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Sullo sfondo, le beghe di cronaca. Lo scoppiettante botta e risposta tra l’assessore alla Cultura del Comune di Milano, Massimiliano Finazzer Flory, e alcuni stilisti «criticoni» e lamentosi per lo stato di degrado del quadrilatero dello shopping griffato. In primo piano, invece, un incontro tra il sindaco Letizia Moratti e gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana per chiarire i delle istituzioni e della moda, sottolineare l’importanza di fare sistema e soprattutto tentare progetti comuni. «Panorama» ha partecipato all’incontro, durato quasi due ore. Ecco i punti salienti della lunga conversazione. (Testo raccolto da Antonella Matarrese).
Moda, cultura e istituzioni
Letizia Moratti. Ho subito dato il mio benestare entusiastico quando i Dolce e Gabbana mi hanno proposto la mostra che verrà inaugurata ai primi di marzo, al Palazzo della Ragione. Si tratta di un evento straordinario: verranno celebrate la bellezza e la moda attraverso gli occhi dei più grandi fotografi americani, con l’allestimento dell’architetto francese Jean Nouvel e la collaborazione del direttore di Vogue America, Anna Wintour. Non è una mostra per una piccola élite, come qualcuno potrebbe obiettare, ma è un regalo che i due stilisti fanno alla città per avvicinare la gente al linguaggio della fotografia di moda. E poi visto che molti si lamentano che non ci sono eventi durante la settimana delle sfilate, cominciamo con questo.
Domenico Dolce. È vero, è una mostra importante soprattutto per i giovani. Sarà cibo per la loro mente. Irving Penn, Helmut Newton, Steven Klein, Patrick Demarchelier hanno fatto la storia della moda e del costume e sono la testimonianza della fotografia come forma d’arte. E poi, c’è la partecipazione di Jean Nouvel per la prima volta a Milano.
Stefano Gabbana. Lo abbiamo conosciuto a Istanbul, più di dieci anni fa. Eravamo in casa di amici sul Bosforo e a un certo punto abbiamo cominciato a fare un gioco buffo: a mostrare l’elastico degli slip per vedere di che marca fossero. Quando ci siamo rivisti a Parigi, dopo anni, ci siamo ricordati di quella serata e siamo scoppiati a ridere. Comunque, vorrei dire una cosa: basta con la storia che la moda è per pochi, che non coinvolge la città come per esempio il Salone del mobile. Certo le modalità sono diverse ma le aperture ci sono. Noi per esempio siamo disponibili. E poi, il nostro spazio, il Metropol, può ospitare eventi, aperti a tutti e lo offriamo volentieri al Comune.
Parola d’ordine: fare sistema
L.M. Certo. Grazie. Milano dovrebbe fare di più, lo ammetto: fare sistema con gli altri attori della vita culturale, anche se, vi confesso, non è facile mettere insieme tutti. A questo proposito, vorrei ricordare che nel 2011 apriremo la Triennale dell’Immagine allo spazio Ansaldo. È una collaborazione che avremo con Motta, Alinari, il Sole 24 ore e poi ci saranno le nostre foto storiche della Collezione Bertarelli. Sarà uno spazio dedicato alla fotografia connaturato alla dimensione culturale di Milano.
S.G. Comunque su di noi e sul Metropol potete contare.
I giovani e la Camera della moda
L.M. Scusate, vorrei fare una domanda. In veste di sindaco che cosa posso fare per i giovani che studiano, che vorrebbero emergere nel mondo della moda?
S.G. Intanto, si potrebbe cominciare a trovare degli spazi per fare le sfilate che non costino tanto.
D.D. Anzi, meglio se gratis.
L.M. Ma come si fa con il calendario della Camera della moda?
S.G. La Camera non ha nessun interesse perché i giovani sfilino gratis.
D.D. Una soluzione potrebbe essere quella di dedicare la prima giornata del calendario iniziale solo ai giovani.
S.G. In altre occasioni ho lanciato la proposta di cinque giornate di sfilate con solo due nomi importanti per giorno e poi gli emergenti. La settimana successiva invece potrebbe essere dedicata agli altri, i prontisti e tutti quelli che vogliono e devono sfilare ma che non hanno nulla a che fare con lo stilismo.
L.M. Mi sembra un’ottima proposta. Ma a me piace fare le cose che posso fare io. Indipendentemente dalla Camera della moda, io come sindaco come potrei operare?
S.G. Scusi, ma il sindaco ha più potere del presidente della Camera della moda, secondo me.
L.M. Bella, questa me la scrivo. Comunque credo che ci siano già manifestazioni come Next generation che permettono ai giovani di sfilare. O no?
D.D. Non è la stessa cosa. Io credo che senza una nuova generazione di stilisti la moda italiana è morta.
Dopo il Fuori Salone, anche il «Fuori Moda»
L.M. Parliamone, proviamo a far qualcosa insieme.
S.G. Come per la settimana del design, potremmo fare un Fuori Moda, cioè fuori dal quel sistema chiuso. Una manifestazione parallella a quella istituzionale, un po’ fuori dagli schemi, con eventi, mostre, feste aperte a tutti.
L.M. Questo mi piace. Proviamo a farlo insieme? Io parlo con la Camera della moda, voi vi impegnate a darmi una mano.
D.D. e S.G. Molto volentieri. Bisogna dare una scossa a Milano. Altro che Parigi e New York. I creativi stanno qui e qui bisogna farli crescere.
L.M. Mi sembra un ottimo progetto che andrà ad arricchire gli altri. Parlo del master di moda studiato insieme allo Iulm, la Bocconi e la Camera per formare nuove figure manageriali del settore. E mi riferisco anche all’Incubatore della moda, ovvero al contributo econonomico che il Comune offre alle aziende per promuovere la formazione dei giovani. Siete a conoscenza di queste iniziative?
S.G. A dire il vero, no. Eppure i giornali li leggo.
L.M. Ecco un altro fronte su cui impegnarsi: la comunicazione capillare.
Il 33 per cento degli italiani vorrebbe festeggiare San Valentino in un bungalow sulla spiaggia, il 25% in una baita di montagna davanti al camino e il 21% in una casa nuova da inaugurare per l’occasione. Sono i singolari risultati di un sondaggio eggettuato da
Immobiliare.it
, il principale sito di annunci immobiliari in Italia tra i suoi utenti, che hanno risposto alla domanda su quale sarebbe stata la cornice ideale per il loro weekend degli innamorati.
Dall’indagine sembrano aver perso smalto sia le gite nelle città d’arte (7%) sia gli agriturismi che raccolgono solo il 5% delle preferenze fra gli innamorati alla ricerca di un’alternativa al solito ristorante.
“È importante notare come il 21% degli intervistati sogni di comprare una casa propria” sottolinea Carlo Giordano, amministratore delegato di Immobiliare.it. Il dato è pressoché invariato nelle dimensioni sia che si guardi all’universo femminile sia a quello maschile. Sebbene l’accesso al credito in forma di mutuo è stato drasticamente ridotto da parte delle banche, in realtà l’aumento dell’offerta provoca benefici a chi vuole acquistare; lo sconto realizzato dall’acquirente sul primo prezzo di richiesta è mediamente passato da un 3-4% ad 5-6% e si comincia a verificare una riduzione del prezzo di richiesta” .
Ea mentre le donne, quando pensano alla casa dei loro sogni, immaginano una villa indipendente (28% delle intervistate), i loro compagni immaginano un appartamento in città (27%).
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È un Soave il “vino biologico” più buono d’Italia, tra i vini bianchi. Lo afferma la Guida ai Vini d’Italia Bio 2009, edita da Tecniche Nuove, all’interno della collana Salute e Benessere e curata da Pierpaolo Rastelli. Il risultato è arrivato dopo che una squadra di degustatori professionisti ha assaggiato oltre 700 vini, provenienti da 184 aziende certificate, impegnate nella produzione di vini da agricoltura biologica e biodinamica. Sale dunque sul gradino più alto del podio quale migliore vino bianco d’Italia da agricoltura biologica il Soave Colli Scaligeri di Vigne della Bra’ Doc 2006, dell’Azienda Visco e Filippi.
Si tratta di un risultato molto importante per la denominazione che da sempre ha fatto della tutela e della valorizzazione dell’ambiente indispensabili obbietti da raggiungere.
Non è un caso infatti che il vino bianco biologico migliore d’Italia appartenga alla denominazione del Soave, cioè a quel comprensorio - quasi 7000 ettari di vigneto ininterrotto sulle colline ad Est di Verona - che da anni condivide i principi di “buono, giusto e pulito” tanto cari a Slow Food.
Su questa scia si collocano anche i brillanti risultati ottenuti dall’azienda La Cappuccina, che con il suo Arzimo ha conquistato lo scorso agosto a Festambiente - Rassegna di Vini Bio di Grosseto, il titolo di Miglior Vino da dessert, e dall’azienda Fasoli Gino che al Biofach 2009 - la fiera internazionale dedicata ai prodotti da agricoltura biologica di Norimberga - riceverà la Medaglia d’oro speciale per il Soave Doc “Pieve vecchia”, la Medaglia d’oro per il Recioto di Soave Docg “San Zeno”, la Medaglia d’argento per il Soave Doc “Borgoletto”.
“Il successo del Soave anche per il comparto dei vini da agricoltura biologica - afferma Arturo Stocchetti, Presidente del Consorzio di Tutela - dimostra come oggi la nostra denominazione sia cresciuta sul piano della qualità a 360 gradi. La scelta di produrre secondo tecniche biologiche e di lotta integrata ha rappresentato per la nostra area una sfida importante e complessa che oggi, senza eccedere in trionfalismi, possiamo affermare di avere vinto, grazie a dei vini, che oltre ad essere eccellenti da un punto di vista organolettico, provenendo da agricoltura biologica soddisfano il requisito della salubrità, sempre più ricercato dai consumatori”. I vini dell’Azienda Visco e Filippi saranno presenti al Biofach 2009, a Norimberga dal 19 al 22 febbraio.

di Carlo Rossella
I treni superveloci che partono da Roma o da Milano hanno di fatto rilanciato due capitali, prima frettolosamente sorvolate dagli aerei: Bologna e Firenze. Da Milano, per esempio, si arriva a Bologna in un’ora e a Firenze in poco più di un’ora e mezzo.
La ferrovia giunge nel cuore delle due città. Non c’è nemmeno bisogno di prendere un taxi per farsi un giro in piazza Maggiore a Bologna o in piazza della Signoria a Firenze. Il bello è che entrambi i posti, ma ciò vale soprattutto per il capoluogo toscano in un giorno feriale, fra un supertreno e l’altro permettono di visitare una mostra, passeggiare con un amico, pranzare in un ristorante, senza essere spintonati dai turisti del finesettimana.
Le nostre città d’arte, nei giorni lavorativi, sono ancora più affascinanti, dato che tutto è aperto, comprese le botteghe artigiane, dai sarti Di Donato in strada Maggiore a Bologna agli argentieri Pagliai in borgo San Jacopo a Firenze. Scorrendo i giornali anglosassoni, spagnoli o francesi si trovano reportage sulle nostre due città, considerate veri gioielli europei.
In piena turbolenza politica fiorentina è uscita sul New York Times della domenica, sezione Travel, un’inchiesta del giornalista scrittore Adam Begley. Tre grandi pagine, con magnifiche foto a colori, molto classiche, su Firenze. Partendo dal romanzo di E. M. Foster, A room with a view, usato come un Baedeker, Begley ha rivisitato Firenze, toccando gli stessi luoghi di Foster, dalla pensioncina sul lungarno al Ponte Vecchio, alla Basilica di Santa Croce. Anche se Foster, nel secondo capitolo del romanzo, consiglia di visitare Santa Croce senza guida.
Viaggiando in treno verso Roma e viceversa, molti miei amici hanno ripreso l’abitudine della sosta: una colazione bolognese al Pappagallo, ristorante classico ritornato agli antichi splendori con le sue lasagne irripetibili, oppure un pranzetto alla Buca degli orafi, accanto a Ponte Vecchio, osteria dall’ottimo cibo e coi proprietari che sanno molto di vini e di olio.
Girare l’Italia senza la fretta dell’aereo, con un libro o un giornale in mano, è un vero piacere, e lo sarà ancora di più quando, nel 2011, entrerà in scena anche la società privata di treni superveloci di Luca Cordero di Montezemolo.
Unico handicap del treno sono i telefonini: assordanti, fastidiosi, capaci di intrufolarsi nei tuoi pensieri, fra trilli e banali conversazioni o litigi col commercialista, col coniuge o coi debitori. Bisognerebbe che le Ferrovie lasciassero una carrozza ai lettori, ai sognatori, ai veri viaggiatori che non vogliono essere disturbati nei ragionamenti, nelle letture o nelle conversazioni con interessanti compagni o compagne di viaggio. Dialoghi impossibili nella selva urlante dei drogati telefonici.
Quante storie d’amore sono iniziate nei treni di un tempo, sulla linea Milano-Bologna- Firenze-Roma e viceversa, quando c’erano ancora i vagoni letto coi velluti cremisi. Treno e città, un’accoppiata felice per chi ama vivere meglio, senza fretta e risparmiando in questa epoca di sobrietà e necessario understatement. l
di Domenico Dolce e Stefano Gabbana
Questo non è e non vuole essere un classico articolo, né un pezzo d’informazione e tanto meno di denuncia. Non siamo giornalisti, non è il nostro mestiere. Quello che ci piacerebbe fare è aprire un dibattito, su queste pagine, sul futuro della moda italiana e sui giovani che potrebbero costruirlo. Perché questo sì che è il nostro ambito e ci sta molto a cuore.
Spesso sentiamo ancora espressioni del tipo: «I due ragazzi del made in Italy», oppure: «La giovane coppia dello stile italiano» e ancora: «I due giovani talenti». E a quel punto ci chiediamo: «Ma di chi stanno parlando? Di noi?». Certo, siamo ancora giovani, anagraficamente, ma la Dolce e Gabbana è nata nel 1984, cioè quasi 25 anni fa. Abbiamo ormai perso il conto del numero delle collezioni e delle sfilate presentate. Eppure continuiamo a essere definiti i giovani della moda italiana. Ci fa piacere, ma non è possibile!
Noi soffriamo del fatto che quando si parla del futuro della moda negli altri paesi si fa riferimento ai giovani, cioè agli esordienti, alle nuove leve mettendoli in vista, offrendogli delle possibilità concrete. Negli Usa, a ogni stagione c’è qualcuno nuovo che sfila, in realtà poi nessuno riesce a spiccare il volo. In Francia, tutti i giovani nelle maison importanti sono italiani come Riccardo Tisci, Stefano Pilati, Giambattista Valli. E noi, in Italia, perché restiamo fermi? Senza entrare in polemica con il sistema moda che, senza dubbio, non mette volutamente il bastone tra le ruote, però è arrivata l’ora di fare qualcosa. Si potrebbe per esempio partire dall’organizzare un calendario sfilate di quattro o cinque giorni, dalle 10 della mattina alle 5 del pomeriggio, durante i quali sfilano due grossi nomi al giorno e poi solo nuove promesse. Tutti gli altri, prontisti, confezionisti, copiatori e seri produttori di abbigliamento, i quali hanno diritto a una vetrina, sfilano in un’altra settimana. In fondo, i due ambiti sono molto diversi.
Ma facciamo un passo avanti e, senza riserve, citiamo pure i nomi dei ragazzi che ci piacciono e che suggeriamo di tenere d’occhio. Uno è Francesco Scognamiglio, un trentenne di Pompei con molta grinta, le sue proposte hanno impatto, sono glamour e la sua forza sta nell’essere estroverso, quindi poco incline ai compromessi. Mentre molto più intimista è Gabriele Colangelo, un ragazzo di Milano, anche lui di trent’anni, molto abile nell’uso dei tessuti e che ci appare più poetico, più legato a una narrazione romantica della femminilità. Ci piace molto anche Bianca Gervasio, pugliese, nuova designer di Mila Schön, una delle poche che sta rispettando lo stile della maison in cui lavora. Lei ci sembra molto abile e tecnicamente preparata, cosa da non sottovalutare, perché i vestiti vanno guardati, ma anche indossati e il made in Italy è su questo savoir faire che si regge ancora. Non conosciamo altrettanto bene il lavoro di Silvio Betterelli, ma anche lui ci sembra che abbia il mestiere in mano.
Questi ragazzi non sono nostri protégé, non hanno mai lavorato nel nostro ufficio stile e non abbiamo nessun secondo fine nel segnalarli. Sentiamo semplicemente il bisogno di mettere fine all’omertà degli stilisti sulle nuove generazioni. I ragazzi vanno aiutati, supportati, incoraggiati. È difficile emergere, non è da tutti. Lo diciamo sempre ai nostri. Abbiamo appena preso quattro nuovi assistenti nell’ufficio stile, sono tutti italiani, casualmente del Sud, uno proviene dallo Ied e gli altri tre dalla Marangoni, sono bravissimi e, forse, sono stati fortunati a essere stati scelti. Ma gli altri non devono scoraggiarsi, anche noi abbiamo preso molti pesci in faccia, abbiamo subito sgambetti, ma eravamo in due e ci facevamo forza a vicenda. La parola d’ordine è: insistere. Il fuoco della passione è alla base di tutto, non c’è marketing che tenga. Questo è un mestiere che parte dal cuore, passa dal cervello e arriva alle mani: serve un pensiero personale che ti renda libero e ti faccia uscire dal coro e poi un’abilità nel tagliare, cucire, spillare. Perché saper disegnare non basta. Questo è lo stilista. Mestiere forse in via di estinzione.
Inoltre occorre fidarsi del proprio istinto e saper leggere le critiche, sia quelle fatte per gelosia che quelle costruttive. Non è facile ma è importante imparare a farlo. E ora, in un momento di crisi come l’attuale, forse è proprio il caso di picchiare duro: perché i giovani possono trovare i loro spazi e i big avere maggiori stimoli e competizioni. E dal momento che questo, come si diceva all’inizio, non è un classico articolo, quello che ci aspettiamo è una risposta. Dai giovani della moda italiana. Le vostre visioni, le vostre perplessità, le vostre critiche sono la nostra ricchezza.
di Chiara RisoloDi stelle e forchette su guide gastronomiche a loro non importa granché. Il più grande riconoscimento lo ricevono a tavola. Sono gli chef dei campioni sportivi. Uomini tutti d’un pezzo, pronti ad armarsi (di padelle) e a partire al seguito del team anche in capo al mondo.
Hanno una bella responsabilità che relega nel dimenticatoio capricci da primedonne. Gli chef degli sportivi non perdono il sonno sperando in benevole recensioni di critici, non si autoincensano mentre fanno volteggiare frittate, non inventano alchemiche spume. Nutrono campioni. Stando attenti a cosa, e quanto, mettere nel piatto, perché la prestazione di uno sportivo dipende anche da quello che mangia. Lo sa bene Michele Persechini, chef del presidente del Consiglio e, in tempi di trasferte, anche dell’undici rossonero. «Non dimenticherò mai la prima volta che cucinai per il Milan. Era il maggio dell’88, eravamo a Napoli. Preparai per 45 persone. Da allora non ho mai smesso, ho pure detto addio alla mia fede interista. In tutti questi anni ho imparato a conoscere i gusti dei giocatori». In altre parole: i vizi. Infatti, nonostante i menu dei calciatori vengano decisi dal medico, Persechini non trascura di portare con sé una dispensa ad hoc per ogni campione. «Quando giocava Franco Baresi facevo scorte di cioccolata, per Paolo Maldini di Nutella. Gattuso mette il peperoncino ovunque, guai a non averlo. Per Alessandro Nesta carciofini alla romana. Gusti certo, ma anche accorgimenti nella preparazione: «Se cucino filetto, so che per Ronaldinho deve essere poco cotto, per Clarence Seedorf più saporito». Ma Persechini non è l’unico chef in casa Milan. Con lui lavora Oscar Basini, titolare di un ristorante a Tabiano (Parma). «Per i calciatori noi siamo mamme o zie. Loro si fidano di noi. Quando arrivo in un albergo, mi aspetto sempre che i cibi e gli strumenti in cucina siano come avevo chiesto. Mi è capitato di far rilavare insalate che non mi sembravano ben pulite» spiega.
Già, perché la freschezza degli alimenti è principio sacro. Ecco perché quando viaggiano gli chef degli sportivi portano gran parte del cibo con sé. Bauli di pasta, bresaole e prosciutti, forme di parmigiano, pomodori per sughi da fare al momento. «Lo chef del Chelsea» prosegue Basini «nemmeno si sporca le mani. Lui controlla. Cosa vuol dire controllare? Siamo pagati per cucinare!».
Si danno un gran da fare anche Paolo Zanella e Marco Peroli, che cucinano per il team ufficiale Ducati, ovvero anche per Casey Stoner e Marco Melandri. A differenza degli chef dei calciatori che, in trasferta usano le cucine degli alberghi che ospitano la squadra, questi ultimi hanno delle cucine mobili, organizzate nei motorhome. Girano il mondo e fanno squadra. In tutti i sensi. «Nei paddock tra chef ci conosciamo, ci diamo una mano. Non siamo gelosi delle nostre ricette. Se a me manca qualche ingrediente, busso alla porta del mio collega» spiega Zanella. Peroli dice: «Siamo come fratelli. Rispetto agli chef “normali” noi dobbiamo fare i conti con l’imprevisto dal momento che ogni volta andiamo in un paese diverso, senza contare le dimensioni ridotte delle cucine».
Disagio che non spaventa Vincenzo Capuano, titolare del ristorante Da Cicciotto a Posillipo che, al team Ducati Pramac, offre servizio di catering. Nell’impresa lo aiutano otto volenterosi ragazzotti che si occupano anche di organizzare i camion con l’occorrente. Carichi di? «Trenta chili di mozzarelle, 30 di pomodorini, verdure di stagione, polpi veraci, ricciole, 30 chili di pasta» racconta Capuano e aggiunge «decido io cosa cucinare. Farlo per 300, a volte 500 persone, è una bella sfida. Ricordo quando l’anno scorso a Misano preparammo 950 pizze. Da Napoli mi portai perfino l’acqua, e 90 chili di fior di latte».
E poi c’è il famoso, complice uno spot sulla Nutella, Claudio Silvestrini, il cuoco della nazionale di calcio. «Mi sento come la mamma degli azzurri. La notorietà non mi ha cambiato. Non mi percepisco mai come singolo, bensì come squadra. Quando giriamo il mondo per le trasferte temo sempre qualche sabotaggio in cucina. Fortunatamente non è mai accaduto, ma l’ansia c’è. Se qualcosa andasse storto mi sentirei in colpa» ammette.
E poi c’è Ciro Ercole al servizio della Scavolini Volley femminile. «Cucinare per donne ti dà una soddisfazione in più. Le atlete sono curiose, me le ritrovo in cucina e mi chiedono consigli. Senza polemica voglio precisare che non patisco il fatto di non essere famoso come alcuni chef italiani. Preferisco sfamare atleti, che il mio ego» conclude. Anche Drazen Brkljacic è felice di essere al servizio del team Yamaha. Niki, così lo chiamano tutti, cucina per Valentino Rossi («uno di bocca buona e ghiotto di pasta al tonno») e Jorge Lorenzo («gusti semplici, amante del petto di pollo») e, naturalmente, anche per i dirigenti, i tecnici, i meccanici e gli ospiti di turno. «Rispetto a uno chef stellato, io non ho una brigata al seguito che mi dà una mano. Devo fare tutto da solo. Quindi senza nulla togliere ai cuochi blasonati, direi che noi siamo più abituati a cavarcela». E chi cucina per la nazionale italiana di rugby? «Non abbiamo uno chef tutto nostro» precisano dal quartier generale, ma se la squadra si trova a Roma alloggia, e mangia, sempre nello stesso luogo, al Park Hotel La Borghesiana. Verrebbe naturale immaginarsi 15 giganti, un po’ scomposti, a un tavolo zeppo di ogni ben di Dio. In realtà, rassicura il direttore Emilio Vesigna, «sono clienti modello, e consumano menu da persone normali». E chi lo avrebbe mai detto. l

Lunghe, lunghissime, a girocollo oppure su misura, le collane Va.Anto, in cristalli, radici di rubino, con perle gemelle di fiume, in citrini o in vetro calato nel rame e nell’argento, sono il frutto di una ricerca di materiali in giro per il mondo. Dai fondi delle vecchie passanamerie francesi, ai mercatini arabi, passando per le botteghe polverose veneziane.La collezione di collane a tiratura limitata è ospitata in questi giorni nello spazio Hlam design di Milano. Per tutti i desideri e per tutte le passioni ma con un solo comun denominatore: ognuno è un pezzo unico nella fantastica epoca della serialità industriale.
Infilate, sfilate e poi rinfilate, con la certosina pazienza che contraddistingue i pignoli, tutte le collane sono state realizzate a mano. Anzi, a quattro mani, da Valentina e Antonella, che di mestiere fanno altro, ma che per diletto, piacere, per avere la scusa di incontrarsi almeno una volta a settimana hanno iniziato una Va.Anitosa avventura.
Per solidarietà femminile, con spirito di leggerezza e convinte che quando i tempi sono duri le donne si ingioiellano. E perché, dicono, “per citare un cinico maschio, è sempre meglio una luminosa collana che un ruvido cappio al collo”.

La console Nintendo Ds lite è la fine dei libri di ricette, spesso incompleti, difficili da consultare quando si hanno - letteralmente - le mani in pasta. Con un database di 250 ricette internazionali, la consolle diventa un valido alleato in cucina. Basta appoggiarlo di fianco ai fornelli e seguire le indicazioni di uno chef virtuale (e molto paziente), pronto ad assecondare i vostri tempi grazie a un comando vocale.
Si parte dalla scelta del piatto. E un cuoco esperto comincerà a parlarvi dal monitor della Nintendo Ds, mostrandovi le immagini delle fasi di preparazione e fornendovi le informazioni di La guida in cucina: che si mangia oggi?, ricchissimo database di ricette da tutto il mondo. Dopo aver deciso cosa cucinare, ad ogni passo, basterà dire “avanti” per passare alla fase di preparazione successiva, oppure “indietro” per far ripetere il passaggio al vostro assistente virtuale. Ogni ricetta si potrà poi arricchire di appunti che potrete annotare come promemoria per perfezionare il risultato in futuro.

di Fiammetta Fadda
E se per quest’anno abiurassimo il bianco e ci dedicassimo al nero? Non solo nei sobri abitini da indossare a segnalare elegante parsimonia, ma anche per la più preziosa ghiottoneria della stagione fredda: i tartufi. L’annata 2009, che si preannuncia eccellente per il famoso fungo ipogeo, prevede anche prezzi stellari per il Tuber magnatum pico, il bianco d’Alba, sostenuto da aste gonfiate tra Mosca, Parigi e Hong Kong e da fiere dove gli «affari» per i non addetti ai lavori sono tanto divertenti quanto imprudenti.
Il tam tam è già partito nei ristoranti dove c’è chi esige (e purtroppo ottiene) il risotto con la trifola (tartufo bianco): ancora acerba, profumata quanto una patata, spesso di incerta provenienza. Sarebbe ora che gli italiani, senza fare indebiti paragoni tra due pianeti diversi, imparassero a conoscere e apprezzare il Tuber melanosporum Vittadini, leggi tartufo nero pregiato, come da secoli fanno i francesi.
Per tre ragioni. La prima è che il tartufo nero profuma di sé tutto il tracciato della via Flaminia, l’area ricca di lecci e quercioli dell’Appennino toscoemiliano, marchigiano e umbro, con la sua punta di eccellenza a Norcia, ma anche a San Miniato e Acqualagna, dove bianco e nero s’incrociano, e se ne producono quantità tali da rendere il piacere di gustarlo ripetibile con frequenza senza esborsi imbarazzanti.
La seconda è che è più indenne da contraffazioni truffaldine della celebrata trifola d’Alba, cittadina cui va il merito di aver reso famoso un prodotto che fino agli anni 50 era difficile vendere perfino a Torino, ma che ormai, per soddisfare la richiesta, dovrebbe estendere le sue colline su un’area più grande dell’intero Piemonte.
Non che la tartufomania risparmi il nero pregiato: la disinformazione del cliente sui precisi ritmi stagionali delle varie specie, che coprono l’intero arco dell’anno, incoraggia commercianti e ristoratori ad affettare su carpacci e risotti tartufi cinesi e tartufi estivi insapori e inodori, inondandoli di olio aromatizzato con prodotti di sintesi. La Regione Marche è partita alla riscossa: da fine mese, con l’apertura ufficiale della ricerca, in 33 ristoranti di qualità (Cuochidimarca.it) i tartufi, certificati da un bollino che ne garantisce la provenienza, saranno venduti senza ricarichi sul prezzo commerciale direttamente al cliente, libero di farseli cucinare o di portarseli a casa.
Infine, il tartufo nero, contrariamente al bianco, per esprimersi ha bisogno del calore del fuoco e della mano del cuoco, un terreno in Italia ancora poco esplorato, quindi ricco di sfide per i professionisti dei fornelli. La partita si disputa con la Francia, che detiene il primato nell’arte della preparazione del nero del Périgord, lo stesso che ha dato origine a piatti celebri, tra cui la «soupe Vge», zuppa di tartufi neri, fegato d’oca e petto di pollo, sigillata da un coperchio di pasta sfoglia creata da Paul Bocuse in onore di Valéry Giscard d’Estaing, e la «poularde demi deuil», gallina a mezzo lutto, fasciata sottopelle di lamelle di tartufo nero. «Ma ho dovuto faticare a convincere i cuochi a offrirlo» confida Bruno Capanna, sindaco di Acqualagna, considerata la Wall Street della trifola e centro nevralgico della Urbani Tartufi, colosso mondiale della commercializzazione di prodotti a base di tartufo.
Se molti si limitano a usarli per spalmare crostini, i grandi cuochi ne hanno sempre capito la stupenda carnalità. Lucio Pompili, al Symposium di Serraungarina, li usa nelle salse con aglio e una puntina d’acciuga su paste e risotti, e ci fa una ghiotta schiacciata di patate. Gianfranco Vissani li grattugia sopra e dentro la pasta dei ravioli di scampo; li unisce ai fusilli insieme a un’insalata di aragosta; li prepara in zuppa con il dorso di coniglio.
La stagione ufficiale di raccolta si sta aprendo in tutta Italia, ma per il nero il vertice della bontà arriva a dicembre e continua fino a marzo. Vale la pena attendere. Anche perché, quanto ai decantati effetti afrodisiaci, nulla uguaglia la potenza del nero. l

Tutto sembra meno che un sistema di diffusione sonora. Sauntina, questo il suo nome, che deriva dai termini “sound” (suono) e “fountain” (fontana), è una cassa audio progettata da Sony per diffondere la musica a 360° nella stanza. È la prima cassa costruita con vetro e pelle. Che, grazie alla luce blu, ambra o porpora crea un’illuminazione d’atmosfera adatta a tutti gli ambienti. Il suono si propaga dalla base del cilindro nel vetro, rinforzato da dispositivi che permettono di non perdere potenza così da avere la stessa qualità sonora a varie distanze dalla sorgente.
Suaintina è un sistema completo a cassa singola, alta 1.85 m e con un diametro di 32,5 cm.
Grazie alle sue caratteristiche tecniche (3 vie con tweeter in vetro organico, midrange da 7 cm e woofer da 13 cm capace di coprire frequenze da 50Hz a 20kHz) è un sistema sonoro di alta fedeltà. Si possono collegare le più diffuse sorgenti audio come lettori DVD, Blu-Ray, CD o Mp3 usando cavi analogici o digitali, per una maggiore purezza del suono. La regolazione del volume, come le varie impostazioni, si effettuano con il telecomando. Sauntina è decisamente un’ innovazione molto interessante nel campo audio, ma rimane un oggetto per pochi appassionati: viene venduta a 10 mila euro, solo su ordinazione, nei negozi specializzati in alta fedeltà. (O.P)