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Cina

A Shanghai una vacanza indimenticabile in 24 ore

Cartoline di una Shanghai coloniale

Dal momento che i contratti di lavoro cinesi non prevedono giorni di ferie se non in occasione delle festività nazionali, a Shanghai, tra una classe media sempre più viziata dagli agi della vita moderna, si sta diffondendo una nuova abitudine, ideale per far sentire in vacanza chi, purtroppo, non ci può andare. Si tratta di “pacchetti 24 ore”, promossi dagli  alberghi più lussuosi della capitale finanziaria della Cina, grazie ai quali si riesce a staccare la spina, anche per una sola notte, per lasciarsi coccolare in oasi che riecreano le atmosfere e i comfort da favola delle mete di villeggiatura più gettonate.

Shanghai è talmente grande che anche per un check-in di una notte la scelta è tutt’altro che limitata. Il Park Hyatt, ad esempio, è ospitato dal World Financial Center di Pudong. Interni sofisticati, dettagli tecnologici, bagni robotizzati, pavimenti riscaldati, una piscina infinita all’87esimo piano e un ristorante al 91esimo, aiutano gli ospiti a sentirsi lontanissimi dalla città. Una seconda opzione è il St. Regis, che assieme alla stanza assegna anche un maggiordomo personale. Può fare shopping con i clienti, o persino fingersi la loro guardia del corpo. Altra caratteristica del St. Regis è quella di fornire qualunque quotidiano richiesto (anche quelli normalmente sottoposti a censura). L’Hyatt sul Bund, infine, oltre ad offrire una vista mozzafiato sugli edifici storici del Bund e sui grattacieli di Pudong da finestre che vanno dal pavimento al soffitto, ha una piscina e una spa dai servizi indimenticabili, e una rosa di ristoranti tra cui può essere difficilissimo scegliere. Ma passare dal Vue è assolutamente necessario, e non per la vista, ma per gli arredi, studiati con la stessa cura di un’opera d’arte.

Idee per le feste in salsa orientale

Filippine, luci di Natale decorano una chiesa a Las Pinas

Natale e capodanno tradizionalmente non sono feste asiatiche. Tuttavia, in entrambi i Paesi cittadini sempre più entusiasti di celebrare all’occidentale sono riusciti a dare a questi due momenti un tocco tipicamente orientale.

In Cina, cristiani e non hanno preso l’abitudine di abbellire la casa con “l’albero della luce”, che al posto di nastri e palline sfoggia lanterne, fiori (di carta) e festoni fatti a mano intrecciando stisce di carta o raso rosse. Nei pressi dell’albero, non manca mai un Babbo Natale (in cinese Dun Che Lao Ren, letteralmente vecchio signore di Natale) di pezza o di plastica, che secondo gli asiatici ha il compito di attirare la buona sorte nelle abitazioni. Per i banchetti, i cinesi tendono a preferire il ristorante, che spesso per l’occasione ricrea un’atmosfera più carnevalesca che natalizia, mettendo a disposizione di ogni tavolo stele filanti, fischietti e cappellini a cono destinati all’intrattenimento dei commensali.

A Hong Kong, nel periodo natalizio si festeggia anche il Ta Chiu, una ricorrenza di pace e rinnovamento, in occasione della quale si portano offerte alle divinità dei templi di quartiere e si leggono i nomi di tutti coloro che abitano nella stessa zona. Il custode del tempio, dopo la lettura, incolla i fogli dei nomi a un cavallo di carta per poi bruciarli, convinto che fuoco e cavallo li aiuteranno a trovare la strada del paradiso quando sarà necessario.

In realtà, nella tradizione cinese il Natale è soltanto una delle celebrazioni che precedono il capodanno cinese, che, in base al calendario lunare, cade tra gennaio e febbraio. È questa la vera festa in cui le famiglie si ritrovano per scambiarsi regali e per ricordare gli antenati bruciando incenso e candele.

Per i giapponesi, invece, il Natale è una ricorrenza per scambiarsi regali e impegnarsi in attività di beneficenza. Nonostante i cristiani del Sol Levante non superino l’1,2% della popolazione, in tutte le case non manca mai un piccolo presepe per ricordare la natività. Il Babbo Natale giapponese, invece, non è Santa Claus ma Hoteiosho, un monaco buddista vestito di rosso che viaggia con enormi borse di doni da depositare nelle case dei bambini buoni.

Infine, in attesa del primo giorno dell’anno, a dicembre i giapponesi mettono ad essiccare sui terrazzi collane di cachi sbucciati da regalare come snack di buon augurio ad amici e parenti. Il primo gennaio, infatti, è per il Giappone uno dei giorni più importanti dell’anno. Per l’occasione, le abitazioni vengono lucidate a dovere e i familiari indossano gli abiti migliori per seguire il padre in un itinerario che copre tutte le stanze. Secondo le usanze locali, il posizionamento di fagioli rossi in ogni angolo permetterebbe di scacciare tutti i diavoli dalle mura di casa e di far entrare gli spiriti della fortuna.

Nel Fujian, dove si coltiva il tè più prezioso del mondo

Un negozio cinese di tè

La provincia del Fujian, sulla costa orientale della Repubblica popolare cinese, è molto famosa per la sua eccellente produzione di tè. Fino ad oggi, sia il clima che le caratteristiche del suolo hanno permesso ai coltivatori della zona di accumulare elevati profitti dalle vendite di tè Oolong. Ma i più fortunati sono quelli che si occupano dei cespugli di Wuyishan.

Sulle pendici della collina Wu Yi su cui sorge questa cittadina, all’altezza di una roccia chiamata Jiu Long Ke, crescono quattro cespugli, i Da Hong Pao -letteralmente abito rosso smagliante- le cui foglie di tè sono considerate le più pregiate di tutto il Paese. Questi arbusti sono talmente famosi che la maggior parte dei turisti che si reca nel Fujian non perde occasione per andare ad amminarli. A differenza di ogni altra escursione nelle piantaghioni di tè, però, a Wuyishan non è permessa la degustazione gratuita, a meno che i turisti non si accontentino di bere il tè ricavato dalle foglie degli alberi e dei cespugli circostanti, ottenuti da innesti del Da Hong Pao.

Secondo la leggenda, un imperatore della dinastia Tang (618-907 d.C.) nel corso di una visita alla collina Wu Yi assaggiò il tè di questi arbusti e, trovandolo squisito, decise, come segno di generosità, di avvolgere i cespugli con una stoffa rosso smagliante. Alternativamente, c’ è chi sostiene che il tè di Wu Yi venne inviato a un imperatore Tang per curarne una brutta malattia. Una volta guarito, l’imperatore inviò una stoffa rosso smagliante da avvolgere attorno agli arbusti da cui erano state raccolte le foglie miracolose.

Dal 1998, ogni anno 20 grammi di Da Hong Pao vengono venduti all’asta a cifre record che toccano anche i 200.000 Yuan (circa 10.000 Euro), mentre il resto della produzione viene regolarmente inviato a Pechino sotto forma di pacchetti regalo che i leader del Partito generalmente donano ai Capi di Stato e di governo che visitano il Paese. Nel 1972, ad esempio, Il Presidente americano Richard Nixon ricevette 200g di Da Hong Pao direttamente da Mao Zedong. Le foglie di tè raccolte sugli alberi creati con degli innesti, invece, possono essere liberamente vendute sul mercato. A prezzi abbordabili, naturalmente.

I gioielli che hanno cambiato il volto di Pechino

Il Centro Acquatico Nazionale, detto il Cubo d'acqua
Mentre i riflettori sono tutti puntati sulla Cina per i Giochi olimpici, vale la pena dare un’occhiata ai monumentali gioielli di architettura creati apposta per l’occasione, a Pechino e dintorni. Il Paese del Dragone del resto ha investito qualcosa come 40 miliardi di dollari per impressionare il mondo. Sarà difficile rimanere delusi.
Basta passeggiare per Pechino, infatti, per capire come progettazioni avveniriste hanno completamente cambiato la fisionomia della città.
Il pezzo forte resta il nuovo Stadio Nazionale, diventato il biglietto da visita di queste Olimpiadi 2008. Visto da lontano sembra una complessa matassa geometrica di linee. Al suo interno ospiterà le cerimonie di apertura e chiusura, tutte le competizioni di atletica e la finale di calcio maschile. Costo complessivo, 500 milioni di dollari.
Altrettanto spettacolare soprattutto di sera con il gioco di luci che riesce a produrre al suo esterno, è il Cubo d’acqua come è stato ribattezzato, cioè il Centro Acquatico Nazionale. Ricoperto di ben 3000 gigantesche bolle di plastica il centro è stato costruito per ospitare le competizioni di nuoto e quelle di nuoto sincronizzato. La notte si trasforma in uno spettacolo di luci con 16 milioni di tonalità diverse. Un gioco, insomma, supertecnologico. Altra meraviglia delle meraviglie è il cosiddetto Cubo d’oro, cioè l’arena di basket Wukesong. Progettato dall’architetto statunitense Davida Manica, lo stesso che ha realizzato in America l’Houston Rockets, il Wukesong è rivestito di leghe di alluminio in grado di riflettere l’80% dei raggi del sole, da cui il particolare colore dorato. Infine, non passerà inosservata neanche la Corona di cristallo, cioè uno dei quattro stadi di calcio costruiti fuori Pechino, cioè lo Stadio Olimpico di Shenyang. La sua capacità è di 60 mila spettatori. Il suo vanto invece, il tetto: ben 2000 metri quadrati di materiali trasparenti a forma di petali.
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Scene da un matrimonio. Cinese

[i](Credits foto: Claudia Astarita)[/i]
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Volete organizzare un matrimonio originale e insieme supertradizionale? Ispiratevi al modello cinese, in cui tradizione e modernità non si escludono a vicenda in un rito nuziale che si basa su due registri culturali, quello occidentale e quello cinese, per la sue mise en scène contemporanea.

La data Che il rito venga celebrato durante la settimana o nel week-end non fa differenza. L’importante è che siano scelti il giorno otto (in cantonese bat, simile a fat, ricchezza) o nove (gau, longevità).
[i](Credits foto: Claudia Astarita)[/i]
Le partecipazioni Si compongono in genere di tre parti: un cartoncino rosso dove, in cinese e in inglese, i genitori degli sposi invitano amici e parenti a festeggiare il matrimonio dei figli. Un buono per ritirare un dolce in pasticceria, visto che la torta nuziale è di plastica e serve solo per scattare le foto, e una busta rossa (laisi) contenente, per buon auspicio, l’equivalente di un Euro, da utilizzare per il regalo degli sposi: un contributo economico il cui valore oscilla tra i 20 e i 100 Euro, a seconda del grado di amicizia. In realtà, tutte le fasi del matrimonio cinese (e non solo) sono contrassegnate dallo scambio di laisi, la tipica busta rossa in cui ci si scambia l’unico regalo riconosciuto come tale dagli orientali: il denaro.
[i](Credits foto: Claudia Astarita)[/i]

Gli abiti da sposa La sposa che rispetta la tradizione indossa tre abiti: Un qipao (abito tradizionale cinese) coloratissimo, meglio se a fiori, da indossare la mattina. Un abito bianco per la cerimonia ufficiale, e uno da sera rosso per i festeggiamenti finali.

Le foto di nozze Le foto nuziali si scattano prima del matrimonio. In una giornata di sole, gli sposi si spostano tra i luoghi più belli della città per scattare le immagini che proietteranno poi durante le cerimonia in appositi maxischermi.
[i](Credits foto: Claudia Astarita)[/i]
Il passaggio da una casa all’altra e la cerimonia del tè Il matrimonio in Cina occupa una giornata intera. La mattina il giovane sposo, in compagnia degli amici più cari, si reca presso il domicilio dei genitori della futura sposa. Qui incontra le amiche della stessa cui consegna un laisi che le ragazze potranno poi spartirsi tra loro. A questo punto, l’uomo raggiunge la sposa nella sua camera e le consegna il bouquet. Insieme, vanno poi a servire il tè alla famiglia della ragazza. Lungo il tragitto tra il proprio domicilio e quello della famiglia del marito la sposa è considerata vulnerabile. Per questo motivo una damigella la protegge con un ombrello rosso. Nella casa del marito viene poi ripetuta la cerimonia del tè. Solo a questo punto i due ragazzi possono iniziare a prepararsi per il rito nunziale.
[i](Credits foto: Claudia Astarita)[/i]

La consegna dei regali e il mahjong Prima di entrare nella sala del ricevimento, dove verrà celebrato anche il rito, gli invitati devono registrarsi alla reception e consegnare i laisi. Dimenticavo: la busta va firmata, in modo che la coppia possa rendersi conto del valore dei regali ricevuti. A questo punto, gli ospiti si accomodano ai tavoli da mahjong (gioco cinese simile al domino), dove si intrattengono sorseggiando tè e mangiando dolci.
[i](Credits foto: Claudia Astarita)[/i]
La cerimonia Nella sala del banchetto è allestito un palco per gli sposi. Dopo aver scattato le ultime foto con gli invitati, questi ultimi si siedono a tavola per seguire il rito dai maxischermi posizionati ovunque. Niente lancio del bouquet e niente scherzi: è il master of ceremonies che ha il compito di allietare la serata raccontando la storia dei due ragazzi. Anche per il menù nulla è lasciato all’improvvisazione. Le portate devono essere dodici, sempre uguali, per scandire i vari momenti della serata. La zuppa di pescecane (quarta portata), ad esempio, segna il momento in cui la sposa si cambia d’abito e col marito inizia a salutare gli ospiti ai tavoli. Ma attenzione: non è permesso chiacchierare troppo. Servita la dodicesima portata (dolci e arance), i due ragazzi devono correre all’ingresso insieme ai genitori, per mettersi in fila e stringere la mano ad ospiti ormai pronti per tornare a casa.

Risotto milanese? Sotto la Madonnina si mangia sushi e filetto alla Stroganoff


Stufi del solito ristorante in cui si mangiano sempre e solo spaghetti e tagliata di vitello? Non ne potete più di pizza, birra, macedonia e caffé? E che dire poi dei tailleur così seriosi e delle polo sempre azzurrine? Se avete deciso di dire basta a tutto questo, allora scoprite l’altra Milano, la città più multietnica d’Italia.
Secondo una ricerca effettuata dalla Camera di commercio del capoluogo lombardo, infatti, sotto la Madonnina ci sono così tanti negozi, ristoranti, caffetterie e atelier di proprietà di stranieri che vi dimenticherete presto dei classici made in Italy. Per chi ha voglia di sperimentare è a disposizione anche una guida di 368 pagine - realizzata da Actl e Unione del Commercio di Milano - che raccoglie tutte le informazioni su ristoranti, negozi, centri benessere, bed & breakfast ed eventi dedicati al multietnico cittadino. Non che ci siano tutte le 19mila aziende registrate all’anagrafe delle imprese, certo, ma solo una selezione dei 150 più belli, curiosi o interessanti luoghi di ritrovo. Ecco quindi che chi vuole potrà gustare un buon sushi su un comodo tatami orientale sorseggiando sakè al Kandoo, al Nu-Cube o al Soho Cafè, oppure potrà cenare sotto una tenda berbera a piedi nudi sulla sabbia al Sud-Dinner Bar. Chi predilige la Russia può sempre optare per il Favorit, che ricalca nel nome e nell’arredamento la prima nave imperiale voluta dallo Zar Pietro il Grande, e per il Podkova, dove tra una vodka e l’altra potrà asssaggiare il filetto allo Stroganoff. Si mangia invece un ottimo pollo alla brace nel peruviano El Carajo, dell’anatra alla canna da zucchero dal cinese Ta Hua o del riso nero di seppie in prugne giapponesi da Finger’s. Un’ultima panoramica poi sugli spiedini con foglie di bergamotto preparate dal vietnamita Vietnamonamour, sullo stinco di maiale affumicato del bavarese Kapuziner Platz e sui magnifici gamberoni al profumo del Nilo dell’egiziano Il Faraone.
Se invece non è il palato che volete stuzzicare ma il corpo, basta fare un salto al Kalinka Russian Steamroom, dove sarete sottoposti a un bagno che aiuta a depurare l’organismo e a prevenire i raffreddori grazie ai vapori aromatizzati, al massaggio coi rami di betulla e agli impacchi balsamici o anche all’Hammam della Rosa - che propone trattamenti rigeneranti tra marmi, mosaici e fontane - o al Moresko Hammam Cafè, il più bagno turco più grande d’Italia.

Elogio della lentezza: in Italia scatta l’ora del tè

[i](Credits: [url=http://flickr.com/photos/visualpanic/758727959/]visualpanic[/url] by Flickr)[/i]

Il è la bevanda più bevuta al mondo dopo l’acqua, e nei suoi 5000 anni di storia ha visto combattere addirittura guerre per conquistarne piantagioni e difenderne il mercato, eppure a Shangay il suo consumo è in continuo calo, come a Londra, dove il caffè di Starbucks e di Caffè Nero la fa ormai da padrone.
Decisamente controcorrente l’Italia, patria delle torrefazioni di pregiati caffè, dove è il tè a tornare di moda. Che il tè freddo sia una delle bevande più consumate nel periodo estivo è cosa nota, ma la nuova tendenza vede protagonista il tè come bevanda calda, intesa come scelta di varietà e cerimonia di infusione.
Tè verde, tè bianco, tè nero, tè aromatizzato, foglie di tè unite a erbe diverse, dopo il succeso di yoga, meditazione e numerose altre pratiche orientali, il tè piace perché assimilato all’idea di lentezza e serenità. In Italia sempre più persone (uomini e donne) riscoprono la cerimonia del tè come pratica in cui il tempo assume una profonda importanza: il vero teatime. E sull’onda di questa nuova tendenza nascono corsi (per diventare tea taster o sommelier) ed eventi. Come il prossimo ExpoTè, in programma all’interno della fiera Benè, dal 16 al 19 novembre a Vicenza. Conferenze e degustazioni insegneranno a distinguere i diversi infusi, a conoscere storia e tradizioni, e anche a comprendere le diverse pratiche di cerimonia del tè, grazie all’intervento di maestri giapponesi e cinesi.

Happy hour all’orientale: stappa un Huangjiu al posto del mojito

Pu Mu, Chang Huang, Yellow e Mi Ya Luo: ecco i quattro cocktail che vanno per la maggiore nei pub e nelle discoteche orientali. E con una esportazione sempre più massiccia di vino cinese all’estero, non è detto che non sbarchino presto anche da queste parti. I drink cinesi, infatti, sono tutti a base di vino.

Il Pu Mu, ad esempio, è a base di vino di susina, rum e succo di mirtillo rosso. Il Chang Huang di succo d’arancia, Cointreau e Chu Yeh Ching Chiew, un distillato di zucchero e foglie verdi di bambù. Lo Yellow di liquore di pesca, miele, succo di limone fresco e Ginseng Hua Tiao, un distillato di grano profumato al ginseng. Il Mi Ya Luo, infine, è a base di Sprite, succo di frutto della passione, essenza agrodolce e vino Kwai Hua, un distillato di osmanto.

Per fare chiarezza, va aggiunto che i vini si dividono essenzialmente in due categorie: Baijiu e Huangjiu. I primi hanno un tasso alcolico superiore al 40%, i secondi inferiore al 20%. I Baijiu più famosi sono il Moutai (53%), un distillato di frumento, sorgo e “pura acqua di fiume” della provincia di Guizhou. Da quanto Mao Zedong lo offrì a Richard Nixon nel ’72, è diventato il vino nazionale per antonomasia. Il Jiu Gui (54%) mette insieme sorgo, riso, frumento, e acque sorgive dello Hunan. Il Mei Kuei Lu Chiew (54%) deriva da vino di sorgo, zucchero di canna e petali di rosa. Se il primo e il secondo si accompagnano benissimo con grigliate e granchi, il terzo è ideale per tutti i tipi di carne. Tranne il pollo, da accompagnare, a scelta, con il Vino di Riso (16%) o il Gu Yue Long Shan Hua Tiao (17%), entrambi, naturalmente, Huangjiu a base di riso.

Insomma, la scelta per chi ama bere è destinata ad ampliarsi e chissà che i cocktail cinesi non riescano a soppiantare quelli di origine caraibica con cui tutti abbiamo familiarizzato. presto il mojito potrebbe essere soppiantato dal Pu mu.