante estratto di lievito naturale; glutammato che, da almeno un secolo, è di uso quotidiano nella cucina giapponese e si ritrova in massima concentrazione nel parmigiano reggiano».
Naturalmente eccedere in quantità, come in tutto, può fare male (mai provata la terribile indigestione d’acqua?).
«Ferran Adrià mettendo a disposizione le sue scoperte ci ha liberato dal monopolio del primato francese» dice Carlo Cracco. «Oggi tutti possono usare questi supporti tecnologici e chimici non per copiare, ma per esprimere la propria visione». Difatti Ettore Bocchia, paladino della cucina molecolare al Mistral di Villa Serbelloni a Bellagio, si dissocia: «Io ho sviluppato un mio metodo che prescinde dai prodotti che Adrià ha messo a punto con l’industria. Mi baso soprattutto sulle cotture d’avanguardia, come la frittura con lo zucchero».
Non sono mancati cuochetti invidiosi, leggi Rocco Iannone del ristorante Pappacarbone di Cava de’ Tirreni, e cuoconi importanti, leggi Gianfranco Vissani, che si sono affrettati a intervenire a margine dichiarando tutte quelle diavolerie forse nocive e di sicuro inferiori alla cucina che fanno loro. A proposito, allora come la mettiamo con lo zucchero che in natura così non esiste?
Ultimo della serie Enrico Derflinger, cuoco da esportazione, oggi chef dell’Officina di Enrico a Tokyo, che trova molto più facile raccogliere plausi e introiti all’estero dove non serve fare ricerca perché un piatto di spaghetti al pomodoro susciti esclamazioni incantate.
Persino il torinese Giorgio Grigliatti, opinionista e gourmet di lungo corso, si rammarica: «Abbiamo perso un’occasione formidabile per fare sistema. Una categoria che non si autodifende si dimostra irresponsabile. Ognuno ha diritto di fare la cucina in cui crede, ma gettare fango su quelli che non lavorano come lui danneggia tutti».
Per noi può essere l’occasione per rispolverare i testi scolastici di chimica e fisica e non farci spingere al panico da chi sparge un po’ di disinformazione. D’altra parte è chiaro che senza qualche innocuo aiutino chimico il panorama dell’arte gastronomica apparirebbe piuttosto sguarnito: per dire, niente aspic (gelatina), niente gelati (carragenina), niente meringhe (cremor di tartaro)…
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di Antonella Matarrese da Seoul
A Seoul, nella Corea del Sud, in questi giorni tutte le donne sono ben truccate ed elegantemente pettinate: tra qualche giorno, il 2 maggio per la precisione, si celebrerà il compleanno del Buddha e nessuno può essere impreparato. Il tempio Jogye Sa il più grande e frequentato della citta (Seoul conta 24 milioni di abitanti) è carico di alzate di frutta votive. E non c’è via del centro che non sia addobbata da lanterne colorate raffiguranti il Buddha bambino, o a forma di fiore di loto bianco per i morti, rosa per le giovani spose, fucsia per la fecondità. Non così distante dal tempio, nella piazza accanto al Gyeonghui Palace, uno dei cinque storici palazzi più importanti di Seoul, c’è quasi lo stesso fermento, la stessa frenesia di preparativi ma in un’atmosfera diversa, meno spirituale e piu cosmopolita. È qui che questa sera del 23 aprile è stato inaugurato Transformer Prada, l’avveniristico padiglione rotante in ferro e membrana cocoon (quella che serviva per coprire gli aerei da guerra americani dopo l’uso), firmato dall’architetto olandese Rem Koolhaas. Fortemente voluto da Miuccia Prada, Transformer è uno spazio neutro polifunzionale che grazie a due gigantescha gru potrà essere girato, piu o meno ogni due mesi, su uno dei suoi quattro lati differenti, una croce, un rettangolo, un cerchio e un esagono. Perché ogni lato, quindi ogni forma, ha una funzione diversa a seconda che ospiterà mostre d’arte, rassegne cinematografiche oppure sfilate di giovani designer. Per l’inaugurazione si comincia con la base esagonale che accoglie l`allestimento Waist Down alla sua quinta edizione (la prima è stata nell’epicentro Prada di Tokyo) che mette in mostra 60 gonne Prada, presentate e intese come veri oggetti da collezione.
“Da tempo mi frullava nella mente di portare la nostra Fondazione in altri paesi, magari a Tokyo. Ma non si riusciva a trovare lo spazio giusto. Ho discusso molto con Rem Koolhaas. A dire il vero è da tre anni che ci pensiamo. A me era piaciuto il padiglione che l’architetto aveva allestito per la Serpentine gallery di Londra, ma al contrario lui non era convinto. Poi ci siamo concentrati sulla Corea perche è un Paese in grande fermento, libero, chiunque puo venirci senza visto. E anche a Rem piaceva Seoul, una citta meno scontata” cosi spiega Miuccia Prada piu loquace del solito e felice che il progetto sia piaciuto anche a Patrizio Bertelli.
“Per fortuna è entusiasta. Le cose fioriscono se a lui piacciono altrimenti è un tormento per tutti” ironizza. Intanto mentre ogni cosa è pronta per ricevere il Ministro della cultura Mr Inchon Yoo, il sindaco di Seoul Jingu Ra, I vari direttori di LG Electronics, di Hyundai Motor e l`ambasciatore d`Italia Massimo Andrea Leggeri, varie voci si rincorrono. Sul costo dell’operazione definita: “Un salasso ma molto meno di Luna Rossa”; su un probabile acquirente: “Un local affascinato dall’aspetto effimero e motorio dell’architettura” e sul futuro sito di Trasformer.
“Mi piacerebbe portarlo in una piazza di Roma, perché a Milano sarebbe difficile trovare grandi spazi e poi qui dobbiamo andare avanti con la nuova Fondazione, anche in vista di Expo. Inoltre credo che Milano non abbia l’internazionalità della capitale, è piu vicina a Monaco di Baviera che a Parigi, ma non lo dico in termini dispregiativi” esterna Bertelli. Manca pochissimo all’inizio della cerimonia, l’architetto Koolhaas, da gran perfezionista, ha gia fatto modifiche impercettibili eppure sostanziali all’allestimento, scambiando la sequenza di alcune gonne. Anche questa pignoleria olandese piace a Miuccia Prada che teorizzando sui rapporti tra arte e moda tiene a precisare: “La moda nonè arte, anzi per essere nobilitata non ha bisogno di essere ritenuta una forma d`arte. È una importante forma di espressivita che ti aiuta , grazie all`universalita del suo linguaggio, a leggere la velocita del nostro tempo. Solo in Italia questo in molti non lo hanno ancora capito e pensano che la moda sia una piacevole frivolezza. Noi comunque andiamo avanti e cerchiamo di guardare sempre un po’ piu in là”.
E per andare oltre, Miuccia anticipa che farà una mostra con l’artista cinese Chao Fei, gia presente in italia alla scorsa Biennale, che a quanto pare costruirà una finta fabbrica Prada in Cina. Quindi la finzione nel Paese dei falsi come forma d’arte? “Si, è un’azione artistica ironica e intelligente perché trovo che la nuova arte non sia piu legata alle produzione di cose ma di azioni che creano evento”.
E anche in questo Miuccia è avanti, in continuo “Transformer”.

Archivio Slow Food/Egidio Nicora
Il Mediterraneo sarà il protagonista assoluto della tre giorni genovese di Slow Fish 2009, dal 17 al 20 aprile alla Fiera di Genova. La manifestazione internazionale a cadenza biennale dedicata al mondo ittico e alle sue problematiche, giunta alla quarta edizione propone convegni, incontri, laboratori e degustazioni si parla di produzione ittica sostenibile e consumo responsabile relativamente al mare e agli ecosistemi acquatici.
Centrale è il ruolo giocato dall’educazione del gusto, e le buone pratiche da adottare per aiutare il Mediterraneo a vivere saranno il leitmotiv della manifestazione. La novità dell’edizione 2009 è il personal shopper, un esperto che accompagna tra i banchi del mercato i visitatori durante l’acquisto del pesce per scoprire l’immensa varietà dell’universo ittico e per dare rilievo a quelle specie che, magari poco conosciute, sono buonissime in cucina.
I momenti d’informazione e approfondimento sono affrontati nei Laboratori dell’acqua, mentre tornano le degustazioni guidate dei Laboratori del Gusto e l’Enoteca, dove poter assaggiare i vini che si sposano al meglio
con i piatti a base di pesce e le Osterie del mare, le Isole del Gusto e le Cucine di strada, per esperienze nuove alla scoperta delle specialità gastronomiche dei più svariati territori.
Sono 266 le specie di animali acquatici commestibili che vivono nel Mediterraneo (fonte Aic), ma a fronte di questa immensa varietà, poco più del 10% (una trentina) si trovano con una certa regolarità sui banchi delle pescherie. Le specie che dominano il mercato sono orate, pesce spada, tonno e branzini.
È necessario ampliare gli orizzonti del consumatore, fornendogli la possibilità di conoscere e scegliere le numerose tipologie che il mare offre: molte specie “dimenticate” dai mercati hanno notevoli qualità nutrizionali e, proprio perché poco pescate, sono presenti in abbondanza e a prezzi contenuti.
Il consumo di poche varietà ha gravi conseguenze sull’impatto ambientale della pesca. Uno studio pubblicato dalla rivista Nature sostiene che tra le 29 specie che peschiamo con maggior frequenza, 10 si sono ridotte a meno del 10% rispetto a cinquant’anni fa. Non diversificare l’offerta significa stressare enormemente alcuni stock ittici pregiudicando gli ecosistemi e la biodiversità di mari e fiumi.

Trent’anni dopo la nascita delle Tod’s il modello simbolo attualmente in vendita, JP Loafer, è stato caratterizzato, per l’occasione da un piccolo vezzo: una monetina griffata, per festeggiare un successo lungo decenni. Imocassini con i gommini dal 1979 rappresentano il simbolo dello stile casualchic. Per l’anniversario è stata programmata una serie di eventi in tutto il mondo.
Prima tappa è stata Londra, nella boutique di Old Bond street, poi è stata la volta di Chicago e in un prossimo futuro sono previsti eventi a Roma, a Firenze, sino agli Emirati Arabi, per un numero totale di 20 appuntamenti.
Sino al 2001 il marchio era JP Tod’s, nome che Diego Della Valle, patron della casa, aveva trovato in un elenco telefonico di Boston. Poi il logo venne accorciato per comodità. Ma le iniziali JP ancora oggi stanno a significare tradizione e una tiratura limitata che le rende ancora più esclusive.
I dati parlano chiaro: in tutto il mondo è stato venduto, nel corso degli anni, circa mezzo milione di paia. Il motivo del successo? «Credo che le Tod’s, più che un modo di vestire, rappresentino anche un modo di essere. Un approccio pratico, disinvolto alla vita, senza perdere l’eleganza» spiega Diego Della Valle.
A questo si aggiunga la garanzia di un prodotto made in Italy, fatto interamente a mano, frutto di un’accurata scelta dei pellami, che devono essere morbidi, ma in grado di sopportare le cuciture tipiche dei mocassini.
Il primo nato, ma tuttora in produzione, è in vacchetta color naturale. La gamma di colori è ampia e c’è chi si diverte a collezionarli dividendoli per annata, come si fa con il vino. Per la gioia dei fatturati, che hanno registrato un incremento del 7,7 per cento rispetto al 2007.
di Fiammetta Fadda
Gli italiani mandano segnali di apprezzamento per la qualità senza fronzoli. A cominciare da quel fondamentale ornamento della vita e della tavola che è il vino. Il Vinitaly numero 43, ormai la più grande vetrina del mondo, tratteggia un affresco in cui la sbornia consumistica ha assunto la stessa patina fané degli eccessi sessuali degli anni 70. Ma dove si sono rafforzati i valori autentici. «Nel 2008 abbiamo venduto meno, ma meglio, cioè meno vino ma di miglior qualità» riassume Andrea Sartori, presidente dell’Unione italiana vini. «Ce la stiamo cavando meglio di altri, ma si naviga a vista ed essere competitivi è vitale».
Vero: chi ha visto su Time la foto di un elefante che passa con le gerle fra i vigneti ha capito che è in atto un cambiamento radicale. «Sui mercati tradizionali speriamo di tenere le posizioni; nel Sud-Est asiatico e nel blocco dell’Est abbiamo seminato bene, ma saranno i nuovi grandi concorrenti. La Spagna e gli emergenti, Cile, Argentina e Nuova Zelanda, sono all’attacco con prodotti che fanno gola». Tempi duri, ma anche esaltanti.
OBIETTIVO QUALITÀ
«Altro che email, per raccogliere ordini bisogna rimettere in pista il fascino personale» pensa Bruno Ceretto, patron della storica casa d’Alba. «E puntare alla qualità al giusto prezzo per creare con chi compra un rapporto di fiducia, piacere, consuetudine» sottolinea Gianni Zonin. Una certezza ancora più desiderabile oggi, quando l’etichetta è costosa e l’avventura senza rischi non attrae, come constata Tiziana Frescobaldi. Nessuno potrebbe essere più d’accordo di Angelo Gaja, che quest’anno festeggia i 150 anni della cantina di famiglia con una serie di degustazioni benefiche per pochi privilegiati di etichette storiche. Il Piemonte è di buon umore: «Abbiamo infilato una serie di annate particolarmente favorevoli non solo per Barolo e Barbaresco ma anche per gli altri vitigni» sottolinea Gaja.
All’estremo Sud sono di ottimo umore i Planeta, i Tasca, i Rallo di Donnafugata, protagonisti della nuova immagine del vino siciliano fascinoso, diverso in ognuno dei vigneti che ne fanno un minicontinente del vino, punteggiato da 650 piccole aziende che, sostenute dall’Istituto della vite e del vino, mirano alla qualità.
È ORA DI COMPRARE
È il grande momento degli appassionati, e non solo, per acquistare i supervini: sia i produttori sia i ristoratori di fronte allo stallo della domanda e alla crescita delle scorte hanno deciso di guadagnare meno pur di vendere. Chi in questi ultimi anni ha speculato sul vino si lecca le ferite. Da manuale è il caso dei Bordeaux 2005, acquistati a man bassa tra 400 e 1.000 euro a bottiglia, oggi sul mercato alla metà. E chi si è fatto prendere la mano dai voti di Wine Spectator pagando per bottiglie mediocri prezzi stellari ora si ritrova con etichette analoghe a titoli tossici.
La parte del leone in questa situazione la fa la grande distribuzione, che ottiene prezzi superscontati dai produttori togliendo spazio alle enoteche. I wine lover sono in caccia: dai Gav, i gruppi di acquisto diretto del vino, ai blogger, alle «garage sale» all’americana, allestite in casa.
PAUSA BOLLICINE
Pausa caffè per punteggiare le ore del lavoro, pausa bollicine per esaltare i momenti di relax. L’eccellente rapporto qualità/prezzo delle bollicine made in Italy le ha rese un piccolo lusso abbordabile, che si tratti di una coppa di Prosecco, di Moscato, di Asti spumante o di una flûte dei più impegnativi metodo classico, che non temono di sfidare lo Champagne.
Tanto che l’atmosfera tra i produttori è piuttosto effervescente. I Franciacorta sono reduci da un eccellente 2008; gli storici Trento classico, Oltrepò pavese e Alta langa tengono bene. E il parterre elitario che apprezza un Ferrari Perlé nero o una Cuvée prestige Cà del Bosco, si consolida. Anzi, «esistono cultori che inseguono la novità» nota Vittorio Moretti. «A loro quest’anno presenterò il Bellavista riserva Moretti 2002, da vigne ventennali, lavorato artigianalmente, capace di invecchiare indefinitamente».
WINE IN MODERATION
Paradossalmente, proprio la Francia sta valutando misure che, se passassero, rischierebbero di equiparare il vino alle sigarette e alla pornografia. Ma mentre il presidente Nicolas Sarkozy è notoriamente astemio, l’Italia vanta un sottosegretario alla Salute, Ferruccio Fazio, il quale, oltre che medico, è grande intenditore di vini. È in via di definizione il programma paneuropeo contro l’uso irresponsabile degli alcolici «Wine in moderation» , descritto da Enotria, annuario dell’Unione italiana vini. La battaglia ferve intorno al significato di «moderato consumo». In Italia un accordo possibile vedrebbe un limite zero per i giovani sotto i 21-23 anni e per alcune categorie professionali come i conducenti di mezzi pubblici.
CENA SEDUCENTE ADDIO?
Marco Caprai a Montefalco, che ha riprodotto nelle sue vigne sperimentali gli effetti del riscaldamento globale sulle uve del Sagrantino, rassicura: il temuto innalzamento della gradazione alcolica non si è verificato. «Comunque i vini strutturati eleganti, piacevoli, come quelli della grande tradizione toscana di cui la nostra Riserva ducale oro è un esempio, danno un senso di pienezza dopo pochi sorsi» sottolinea Adolfo Folonari.
Per chi ha voglia di spendere, Antonio Santini al Pescatore consiglia: anziché tre bottiglie se ne ordina una sola, di valore pari alla somma delle tre di prima. Comunque gli escamotage non mancano.
Il più originale: al Tantris di Monaco di Baviera arriva un signore in bicicletta pieghevole, la ripone nel bagagliaio e porta a destinazione i clienti che hanno bevuto.
Il più furbo: Allegrini, produttore di ottimo Amarone e Recioto, a quello che a tavola rinuncia a bere regala una bottiglia.
PICCOLI RITI ALLA SVOLTA
Si beve il 20 per cento in meno degli anni Ottanta, ma l’idillio degli italiani col vino continua. Le ricerche commissionate da Veronafiere tratteggiano tre profili: gli abitudinari, dai 46 anni in su, praticanti del mezzogiorno vecchio stile, dove il vino è rito; la fascia dai 31 ai 45, che fa zapping tra bevande diverse; gli under 30 per i quali il vino è una scelta da fine settimana. A sorpresa quasi un 24 per cento degli intervistati, donne in testa, dichiara di «non bere mai vino», perché non piace, o perché «forse» fa male. Sette su dieci si confessano «poco ferrati in materia» e vorrebbero saperne di più, a patto di essere esonerati da decanter, bicchieri specifici per ogni vitigno, vocabolario criptico.
A proposito: per una degustazione ideale basta il bicchiere universale, cioè il piccolo tulipano usato dai sommelier.
NUOVO MENU ITALIA
A tavola siamo tradizionalisti o innovatori? Capricciosi pare, leggendo New Menu Italia, la fotografia della rivoluzione del gusto negli ultimi 20 anni di Nicola Dante Basile, giornalista del Sole-24 Ore. Il nostro palato boccia buona parte delle 2 mila novità sfornate ogni anno dall’industria alimentare, e sui grandi pilastri, la pasta, l’olio, il grana, siamo iperesigenti. Vogliamo oli morbidi, quello ligure in testa, ideale sul pesce e sulle verdure, di produttori storici come Carli, che da generazioni lo invia direttamente a casa, o con personalità diverse come quelli delle tante piccole aziende convenute al Sol, il salone dell’olio del Vinitaly,per farsi conoscere; pasta di grano duro, di grandi produttori o piccoli artigiani la cui tenuta in cottura è oggetto di diatribe; Grana padano, non solo grattugiata irrinunciabile ma anche rompidigiuno goloso e salutare al quale il consorzio ha consacrato stagionature diverse con il vertice nel Riserva, di oltre 20 mesi, e il Taglio sartoriale, destinato ai ristoranti di qualità.
In cucina, al ritmo metropolitano dei cibi pronti fa da contraltare il ritmo slow di piccoli produttori legati al territorio d’origine, protagonisti dell’eccellenza agroalimentare italiana. Un’ottantina dei più dinamici, coordinati dalle regioni e dagli enti locali, si può incontrare ad Agrifood Club (www.agrifoodclub.it) riunito sotto l’ombrello della grande kermesse del Vinitaly, con una miriade di prodotti, dai salumi ai tartufi, dal miele alle mostarde.

Dopo la passione per i loft, chi cerca casa esplora oggi un nuovo mercato: quello delle chiese. Secondo i dati diffusi oggi da Immobiliare.it, sito leader degli annunci di settore, sono diverse decine gli ex luoghi di culto, ora sconsacrati e disponibili per l’acquisto.
Il fenomeno sembra interessare tutta la penisola: ad Asti si può diventare proprietari di una chiesa settecentesca in stile barocco in pieno centro storico (trattative riservate!), a Firenze bastano 780 mila euro per comprare una chiesetta di 170 mq in zona Careggi, già dotata di angolo cottura.
A Olevano Sul Tusciano (Salerno) è in vendita una chiesa del 1300 che, per 90.000 euro, è anche dotata di terreno circostante. Sulle colline bolognesi, a Vergato, è in vendita una piccola chiesa che però è ancora priva di riscaldamento. A Lucca c’è chi ha già sviluppato un progetto per trasformare navate e sacrestia in villa a 2 piani con mansarda e possibilità di piscina e a Volterra (PI), la più antica tra quelle proposte risale all’anno 850, in un complesso completamente ristrutturato.
Carlo Giordano, Amministratore delegato di Immobiliare.it , non vede la rincorsa agli immobili un tempo sacri come segno di decadenza: “Probabilmente è invece la dimostrazione di come gli spazi occupati dalle Chiese private ormai in disuso vengono reinventati e rivissuti. Una nuova destinazione d’uso e un nuovo proprietario possono permettere a questi immobili, sicuramente particolari, di non finire vittime del logorio del tempo e di essere ancora protagonisti del presente”.

Di Guido CAstellano e Cristina Bassi
Sono solo due piccole parole in inglese ma racchiudono molteplici significati e la loro traduzione è in continua evoluzione. Il «low cost», che letteralmente vuol dire a basso costo, prima è entrato nel nostro vocabolario come sinonimo di volo aereo a prezzi stracciati. Poi ha contagiato vacanze e alberghi. Ora sta diventando uno stile di vita.
Complice la crisi, l’attenzione, la parsimonia, cominciano a fare tendenza. Proponendo però un nuovo paradigma (anche questo in inglese): «Low cost, high value». Come dire: non bastano i prezzi bassi, quello che gli italiani si aspettano è oggi la qualità a basso costo. Perché, anche se la necessità di risparmiare è impellente per molte famiglie, spendere meno non necessariamente vuol dire vivere peggio o accontentarsi. E a dimostrare che non si tratta solo di un fenomeno legato alla contingenza economica negativa, ma di una vera e propria trasformazione sociale e culturale, intervengono i numeri.
«Il low cost di qualità in Italia nel 2008 ha fatturato 55 miliardi di euro» calcola Andrea Baracco, vicepresidente della Assolowcost, l’associazione che riunisce aziende che producono beni «low cost high value», come i mobili Ikea, le auto Dacia e le attrezzature sportive Decathlon, insieme con quelle che erogano servizi a prezzi competitivi, come per esempio Mutuionline o le assicurazioni sul web come Genialloyd e Dialogo. «L’incidenza sul pil degli acquisti low cost nel 2008 è stata del 3,5 per cento, pari appunto a 55 miliardi di euro. Dato destinato a crescere nel 2009» prevede Baracco: «Il fatturato del settore salirà a 61 miliardi di euro, ossia quasi il 4 per cento del pil».
Quanti adottano il low cost come stile di vita, secondo il primo rapporto annuale della Assolowcost, sono nove italiani su dieci. Un popolo che Panorama racconta, diviso per caratteristiche prevalenti in sette tribù.
1 Il viaggiatore
L’auto? Piace spartana
Secondo una ricerca condotta dall’istituto Nextplora, il 47 per cento degli italiani ha dichiarato di voler acquistare un’auto low cost. Un dato che può sembrare esagerato, ma è realistico. Un indizio: mentre qualche settimana fa il mercato dell’auto attraversava uno dei momenti peggiori dal punto di vista delle vendite, con una caduta del 18 per cento nelle immatricolazioni, la Dacia (gruppo Renault) ha fatto registrare un aumento del 208 per cento negli ordini.
«La Dacia Logan è una vettura a sette posti nata per i paesi del Terzo mondo. Spartana, dalle line squadrate, è stata pensata per le strade della Romania e dell’Iran, eppure sta spopolando in Italia» sostiene Luciano Ciabatti, direttore marketing Renault Italia. «Il pianale è della Renault Modus, il cambio e il motore sono della Clio e della Mégane. Le lamiere sono tagliate con stampi semplici e poco arrotondati. Queste sinergie con la casa madre e accorgimenti che semplificano la produzione portano a costruire un’auto familiare che costa solo 8.950 euro e ha un bagagliaio che può ospitare fino a tre mountain bike».
In Italia ne sono state vendute 14 mila in pochi mesi. La tribù della Dacia ha addirittura creato un forum di discussione sul web e raduni periodici in giro per l’Italia.
Per chi ritiene l’auto un mezzo di trasporto e non uno status symbol è in arrivo la Nano della Tata. In India, dove viene prodotta, costa 1.700 euro. La monovolume, che a vedersi ha la forma di una 500, in Italia arriverà l’anno prossimo e costerà 4.700 euro.
2 Il modaiolo
Ok, l’abito costa il giusto
Avere l’abito adatto per ogni occasione può essere difficile in periodi di crisi. Secondo la ricerca condotta dalla Nextplora, l’abbigliamento si colloca al secondo posto dopo il cibo nei settori dove si preferisce il low cost. Per questo chi non rinuncia all’abito firmato (il 53 per cento degli italiani) cerca occasioni e affolla outlet di tutti i tipi, sia in Italia sia oltreconfine.
Nei 180 punti vendita di quello di Serravalle, per esempio, gli sconti arrivano fino al 70 per cento e le navi Costa che attraccano nel porto di Savona offrono, accanto a quella a Monte-Carlo o all’Acquario di Genova, anche la gita nella città dello shopping. Pullman di linea portano nell’outlet ogni giorno anche migliaia di passeggeri atterrati (con voli low cost) a Milano e Torino. C’è pure il processo inverso. Con un po’ di pazienza e metodo, calcolatrice alla mano, si possono organizzare trasferte per lo shopping a Londra con voli low cost e notte in bed & breakfast. Una volta sbarcati, sterlina indebolita e sconti fino al 70 per cento, per esempio da Harrods a Londra, rendono proficua la minivacanza.
Poi c’è chi vuole mischiare i capi griffati con abiti di tendenza ma a basso costo. Questa tribù conosce bene le vetrine della catena H&M. Nei negozi del marchio svedese diventato multinazionale dell’abbigliamento «la moda non è una questione di prezzo» teorizza Margareta van den Bosch, creative advisor e responsabile del design dell’azienda. «Ogni giorno ci sono nuovi vestiti da mettere in vetrina e i prezzi medi non superano i 30-40 euro». Anche per i modelli disegnati per H&M da stilisti come Roberto Cavalli, Comme des Garçons e Karl Lagerfeld.
Finisce nel girone del low cost-high value anche la moda da polso. Per esempio la Sweet Years, marchio dell’abbigliamento casual, è arrivata nel mondo degli orologi dove sta riscuotendo un notevole successo con modelli sotto i 100 euro.
Chi vuole risparmiare può inoltre contare su internet. Per il maquillage a costo zero c’è il sito saicosatispalmi, che spiega come farsi in casa ciprie e rossetti. Affittare accessori griffati anche solo per una sera è la soluzione che propone il sito myluxury. Con pochi clic la borsa dei sogni arriva a domicilio a partire da 15 euro.
L’ultima bizzarria in arrivo da Londra? Gruppi di amiche (e amici) decidono di mettere in comune il guardaroba. I più evoluti mettono addirittura un fondo mensile per gli acquisti e l’armadio in condivisione.
3 Il genitore
Tra gruppi solidali e scambi
Il bebè mette a dura prova il bilancio familiare, costringendo madri e padri a trovare soluzioni sempre nuove per far quadrare i conti. Problema numero uno: i prezzi del latte in polvere. Una confezione arriva a 30 euro nelle farmacie italiane, ma oltreconfine prezzi dimezzati. In molte città quindi i genitori si sono attrezzati e hanno creato gruppi di acquisto solidale (Gas) per questo alimento indispensabile.
A turno c’è chi si offre di partire in missione e andare a comprarlo in Germania. Anche considerando le spese per il viaggio in auto, si risparmia fino al 40 per cento. Basta digitare «gruppi di acquisto solidale» su Google per veder comparire 114 mila risposte. Ce ne sono decine in ogni città che comprano in gruppo non solo latte in polvere, ma si associano per dividersi la spesa fatta all’ingrosso ai mercati generali.
Si risparmia fino al 50 per cento anche negli outlet del pannolino, dove costano circa 15 centesimi l’uno (contro i 30 nelle confezioni al supermercato). Da Fippi by Pillo a Pero, poco fuori Milano, nel finesettimana mamme e papà riempiono il bagagliaio di pacchi di pannolini, anche di marche conosciute. Una confezione da 28 pezzi che nei negozi tradizionali costa in media 8-9 euro in questi discount costa circa 4,20.
Vestitini, magliette, bavagli e scarpe non bastano mai e dopo pochi mesi non servono più: è il motivo per cui tornano anche in Italia, sull’esempio come al solito dell’America, gli scambi di vestiti per bambini, che le nonne ben conoscevano. Il tam-tam si diffonde non solo tra famiglie che si conoscono, ma anche nei quartieri e su internet, poi ci si incontra in quelli che negli Stati Uniti hanno battezzato «swap party». Qui, oltre ai vestiti dei figli, i genitori permutano (o regalano) giocattoli, passeggini e seggioloni. Non si spende un euro, basta contribuire con oggetti in buone condizioni. Per trovare i più vicini a casa propria basta inserire su Google le parole «swap party» seguite dalla propria città.
4 Il tecnologico
L’era del minicomputer
La smania di avere un processore sempre più potente dentro un computer sempre più sofisticato sembra avere subito una battuta d’arresto. Dallo scorso anno è comparsa sugli scaffali una nuova generazione di computer portatili (inventati dalla taiwanese Asus e ora disponibili di tutte le marche) che costano tra 399 e 499 euro, navigano il web, inviano e ricevono email, servono per chattare, scrivere, utilizzare fogli di calcolo e proiettare presentazioni in Power point. In pratica fanno (e bene) tutto quello che chiede l’80 per cento di chi acquista un portatile. Si chiamano netbook, ossia computer fatti apposta per l’era di internet. Secondo una ricerca Idc, nel 2009 si prevede che arriveranno a 21 milioni.
La voglia di risparmio per la tribù dei tecnologici ha scatenato la fantasia delle aziende che stanno sfornando nuove categorie di prodotti che, come i netbook, vengono incontro alle nuove esigenze.
La taiwanese Acer, per esempio, ha appena lanciato un telefonino a cui nessuno aveva mai pensato prima: uno smartphone che funziona con due sim di due operatori contemporaneamente. Così a chi servivano due telefoni (lavoro-famiglia) ora ne basta uno solo.
5 Il biogustaio
Quelli dell’orto in casa
Farmer market, ricettari poveri, ristoranti alternativi: per risparmiare a tavola, senza rinunciare al gusto, c’è solo l’imbarazzo della scelta. E, dopo che Michelle Obama ha promosso l’orto personale alla Casa Bianca, quella di coltivare anche sulla terrazza la verdura è diventata una moda. Basta considerare le forti vendite nei magazzini tipo Castorama di attrezzi per giardinaggio e sementi.
A sentire la Coldiretti, acquistando i prodotti alimentari direttamente dal contadino, o nel «farmer market» di città, si spende fino al 30 per cento in meno. Stesso vantaggio se si scelgono frutta e verdura locali e di stagione o se si fa parte di un Gas, gruppo di acquisto solidale.
Anche le ricette della nonna abbattono le spese. Sono cliccatissimi su YouTube i video di Nonna Clara, una vecchietta italo-americana che insegna la cucina della Grande depressione. Con un po’ di manualità e fantasia si può fare in casa praticamente di tutto, non solo marmellate e yogurt. La vera mania del momento è il pane. Per le istruzioni c’è www.panefattoincasa.net, la preparazione richiede mezz’ora e la spesa è di 60 centesimi al chilo, contro i 3 euro o più pagati dal fornaio. Non è un caso se la macchina per il pane da oltre un anno è uno degli oggetti più venduti nei magazzini Mediaworld.
La confezione incide sul prezzo dei cibi per il 30 per cento. Per questo i prodotti sfusi e «alla spina» sono la novità del low cost alimentare. I distributori si trovano in alcuni supermercati o dai produttori e spillano acqua, vino, olio, detersivi, caffè, pasta, riso. Molto diffusi anche i distributori di latte fresco a 1 euro al litro, la lista dei punti di distribuzione si trova sul sito della Coldiretti.
Chi si vuole concedere una cena fuori stando attento più che un tempo alla spesa può scegliere i ristoranti con menu «a km zero». Sono nati dalla volontà di non inquinare e di risparmiare, oltre che per servire prodotti genuini, ma col tempo sono diventati anche mondani. Promettono l’impiego di ingredienti che non hanno viaggiato migliaia di chilometri, ma che arrivano freschi e di stagione dalla provincia o, al massimo, dalla regione. Sono molto diffusi in Veneto, a Roma e in Campania.
6 Il casalingo
è l’ora dell’energia solare
Ottocento euro al metro quadrato, arredamento incluso: è la casa low cost. Dalla Svezia il modello Ikea applicato all’edilizia si è diffuso anche in Russia e Messico. La Next House, azienda con sede a Stoccolma, la sta lanciando anche in Italia. Si tratta di una villetta prefabbricata, curata nei dettagli e nel design. Se poi mancano una libreria o un tavolo, non c’è bisogno di rivolgersi al vecchio mobiliere. Basta andare all’Ikea, che il low cost di qualità nell’arredamento l’ha inventato. «Sono capaci tutti a fare una scrivania da 1.000 euro» ha detto Invar Kampradm, fondatore di Ikea. «Difficile è fabbricarne una da 50 e che faccia il suo dovere».
«La filosofia del low cost-high value dell’Ikea è semplice» spiega Andrea Baracco della Assolowcost. «Parte del lavoro lo fanno i clienti, che si caricano i mobili sul carrello, li trasportano a casa e poi se li montano da soli». Tutti costi che possono essere detratti dallo scontrino finale.
Dopo i mobili ora l’Ikea punta anche al consumo energetico consapevole. L’ultima novità? La lampada a energia solare. Si lascia esposta al sole, quando la batteria è carica emette luce per dieci ore.
Sempre in tema di energia, non è necessario spendere troppo neppure per le soluzioni ecologiche. Chi non può permettersi, per soldi o spazio, un impianto fotovoltaico tutto suo può puntare sulla multiproprietà. Il sito cooperativafotovoltaico spiega come si diventa comproprietari di un sistema a pannelli solari, godendo del risparmio e dei ricavi.
Se il problema invece sono gli affitti degli uffici, la soluzione, già diffusa all’estero, si chiama coworking. Spazi e spese condivisi in una sede dove è possibile affittare una postazione oppure una sala riunioni anche solo per poche ore o pochi giorni. I prezzi? Da 200-250 euro al mese per una scrivania. Con computer, telefono e servizio di segreteria.
7 Il previdente
Chi fa da sé fa per tre
Secondo i dati della Nextplora, il 42 per cento degli italiani ha intenzione di assicurare la propria auto con una compagnia online, soluzione che permette un risparmio medio del 20 per cento rispetto alle polizze tradizionali. I vantaggi sono l’assenza di intermediari e la gestione in tempo reale di preventivi e denunce. In più c’è la garanzia di una società conosciuta, come nel caso della Genialloyd, gruppo Allianz, e della Dialogo, gruppo Sai. Un esempio concreto? Assicurandosi con la Genialloyd si spendono 800 euro per una polizza annuale che con una compagnia classica costa 1.140.
Anche il mutuo può essere online: su mutuionline sono messe a confronto le offerte di 40 banche. Chi sceglie questo tipo di servizio lo fa per le spese ridotte, a volte prossime a zero, i tassi più convenienti e le consulenze gratuite. «Scegliere i servizi online è tipico della net generation» spiega Andrea Baracco «ma sta contagiando anche i più anziani. «Perché il web dà la sensazione di essere artefici del proprio risparmio e permette di calcolare preventivi senza essere sommersi dalle chiacchiere di un venditore».
La concorrenza nel settore elettricità, che ha messo fine al monopolio, comincia a dare i suoi frutti. Da un lato società come Edison ed Eni hanno creato offerte convenienti che propongono risparmi fino al 15 per cento, dall’altro risponde l’Enel con tariffe flat «Energia tutto compreso». È una tariffa fissa per due anni. Le famiglie possono scegliere fra tre fasce di consumo: Small (12 euro al mese per 100 kwh), Medium (28 euro per 225 kwh) e Large (44 euro per 300 kwh).

La cucina è sparita dalle case degli italiani. Secondo i dati di Immobiliare.it, sito leader degli annunci di settore, la cucina sembra essere ormai una stanza in via di estinzione.
Da un’analisi condotta sugli oltre 30 mila annunci di nuova costruzione messi in vendita sul sito da più di 8 mila agenzie immobiliari, è emerso che appena il 9% dei bilocali offerti al nord, ad esempio, ha un locale dedicato alla cucina. E la percentuale cresce di appena un punto percentuale al centro e arriva a sfiorare il 12% al sud. Secondo Carlo Giordano, amministratore delegato di Immobiliare.it, “si tratta di una razionalizzazione degli spazi. L’utilizzo dello spazio in ambienti unici è molto più efficiente e si riescono a creare appartamenti più piccoli che rispondono alle stesse funzioni del passato. Creare l’angolo cottura permette, a parità di metri quadri totali, di offrire un appartamento con una stanza in più.”
Guardando ai trilocali lo stato di salute delle cucine non sembra essere molto migliore. Meno di un quarto di questo tipo di immobili ha un locale separato dedicato ai fornelli e solo al sud si arriva al 27%. Le cucine fanno nuovamente capolino nelle case italiane se ci si trova almeno in un quadrilocale. Quando le dimensioni lo consentono, infatti, quasi il 70% degli immobili ha una stanza per questo scopo.
Ma le cucine di oggi hanno ancora la grandezza di quelle delle nostre nonne? Dove resta la cucina ha dimensioni che crescono con la superficie dell’immobile e che ne confermano l’importanza del ruolo.
Se l’appartamento ha una dimensione inferiore ai 70mq, la cucina misura, mediamente, 13mq. Se la casa arriva ai 100mq, la cucina guadagna 3mq passando a 16 e solo in case piuttosto grandi (oltre i 100 mq) la cucina è decisamente spaziosa (22mq).
“Oggi la cucina viene fusa in un unico spazio con il salotto” continua Giordano, “e diventa il grande ambiente di socializzazione della casa. Ad aver reso veloce questo cambiamento sono state le stesse società di costruzione che hanno iniziato a presentare gli immobili nuovi con planimetrie già arredate, sostanzialmente offrendo l’occhio dell’architetto per suggerire come vivere la casa nuova.”
Guarda la GALLERY di tutti gli stilisti presenti all’iniziativa
A Parigi il 10 marzo 2009 alle ore 18,30 negli spazi dell’Enit (Agenzia nazionale del turismo italiano), in rue de la Paix 23, le collezioni Autunno-Inverno 2009/2010 dei designer siciliani Tiziana Alemanni, Federica Fanti, Marilù Fernandez, Ki2, Franco Padiglione, Eugenio Vazzano, Vuedu di Daniela Vinciguerra, accompagnate dalle note del compositore musicista Giuseppe Milici.
Le ispirazioni dei fashion designer nascono nella natura celata e ricca di contrasti che è propria delle espressioni artistiche dell’isola. La tradizione delle manifatture uniche, dei mestieri perduti e delle antiche botteghe continua a rendere il fascino delle produzioni siciliane singolare. L’uso di tessuti naturali e di fibre antiche e ricercate, la riscoperta dell’arte degli antichi orafi, la sperimentazione con i pigmenti della terra, l’uso forte di contrasti di colori rende la moda di Sicilia un crocevia di etnie e ispirazioni, dalla culla del mediterraneo, alle fredde notti del Nord Africa. La quinta edizione di Trame Siciliane, promosso dall’l’Assessorato al Turismo e dall’ ssessorato alla Cooperazione, Commercio, Artigianato e Pesca della Regione Sicilia e voluto dall’assessore Roberto Di Mauro, è stata ideata e realizzata da Zoe magazine.