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Giappone

In Giappone è l’ultima moda. Si chiamano cat café, ovvero bar lounges in cui si possono affittare gatti veri ad ore. Lo scopo è quello di permettere a chi non ha tempo di cure quotidiane di poter provare comunque la gioia di un animale domestico. Da coccolare ma anche con cui giocare seppure con l’orologio sottomano.
Nella capitale Tokio la trovata sembra riscuotere molto successo e stranamente gli animalisti stavolta tacciono. Del resto in una delle metropoli più affollate al mondo con più di 12 milioni di abitanti questo sembra essere stato un buon compresso tra un amore ideale verso gli animali e i conti che bisogna fare con una città che costringe i suoi stessi abitanti dentro spazi minuscoli. Il meccanismo è semplice. Si entra nel bar come in un qualsiasi locale, si paga una consumazione e oltre alla bibita arriva anche un gatto con cui si può giocare per il tempo che si decide. E’ chiaro, il caffè è più caro che altrove ma il piacere di condividere il relax con un animale non ha prezzo. Tra i caffé che stanno sperimentando l’iniziativa uno dei più famosi è il Ja La La Café nel quartiere di Akihabara che proprone ben 12 gatti diversi per fare gli onori di casa. I clienti possono accarezzarli o semplicemente scattare qualche foto con loro. In media il cliente tipico è rappresentato da individui di sesso maschile, single, per lo più timidi nel socializzare. Gli animali del resto, sostengono gli psicologi giapponesi, sono uno strumento bellissimo per imparare ad interagire in una dimensione meno disumanizzata di quella che normalmente Tokio offre. Insomma, una tazza di caffè lì può davvero cambiare la vita anche se solo per qualche ora.
Filippine, luci di Natale decorano una chiesa a Las Pinas (Credits: Ansa)
Natale e capodanno tradizionalmente non sono feste asiatiche. Tuttavia, in entrambi i Paesi cittadini sempre più entusiasti di celebrare all’occidentale sono riusciti a dare a questi due momenti un tocco tipicamente orientale.
In Cina, cristiani e non hanno preso l’abitudine di abbellire la casa con “l’albero della luce”, che al posto di nastri e palline sfoggia lanterne, fiori (di carta) e festoni fatti a mano intrecciando stisce di carta o raso rosse. Nei pressi dell’albero, non manca mai un Babbo Natale (in cinese Dun Che Lao Ren, letteralmente vecchio signore di Natale) di pezza o di plastica, che secondo gli asiatici ha il compito di attirare la buona sorte nelle abitazioni. Per i banchetti, i cinesi tendono a preferire il ristorante, che spesso per l’occasione ricrea un’atmosfera più carnevalesca che natalizia, mettendo a disposizione di ogni tavolo stele filanti, fischietti e cappellini a cono destinati all’intrattenimento dei commensali.
A Hong Kong, nel periodo natalizio si festeggia anche il Ta Chiu, una ricorrenza di pace e rinnovamento, in occasione della quale si portano offerte alle divinità dei templi di quartiere e si leggono i nomi di tutti coloro che abitano nella stessa zona. Il custode del tempio, dopo la lettura, incolla i fogli dei nomi a un cavallo di carta per poi bruciarli, convinto che fuoco e cavallo li aiuteranno a trovare la strada del paradiso quando sarà necessario.
In realtà, nella tradizione cinese il Natale è soltanto una delle celebrazioni che precedono il capodanno cinese, che, in base al calendario lunare, cade tra gennaio e febbraio. È questa la vera festa in cui le famiglie si ritrovano per scambiarsi regali e per ricordare gli antenati bruciando incenso e candele.
Per i giapponesi, invece, il Natale è una ricorrenza per scambiarsi regali e impegnarsi in attività di beneficenza. Nonostante i cristiani del Sol Levante non superino l’1,2% della popolazione, in tutte le case non manca mai un piccolo presepe per ricordare la natività. Il Babbo Natale giapponese, invece, non è Santa Claus ma Hoteiosho, un monaco buddista vestito di rosso che viaggia con enormi borse di doni da depositare nelle case dei bambini buoni.
Infine, in attesa del primo giorno dell’anno, a dicembre i giapponesi mettono ad essiccare sui terrazzi collane di cachi sbucciati da regalare come snack di buon augurio ad amici e parenti. Il primo gennaio, infatti, è per il Giappone uno dei giorni più importanti dell’anno. Per l’occasione, le abitazioni vengono lucidate a dovere e i familiari indossano gli abiti migliori per seguire il padre in un itinerario che copre tutte le stanze. Secondo le usanze locali, il posizionamento di fagioli rossi in ogni angolo permetterebbe di scacciare tutti i diavoli dalle mura di casa e di far entrare gli spiriti della fortuna.
Sembra essere veramente molto lontana l’epoca delle “Grindhouses”, le sale cinematografiche di periferia made in Usa, spoglie nell’arredamento e nei contenuti, anche se fecero la fortuna dei B-movies. Le ultime tendenze oggi guardano al lusso e alla super tecnologia perché andare al cinema non sia solo vedere un bel film ma soprattutto vivere un’atmosfera sensoriale completa. Lo sanno bene i giapponesi che hanno da poco inaugurato lo Shinjuku Piccadilly, considerato senza ombra di dubbio il cinema più lussuoso del mondo. L’idea è quella di trasformare una sala cinematografica in una sorta di lounge, dove si viene assistiti da hostess gentilissime ancor prima che la proiezione abbia inizio. E sempre prima del film in una saletta privata lo spettatore-ospite può scegliere tra un flute di champagne, un’acqua delle Fiji o un bicchiere di Brunello di Montalcino. Tanto poi lo spettacolo è assicurato. Poltrone reclinabili, suono perfetto e se si vuole anche la possibilità di vedere il film in un privé con la propria compagna.
Dall’altra parte del mondo negli Stati Uniti fa eco alle novità giapponesi lo spirito imprenditoriale di Robert Redford. Il Kabuki Theater di San Francisco è, infatti, l’ultima creatura di casa Sundance Cinemas, la divisione cinema dell’impero dell’attore californiano. Il suo aspetto è a metà tra ristorante di lusso e confortevole salotto. Ma negli Stati Uniti un’altra tendenza sta prendendo piede e va contro il mondo spesso di massa dei multiplex. E’ la riscossa dei piccoli cinema. I Big Pictures, così si chiamano, hanno spazio solo per un centinaio di spettatori. Niente popcorn in sala, un’atmosfera piuttosto da teatro dell’Opera, film di qualità. Il lusso più grande per gli americani, in fondo, resta sempre quello di imitare noi Europei.

Per i cultori del caffè l’ultimo lusso arriva dal Giappone dove, per 20 mila dollari Usa, si può portare a casa Coffee maker, cioè una supertecnologica macchina che utilizza lampade alogene per scaldare l’acqua. Il risultato è un caffè che gli esperti hanno definito caleidoscopico. In base alla temperatura, cioè, cambiano sapori e odori.
Ma la coffeemania non cessa di stupire. Per chi non può permettersi l’ultimo ritrovato giapponese il celebre Caffè Pedrocchi di Padova ha dato il via ad una vera e propria Università del caffè. Tra specchi e tazzine retrò gli appassionati potranno imparare i trucchi del mestiere, oltre che assaporare la più ampia varietà di torrefazioni. E per chi è in cerca di nuove emozioni tra Milano e Parma, in alcuni bar con menu sperimentali, si può degustare già da qualche mese quello che è considerato il più prezioso caffè al mondo mai prodotto finora, cioè il Kopi Luwak. Attenzione però, prima di portare la tazzina alla bocca è giusto sapere che questo nuovo tipo di caffè è considerato pregiato per la sua produzione. I chicchi vengono sì tostati ma solo dopo essere stati ingoiati ed espulsi da un mammifero indonesiano chiamato Luwak. La produzione è limitata, da cui il valore di mercato, il caffè è molto forte, costa 500 euro al Kg che si traducono in 5 euro a tazzina ed è già in vendita anche su eBay. Per chi invece ha tempo e voglia di scoprire tutto il mondo, stavolta nel senso geografico del termine, che c’è dietro una tazzina un’occasione interessante è offerta da un Summer Campus interamente dedicato al caffè. Basta parlare bene l’inglese, avere tra i 18 e i 28 anni e il Costarica vi aprirà le sue porte. Piantagioni, centri di macinatura, il tutto condito da foresta tropicale e spiagge da sogno saranno gli elementi chiave per capire le tappe necessarie perché la preziosa bevanda nera arrivi fin nelle nostre tavole.
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LA GALLERY
Il made in Italy ha sempre il suo appeal. La rivista londinese di design e qualità della vita Wallpaper ha consegnato i suoi Oscar, i Design Awards 2008, ovvero il meglio della moda, dello stile, del design, dell’architettura e del cibo. E l’Italia si conferma ispiratrice di tendenze, così come gli States e, su tutti, il Giappone. Non a caso anche nella giuria c’è una rappresentate della moda nostrana dal respiro internazionale, Donatella Versace.
Tra i premi principali assegnati dai giudici, vince la categoria Miglior hotel il Riva Lofts di Firenze, disegnato da Claudio Nardi. Ex atelier di progettazione architettonica dello stesso Nardi, è stato trasformato in dimora per gli ospiti, con nove suite che si affacciano sulla “rive gauche” dell’Arno, ognuna con una combinazione molto chic di arredamento d’epoca e moderno. È designer dell’anno, invece, il giapponese Tokujin Yoshioka, che si è distinto a Milano con la sua “Panna Chair”, realizzata per Moroso, voluttuosa seduta simile a una nuvola di cremosa panna montata.

Il Mathias Dahlgren di Stoccolma è il miglior ristorante, la Ring House di Karuizawa, a 185 chilometri da Tokio, realizzata dai giapponesi Makoto Takei e Chie Nabeshima (Tna), è la migliore casa privata, una sorprendente torre di vetro e legno in mezzo al bosco.
La migliore collezione invernale è firmata Jil Sander per Raf Simons. Come costruzione pubblica è stato selezionato il New Museum di arte contemporaena di New York, nel distretto di Bowery, realizzato dagli architetti giapponesi Sanaa, con sette piani costruiti come scatole piazzate l’una sull’altra. La città dell’anno è Los Angeles, che ha pochi eguali nel saper apprezzare le sfide del design. Miglior elettrodomestico il diffusore d’audio “Katamari 01″ speaker by Giyanze.
L’oggetto per migliorare la vita? Il laptop da cento dollori destinato ai paesi poveri, realizzato dallo statunitense Yves Béhar insieme a Nicholas Negroponte del MIT Media Lab. Ma di certo l’articolo più simpatico è il TweezLight, pinzette dotate di una luce LED che permette di illuminare i peli superflui. Come farne senza?
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Tra gli altri riconoscimenti, attribuiti da Wallpaper stesso e non dalla giuria, spopolano gli italiani. Migliore campagna pubblicitaria a Prada, che condivide la piazza con ottimi compagni come Lanvin, Louis Vuitton, Richard James, Vivienne Westwood e Yves Saint Laurent. Il creativo più apprezzato è un bolzanese “esiliato”, che ha scelto come sua città Londra, Martino Gamber. Poco più che trentenne ha già lavorato con Ron Arad, Matteo Thun, e Tom Dixon.
Premiati Paros D1 di Enzo Mari, portacenere in marmo nero marquina della Danese Milano, i comodini Dado dello Studio Kairos per B&B Italia, e i tappeti in cashmere dell’azienda milanese Loro Piana. Miglior profumo “Infusion d’Iris” di Prada. Migliore libreria quella della casa di moda Bottega Veneta, rivitalizzata da Tomas Maier. L’illuminazione vincente è di Flos, fondata dal grande Achille Castiglioni, con “Chasen” di Patricia Urquiola, mentre le riedizioni di opere di successo sono l’armadio “Swell”, disegnato nel 1966 da Richard Shultz per B&B Italia, e il sofà “Marenco” del 1970, di Mario Marenco, per Arflex Milano. E non finisce qua.

Per le scaffalature si distingue ancora la Arflex con “Twist” di Carlo Colombo. Le scarpe più cool sono quelle della collezione 2008 di Gucci. Tra le migliori sfilate Dolce & Gabbana, Gucci e Versace.
L’elemento di una perfomance più gradito? “Genesi Light” della milanese Nanda Vigo. Per un tavolo con gusto “Bottle” dei britannici Barber e Osgerby per l’italiana Cappellini, con sopra una bella lampada “Leti” di Matteo Ragni, realizzata per Danese Milano.

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Stufi del solito ristorante in cui si mangiano sempre e solo spaghetti e tagliata di vitello? Non ne potete più di pizza, birra, macedonia e caffé? E che dire poi dei tailleur così seriosi e delle polo sempre azzurrine? Se avete deciso di dire basta a tutto questo, allora scoprite l’altra Milano, la città più multietnica d’Italia.
Secondo una ricerca effettuata dalla Camera di commercio del capoluogo lombardo, infatti, sotto la Madonnina ci sono così tanti negozi, ristoranti, caffetterie e atelier di proprietà di stranieri che vi dimenticherete presto dei classici made in Italy. Per chi ha voglia di sperimentare è a disposizione anche una guida di 368 pagine - realizzata da Actl e Unione del Commercio di Milano - che raccoglie tutte le informazioni su ristoranti, negozi, centri benessere, bed & breakfast ed eventi dedicati al multietnico cittadino. Non che ci siano tutte le 19mila aziende registrate all’anagrafe delle imprese, certo, ma solo una selezione dei 150 più belli, curiosi o interessanti luoghi di ritrovo. Ecco quindi che chi vuole potrà gustare un buon sushi su un comodo tatami orientale sorseggiando sakè al Kandoo, al Nu-Cube o al Soho Cafè, oppure potrà cenare sotto una tenda berbera a piedi nudi sulla sabbia al Sud-Dinner Bar. Chi predilige la Russia può sempre optare per il Favorit, che ricalca nel nome e nell’arredamento la prima nave imperiale voluta dallo Zar Pietro il Grande, e per il Podkova, dove tra una vodka e l’altra potrà asssaggiare il filetto allo Stroganoff. Si mangia invece un ottimo pollo alla brace nel peruviano El Carajo, dell’anatra alla canna da zucchero dal cinese Ta Hua o del riso nero di seppie in prugne giapponesi da Finger’s. Un’ultima panoramica poi sugli spiedini con foglie di bergamotto preparate dal vietnamita Vietnamonamour, sullo stinco di maiale affumicato del bavarese Kapuziner Platz e sui magnifici gamberoni al profumo del Nilo dell’egiziano Il Faraone.
Se invece non è il palato che volete stuzzicare ma il corpo, basta fare un salto al Kalinka Russian Steamroom, dove sarete sottoposti a un bagno che aiuta a depurare l’organismo e a prevenire i raffreddori grazie ai vapori aromatizzati, al massaggio coi rami di betulla e agli impacchi balsamici o anche all’Hammam della Rosa - che propone trattamenti rigeneranti tra marmi, mosaici e fontane - o al Moresko Hammam Cafè, il più bagno turco più grande d’Italia.
È una specie di Melrose Place in salsa di soia. Ricordate il telefilm ambientato a Los Angeles, dove una decina di bellimbusti e affascinanti donzelle condividevano il condominio, la piscina e più spesso che mai la camera da letto? Beh, in Giappone si sono inventati qualcosa di simile (ma invero molto più serio) e l’hanno battezzato “Social Apartment”. Ce n’è uno a Tokio, con 17 miniappartamenti, e uno a Yokohama che può ospitare fino a 61 single.
L’ultimo arrivato è il “Social Apartment Yomiuriland” nella città di Kawasaki: un edificio, costruito 16 anni fa per ospitare gli impiegati di una società di brokeraggio, completamente trasformato e riadattato allo scopo. Ora comprende 44 miniappartamenti (sul “mini” i giapponesi non hanno rivali: da 9 a 26 metri quadrati, non c’è certo da scialare) affittati esclusivamente a persone single. Con una motivazione quasi “sociale”: aiutarli a socializzare, a vivere in un ambiente “protetto” e amichevole, a farsi compagnia. In una parola: a sentirsi meno soli.
Il problema è particolarmente sentito in una società, come quella giapponese, dove fino a pochi anni fa le famiglie non si separavano mai, le generazioni stavano tutte sotto lo stesso tetto, e vivere senza una ragnatela di relazioni era impensabile. Oggi invece anche in Giappone, come dimostra bene un libro uscito da poco, “La mente giapponese” (a cura di Roger J. Davies e Osamu Ikeno, Meltemi editore), la spinta a trasgredire le regole della tradizione è molto forte. Sono sempre più numerosi i giovani che ritardano il momento del matrimonio, o antepongono la costruzione della carriera professionale a quella del nido familiare. E naturalmente i divorziati: i cosiddetti “single di ritorno”.
La storia del Social Apartment di Kawasaki è stata riportata dal Japan Times qualche giorno fa. I miniappartamenti sono dotati di letto e scrivania: tutto il resto, dal bagno alla cucina, dal salotto alla “sala cinema” fino alla palestra, è in comune con gli altri. Gli affitti variano da 46mila a 86mila yen (rispettivamente, circa 280 e 520 euro), cui si devono aggiungere 13mila yen (circa 80 euro) per le spese relative ai servizi comuni. I prezzi non sono stratosferici, quindi: forse è anche quello il motivo per cui di appartamenti vuoti non ce n’è neanche uno.
Ma chi sono i 44 inquilini di questo Social Apartment? Gente di tutte le età, dai 18 ai 43 anni. Alcuni sono molto giovani, frequentano ancora l’università; altri sono stranieri. Tutti ancora alla ricerca dell’anima gemella: e tutti contenti di avere qualcuno che, quando rientrano a casa, dica almeno “Bentornato”.
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Il tè è la bevanda più bevuta al mondo dopo l’acqua, e nei suoi 5000 anni di storia ha visto combattere addirittura guerre per conquistarne piantagioni e difenderne il mercato, eppure a Shangay il suo consumo è in continuo calo, come a Londra, dove il caffè di Starbucks e di Caffè Nero la fa ormai da padrone.
Decisamente controcorrente l’Italia, patria delle torrefazioni di pregiati caffè, dove è il tè a tornare di moda. Che il tè freddo sia una delle bevande più consumate nel periodo estivo è cosa nota, ma la nuova tendenza vede protagonista il tè come bevanda calda, intesa come scelta di varietà e cerimonia di infusione.
Tè verde, tè bianco, tè nero, tè aromatizzato, foglie di tè unite a erbe diverse, dopo il succeso di yoga, meditazione e numerose altre pratiche orientali, il tè piace perché assimilato all’idea di lentezza e serenità. In Italia sempre più persone (uomini e donne) riscoprono la cerimonia del tè come pratica in cui il tempo assume una profonda importanza: il vero teatime. E sull’onda di questa nuova tendenza nascono corsi (per diventare tea taster o sommelier) ed eventi. Come il prossimo ExpoTè, in programma all’interno della fiera Benè, dal 16 al 19 novembre a Vicenza. Conferenze e degustazioni insegneranno a distinguere i diversi infusi, a conoscere storia e tradizioni, e anche a comprendere le diverse pratiche di cerimonia del tè, grazie all’intervento di maestri giapponesi e cinesi.
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Non chiamatela bigiotteria. Il fatto che un paio di orecchini, un bracciale o un girocollo fatti con resine, materiali semi preziosi e ottone, arrivino a costare fino a 3mila euro, non deve stupire se si ha davanti un gioiello Donatella Pellini. Il prezzo non dipende dalla materia prima ma dall’originalità del design: le perline fatte con la resina sono state arricchite con erbe, fiori e polveri di minerali; quelle di tormalina, onice e agata hanno assunto forme nuove e all‘avanguardia. Non è un caso che anche Aretha Franklin, Patti Smith, Cecilia Sarkozy, Sabrina Ferilli, Lella Costa abbiano scelto i suoi gioielli. “Donne belle, libere e indipendenti”, commenta la creatrice, “ che amano oggetti raffinati, ricercati, rari, discreti e soprattutto poco pubblicizzati. Da vere collezioniste”.
Il segreto è il valore dell’artigianato. “I grandi mercati e i grandi numeri non mi interessano per ora” aggiunge. “Voglio permettermi il lusso di impiegarci 15 giorni a realizzare una collana con 7.200 pietre”. Donatella disegna, sceglie i materiali e sperimenta le idee, mentre 20 meticolose artigiane del suo atelier milanese assemblano assieme i pezzi.
Donatella, i cui gioielli sono stati richiesti nelle mostre del Victoria & Albert e della Triennale di Milano, e nelle sfilate di Fendi, Lacroix, Mugler e Gigli si è guadagnata decine di copertine sulle più importanti riviste rosa del mondo, senza mai aver speso una lira in pubblicità o in eventi fieristici, come se il marketing sminuisse la sua credibilità o minasse la genuinità dei suoi prodotti. Allo stesso modo oggi la ditta si tiene fuori dal veicolo di promozione che arriva dalla rete e dagli strumenti informatici, al punto da non avere un sito internet. “E’ allo studio una vetrina on line che racconti la storia dell’azienda Pellini e lo spirito che la anima”, dice, “ma non intendo proporre cataloghi on line perché i nostri gioielli vanno toccati e conosciuti di persona”. Lei non teme contraffazione: “se pure c’è qualche copione in giro non mi preoccupo: nuove idee nuovi modelli ogni mese!”.
E tutto questo avviene mentre si avvicina il 60esimo compleanno del marchio che verrà festeggiato il prossimo novembre con un evento che si terrà in Giappone, il Paese che assorbe il 30% dell’export (che costituisce il 70% del fatturato). Un’altra fetta di mercato viene assorbita dall’Europa del nord e in particolare dal Regno Unito tramite store eccellenti tra cui Harrods, Liberty, Harvey Nichols, e dalla Francia tramite un negozio monomarca a Parigi. Il marchio nasce a Milano nel 1947 per mano della nonna Emma e poi passa alla madre Carla Pellini. Da allora le mode sono cambiate: prima le spille si facevano con argento e brillanti, i fermagli per capelli con avorio, vetri di Murano e altre pietre; oggi metà della produzione è fatta con perline di resina che lascino più spazio alla creatività. Il marchio fattura 5 milioni di euro produce fino a 40mila pezzi l’anno con una crescita del volume d’affari che dal 7 anni si attesta sul 20%.
Le Calandre di Rubano, il ristorante del padovano che grazie all’enfant prodige dei fornelli Massimiliano Alajmo può vantare tre stelle Michelin, ha cominciato il conto alla rovescia per l’inaugurazione del suo nuovo locale nel Sol Levante: aprirà il 27 aprile, si chiamerà Il Calandrino e occuperà il settimo piano di un grattacielo di Tokyo, con vista sui giardini imperiali. Intanto, dalla cucina Massimiliano Alajmo è passato anche al design e con la collaborazione del fratello Raffaele, che dirige Le Calandre, ha firmato la nuova linea di stoviglie “in.gredienti” della Rosenthal.