In principio era il cerotto. Anche se è una storia tutta recente visto che il primo fu brevettato nel 1920 negli Stati Uniti da un dipendente della Johnson & Johnson, tale Earle Dickinson che non ne poteva più di vedere la moglie Josephine tagliarsi o bruciarsi in cucina e disperarsi con fazzoletti di fortuna per sedare dolore e ferite. 88 anni dopo non solo i cerotti continuano ad invadere gli scaffali delle farmacie di tutto il mondo ma si sono trasformati anche in oggetti di moda, colorati, con fantasie sgargianti, opere d’arte in miniatura. Sicuramente eccentrici, inevitabilmente curiosi sono finiti nelle pagine giornali di tutto il mondo perfino sull’accreditatissimo New York Times. E se a Dickinson si deve l’invenzione stessa del prodotto a chi va il merito di aver portato il band-aid, come è conosciuto oltreoceano, fin sulle passerelle di moda? Non uno ma un coro sembra essere la risposta. Dal Brasile alla Germania passando per New York il risveglio del cerotto è stato universale. Il brasiliano Alexandre Herchovitch li ha adattati ai tessuti delle sue collezioni. Si indossa l’abito e si sceglie anche il cerotto perchè anche i dettagli più invisibili non stonino con l’insieme, almeno secondo la sua filosofia. Che ha fatto proseliti se si pensa che 120 scatole da lui firmate con le fantasie più eccentriche, dai fiori ai quadretti, sono andate letteralmente a ruba in una catena di negozi di New York e Los Angeles in meno di una settimana per la non modica cifra di 10 dollari a scatola. Lo statunitense Marc Jacobs, invece, è andato oltre e alle fantasie colorate ha aggiunto vere e proprie strisce da fumetto. Le scritte? Ouch, che in inglese significa ahi! E Boo! Boo! Inutile dire che Jacobs ha fatto il sold out e chi oggi vuole portarsi a casa un esemplare di questi deve accontentarsi delle aste di eBay. Lusso invece senza mezzi termini per i cerotti firmati dal designer tedesco Fabian Seibert. Sono tutti realizzati in cristalli Swarovski e per annoverarli nel proprio pronto soccorso o li si compra via Internet o ci si reca a Parigi, alle Galeries Lafayettes. Con una luce del genere addosso ogni ferita diventa solo un brutto ricordo.

Natalie Massenet è una donna che sa quel che vuole. Ad esempio, sa come vestirsi e cosa vorrebbe trovare in un negozio. E lo sceglie per le altre, mettendolo a disposizione a portata di un clic.
Ex redattrice moda, un aspetto elegante e curatissimo che oltremanica definirebbero classy, Natalie è la mente di Net-a-Porter, sito di culto dello shopping online griffatissimo. Nato nel 2000, il business è cresciuto rapidamente, tanto da raggiungere i cento dipendenti e un fatturato da 37 milioni di sterline (più di 53 milioni di euro). E che promette di fare sfracelli per questo Natale, con una guida al regalo pensata ad hoc. Tutto, dice chi la conosce bene, grazie allo charme e al fiuto impareggiabile di Natalie per le nuove tendenze, accumulato negli anni di lavoro per Tatler, W Magazine e Women’s Wear Daily. Ma dovuto anche al suo background internazionale di americana cresciuta a Parigi, figlia di una modella di Chanel.

Proprio l’esperienza nelle riviste di moda le ha dato l’idea per lanciarsi in questa attività imprenditoriale: non appena un servizio veniva pubblicato, fioccavano le telefonate di lettrici che chiedevano dove poter acquistare quella gonna o quella cintura. Da lì a pensare di rendere gli oggetti disponibili online, il passo è stato breve. E con il suo gusto le proposte del sito, scelte fra circa 150 griffe, sono sempre, quelle più calde della stagione e i capi vintage selezionati diventano immediatamente oggetti del desiderio. Arricchiti da consigli da stylist, suggerimenti per acquistare le taglie giuste e fotografati in abbinamenti impeccabili.
Non solo, però, per chi si può permettere di spendere migliaia di euro ad ogni acquisto. Le consumatrici online sono eterogenee, e spesso approfittano di saldi e offerte speciali. E tra il milione di utenti che visitano il sito ogni mese c’è anche chi lo utilizza come una patinata rivista di moda da sfogliare per cogliere le ultime tendenze e i must have della stagione. Magari per ispirarsi e poi acquistarli nelle versioni low cost.
Natalie presenta Net-a-Porter
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![[i]© 1956 The Richard Avdeon Foundation[/i]</p> <p>[color=red][b]The Golden Age of couture Paris and London 1947-1957[/b][/color]<br /> Londra, Victoria and Albert Museum<br /> Dal 22 settembre al 6 gennaio 2008<br /> [url=http://www.vam.ac.uk/vastatic/microsites/1486_couture/][b]Il sito ufficiale[/b][/url]<br />](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-novembre/golden-age/normal_goldenage01.jpg)
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Londra va pazza per il termine “Epoca d’Oro”: Golden Age era il regno di Elisabetta, Golden Age era la moda degli anni 1947-1957, Golden Age può essere considerata a buon diritto l’offerta culturale della city inglese oggi. 1947-1957 è l’epoca scelta dal Victoria and Albert Museum per una esposizione alla moda come nessun altra. Il museo in questione è il più grande di Londra e nei 6 piani del suo enorme edificio raccoglie 3000 anni di storia e un intero pianeta; da est a ovest, da nord a sud, dal passato al presente, dall’architettura alla fotografia, dalla scultura alla moda. Il Victoria and Albert Museum possiede infatti la più grande e fashion esposizione permanente dedicata ai vestiti. Di “The Golden Age of Couture - Paris and London 1947-1957″ parla Eleri Lynn, una delle curatrici, che ricorda: “l’idea della mostra nasce dal volere omaggiare Christian Dior, la cui prima collezione New Look compie quest’anno 60 anni”. Ma la moda può essere considerata una forma d’arte? “Certo, a volte. Prendiamo Cristobal Balenciaga, uno degli stilisti citati dalla mostra attraverso alcuni modelli, di lui Cecil Beaton diceva che era come uno scultore che lavora il marmo. Balenciaga lavorava le sue idee e le plsmava rendendo fisico e materiale l’astratto”. All’interno di una serie di sale scure sono esposte oltre 100 macchie di colore: abiti e poi fotografie, copertine, e ancora accessori e gioielli. Sono opere di Dior, Balenciaga, Givenchy, Chanel, Balmain, Fath, Schiaparelli; e poi dei londinesi puri Hardy Amies, Worth, Digby Morton, Norman Hartnell e John Cavanagh. “Il 95% dell’esposizione è di proprietà del Victoria and Albert Museum stesso. Abbiamo ricevuto alcuni prestiti dal Fashion Museum di Bath per quanto riguarda gli abiti e dall’archivio Britannico e dal French Gaumont Pathe archives per i video”. Non solo abiti per ricreare l’atmosfera di un tempo, “sono state scelte musiche e video che posso trasportare davvero il pubblico in un altro mondo, e sono indispensabili per mostrare chi e come indossava questi capolavori”.
Lo stilista-artista principale è Christian Dior: “1947 è l’anno della sua prima collezione, 1957 è l’anno della sua morte: Dior trasformò la moda nell’industria che conosciamo oggi”. E qual è il più importante stilista della nostra epoca? “Lo dirà il tempo, proprio a questo proposito è interessante notare come così tanti designer d’oggi facciano riferimento agli anni Cinquanta“. Ma la moda non è cambiata da allora? “Certo, dalla fine degli anni Cinquanta prese il sopravvento il facile da indossare, in una costante ricerca di un stile giovanile, quasi da teenagers”. Ma quanto sono importanti le modelle per i vestiti? “Modelle e make-up sono indispensabili e la nostra ricostruzione è assolutamente fedele per consegnare tutto un mondo alle future generazioni”.

Per i millenials (i nati dopo il 1982 e perciò maggiorenni solo nel nuovo millennio) la felpa è un capo, come la maglia, da indossare tutti i giorni. Così le sneakers, che in oltre il 70% dei casi (anche tra i non sportivi) rappresentano semplicemente le scarpe, e non quelle per fare ginnastica. Allo stesso modo il piumino è il giaccone per la stagione fredda, e ha ben poco a che vedere con la neve e la montagna.
Moda e sport, un connubio con cifre da capogiro, che rischia di far fuori le piccole aziende tecniche, se queste non dimostreranno di stare al passo coi tempi.
Questo il risultato di un’indagine condotta da Assosport (Associazione dei produttori di articoli sportivi) sugli orientamenti dei consumatori, nel settore dello sport-fashion. “C’era il bisogno di capire la reciprocità che legano il mondo della moda e quello delle aziende tecniche”, spiega Manuela Viel, direttrice di Assosport: “per seguire il consumatore bisogna tener conto dell’evoluzione storica di un prodotto, e questo è ciò che abbiamo fatto”.
Tre le generazioni analizzate dalla ricerca, che ha individuato le caratteristiche comuni (e, da qui, l’orientamento negli acquisti) dei boomers (i nati tra il 1944 e il 1960), dei genXers (nati tra il 1961 e il 1981) e dei millenials.
In base ai dati della ricerca, risulta che nell’ultimo quinquennio la spesa degli italiani nel settore dello sport-system è cresciuta del 7% (da 13,1 a 14 milioni di euro), ma l’aumento del fatturato è dovuto solo all’abbigliamento e non alla vendita di attrezzature tecniche: +5% sportswear, +29% abbigliamento neve, +12% moda mare, + 18% calzature.
In parole povere, ciò che attira i ragazzi nei negozi sportivi non è l’uso che si può fare del capo stesso, ma il suo marchio e la riconoscibilità che questo ha tra coetanei.
Come nel passato: se negli anni 80 diventavano dei must il piumino Moncler, le felpe Best Company e le Nike modello Blazer bianche e blu, nel decennio successivo, grazie alla tv e al successo dei programmi musicali, si sono imposti le Converse consunte e i jeans in stile grunge. Oggi, invece, T-Shirt, leggings e tessuti tecnici (il negozio di articoli sportivi è il più frequentato per il 52,1% degli under 25).
E per il domani? “Il fenomeno è complesso”, dice Manuela Viel, “perché racchiude i problemi della distribuzione, della segmentazione dei produttori, delle strategie di marketing e della capacità di reggere ai cambiamenti”. Come hanno fatto e stanno cercando di fare tante realtà, pronte ad invertire la rotta: “Aziende come Timberland hanno cercato di stare dietro al fashion, ma oggi provano a tornare sui loro passi. Alla lunga”, continua la direttrice di Assosport, “si è dimostrata vincente la scelta di chi ha mantenuto la propria identità, come Colmar, che si è orientata verso la moda ma non ha esagerato, al contrario di altri”.
Ma se, da una parte, gli storici marchi sportivi cercano di fare leva sulla tradizione, dall’altra le maison non stanno a guardare: “E’ più facile che uno stilista decida di disegnare capi sportivi, con successo, che non il contrario”.
E a poco servono gli studi sui materiali: “Oggi le grandi case di moda sono all’avanguardia anche per la ricerca tecnica”, avverte Manuela Viel. “I capi sportivi sono diventati capi di vita quotidiana”. Anzi: i più giovani non sanno qual è la differenza anche se, spesso, comprano solo cose di marca (nel 43,7% dei casi).