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moda
di Domenico Dolce e Stefano Gabbana
Questo non è e non vuole essere un classico articolo, né un pezzo d’informazione e tanto meno di denuncia. Non siamo giornalisti, non è il nostro mestiere. Quello che ci piacerebbe fare è aprire un dibattito, su queste pagine, sul futuro della moda italiana e sui giovani che potrebbero costruirlo. Perché questo sì che è il nostro ambito e ci sta molto a cuore.
Spesso sentiamo ancora espressioni del tipo: «I due ragazzi del made in Italy», oppure: «La giovane coppia dello stile italiano» e ancora: «I due giovani talenti». E a quel punto ci chiediamo: «Ma di chi stanno parlando? Di noi?». Certo, siamo ancora giovani, anagraficamente, ma la Dolce e Gabbana è nata nel 1984, cioè quasi 25 anni fa. Abbiamo ormai perso il conto del numero delle collezioni e delle sfilate presentate. Eppure continuiamo a essere definiti i giovani della moda italiana. Ci fa piacere, ma non è possibile!
Noi soffriamo del fatto che quando si parla del futuro della moda negli altri paesi si fa riferimento ai giovani, cioè agli esordienti, alle nuove leve mettendoli in vista, offrendogli delle possibilità concrete. Negli Usa, a ogni stagione c’è qualcuno nuovo che sfila, in realtà poi nessuno riesce a spiccare il volo. In Francia, tutti i giovani nelle maison importanti sono italiani come Riccardo Tisci, Stefano Pilati, Giambattista Valli. E noi, in Italia, perché restiamo fermi? Senza entrare in polemica con il sistema moda che, senza dubbio, non mette volutamente il bastone tra le ruote, però è arrivata l’ora di fare qualcosa. Si potrebbe per esempio partire dall’organizzare un calendario sfilate di quattro o cinque giorni, dalle 10 della mattina alle 5 del pomeriggio, durante i quali sfilano due grossi nomi al giorno e poi solo nuove promesse. Tutti gli altri, prontisti, confezionisti, copiatori e seri produttori di abbigliamento, i quali hanno diritto a una vetrina, sfilano in un’altra settimana. In fondo, i due ambiti sono molto diversi.
Ma facciamo un passo avanti e, senza riserve, citiamo pure i nomi dei ragazzi che ci piacciono e che suggeriamo di tenere d’occhio. Uno è Francesco Scognamiglio, un trentenne di Pompei con molta grinta, le sue proposte hanno impatto, sono glamour e la sua forza sta nell’essere estroverso, quindi poco incline ai compromessi. Mentre molto più intimista è Gabriele Colangelo, un ragazzo di Milano, anche lui di trent’anni, molto abile nell’uso dei tessuti e che ci appare più poetico, più legato a una narrazione romantica della femminilità. Ci piace molto anche Bianca Gervasio, pugliese, nuova designer di Mila Schön, una delle poche che sta rispettando lo stile della maison in cui lavora. Lei ci sembra molto abile e tecnicamente preparata, cosa da non sottovalutare, perché i vestiti vanno guardati, ma anche indossati e il made in Italy è su questo savoir faire che si regge ancora. Non conosciamo altrettanto bene il lavoro di Silvio Betterelli, ma anche lui ci sembra che abbia il mestiere in mano.
Questi ragazzi non sono nostri protégé, non hanno mai lavorato nel nostro ufficio stile e non abbiamo nessun secondo fine nel segnalarli. Sentiamo semplicemente il bisogno di mettere fine all’omertà degli stilisti sulle nuove generazioni. I ragazzi vanno aiutati, supportati, incoraggiati. È difficile emergere, non è da tutti. Lo diciamo sempre ai nostri. Abbiamo appena preso quattro nuovi assistenti nell’ufficio stile, sono tutti italiani, casualmente del Sud, uno proviene dallo Ied e gli altri tre dalla Marangoni, sono bravissimi e, forse, sono stati fortunati a essere stati scelti. Ma gli altri non devono scoraggiarsi, anche noi abbiamo preso molti pesci in faccia, abbiamo subito sgambetti, ma eravamo in due e ci facevamo forza a vicenda. La parola d’ordine è: insistere. Il fuoco della passione è alla base di tutto, non c’è marketing che tenga. Questo è un mestiere che parte dal cuore, passa dal cervello e arriva alle mani: serve un pensiero personale che ti renda libero e ti faccia uscire dal coro e poi un’abilità nel tagliare, cucire, spillare. Perché saper disegnare non basta. Questo è lo stilista. Mestiere forse in via di estinzione.
Inoltre occorre fidarsi del proprio istinto e saper leggere le critiche, sia quelle fatte per gelosia che quelle costruttive. Non è facile ma è importante imparare a farlo. E ora, in un momento di crisi come l’attuale, forse è proprio il caso di picchiare duro: perché i giovani possono trovare i loro spazi e i big avere maggiori stimoli e competizioni. E dal momento che questo, come si diceva all’inizio, non è un classico articolo, quello che ci aspettiamo è una risposta. Dai giovani della moda italiana. Le vostre visioni, le vostre perplessità, le vostre critiche sono la nostra ricchezza.
Si chiama Beautiful Recycle Garbage, l’abito di Guglielmo Mariotto per Gattinoni che verrà esposto alla mostra Gothic: Dark Glamour, organizzata e curata dal direttore del FIT Fashion Institute of Technology di New York City dal quattro settembre 2008 al 21 febbraio 2009. L’abito, realizzato con materiali di riciclo, è uno dei pezzi forte della Maison Gattinoni che partecipa in qualità di ambasciatrice del Made in Italy alla mostra statunitense. Annunciata la partecipazione di tutto il gotha della moda internazionale, già presente all’esclusivo opening inaugurale di domani 4 settembre, in concomitanza con l’apertura del Fashion Week della Grande Mela. Grande l’interesse internazionale per la singolare mise in esposizione. L’eleganza della Maison Gattinoni sarà protagonista anche in Grecia, ospite della manifestazione “Cinquant’anni di moda italiana” tutta dedicata allo stile made in Italy. Palcoscenico Salonicco, in occasione della “Expò Salonicco” che si apre l’otto settembre. Lo stesso giorno, al Palais des Sport si inaugura la mostra il cui fine è raccontare la storia dei protagonisti del made in Italy attraverso una singolare esposizione di capi storici. In questo contesto, per la prima volta nella città greca, sarà possibile ammirare anche il leggendario abito indossato da Audrey Hepburn nel film del 1956 Guerra e pace. La Maison Gattinoni realizzò per la pellicola diretta da King Vidor tutti i costumi di scena e conquistò una nomination all’Oscar, sfiorando la conquista della statuetta. In passerella, a Salonicco, anche la collezione Gattinoni haute couture per l’autunno inverno 2008-2009. L’ultima sorpresa sarà l’abito “Omaggio alla Grecia”, con morbidi drappeggi e plissé su candidi chiffon. La mise vuole rappresentare il proprio omaggio alla cultura ellenica da parte della Maison Gattinoni fondata da Fernanda Gattinoni nel 1946.
di Antonella Matarrese
Il petrolio alle stelle, le borse mondiali in crisi, il dollaro in caduta libera, il mercato del lavoro in fase oscillante, ma che importa? I tempi sono difficili, il gioco si fa duro? E allora i duri si rilassano. È il pensiero positivo della moda che fa girare diversamente il mondo, facendo sfilare un genere maschile nuovo, incline più alle strategie vacanziere che a quelle dell’alta finanza globale.
«Non parlerei di bisogno di evasione, ma di una compostezza più leggiadra» afferma Giorgio Armani, che fulminato sulla via di Mumbai propone, a fine collezione, bermuda e camicie con i colori delle spezie d’Oriente. E se il contenitore, ovvero i materiali (di giacche, pantaloni e cardigan), vira al politically correct per abbracciare il sentimento dell’ecosostenibilità, anche il contenuto, ossia il maschio, mostra un aspetto rinnovato.
Tanto per cominciare sono banditi il narcisismo da dandy nostalgico e l’edonismo postreaganiano dei palestrati di ultima generazione; soprattutto sono aboliti gli eccessi. Perfino John Richmond, l’inglese con un debole per borchie e strass, ha mandato in passerella abiti dai tagli nitidi e dai toni limpidi.
Delicata e precisa l’interpretazione di Miuccia Prada, che rilegge il gusto contemporaneo come un mix di propensione hi-tech, declinato attraverso materiali organici e impalpabili e di proporzioni ripensate: con polo che si allungano fino a diventare vestiti, pullover che si accorciano in maniera asimmetrica fino a scoprire l’ombelico.
È lo stesso gioco intellettuale del design, che senza intervenire sulle forme opera appunto sulle proporzioni, mutando, anche solo di qualche centimetro, le altezze dei tavoli, le profondità dei divani, le dimensioni dei letti.
Uno scenario rilassato, quello che la moda maschile regala per la prossima estate 2009, dove ricerca e saper fare sono il vero vantaggio del made in Italy. Mentre la creatività elimina inutili virtuosismi e si concentra, per una volta, sulla normalità della vita. GALLERY

La notizia era molto attesa e, quindi, non è arrivata come un fulmine a ciel sereno, ma egualmente ha dato una scossa rassicurante al mondo della moda: a disegnare la collezione donna di Gianfranco Ferré sono stati chiamati Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi, gli stilisti noti con il nome d’arte 6267 con il quale firmano la propria linea di prêt-à-porter (il numero è quello che la mamma di Roberto ricamava sul suo corredino prima di mandarlo in colonia al mare!) .
La notizia non è arrivata come un fulmine a ciel sereno perché da due mesi la Maison era senza un direttore creativo, e così non poteva andare avanti: dopo il divorzio consensuale, inaspettato e improvviso alla vigilia delle sfilate di Milano, da Lars Nilsson (direttore creativo per una manciata di mesi) , la guida era stata presa da un team creativo interno, ma si sapeva che la ricerca di un erede del grande maestro scomparso a giugno era in corso e che un nome sarebbe ben presto uscito dalla bocca di Tonino Perna, presidente e amministratore delegato di IT Holding , a cui fa capo la griffe.
Dunque, nonostante una serie di rumors delle ultime ore dessero per quasi certo l’arrivo di Francesco Scognamiglio, stilista emergente di grande valore, finalmente il nome, anzi i nomi, e la motivazione della scelta sono stati resi noti da Perna: “Sono sicuro che il talento di Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi, ormai riconosciuto a livello internazionale, consentirà loro di interpretare al meglio i codici estetici di Gianfranco Ferré per valorizzare le straordinarie potenzialità di questo marchio nel rispetto delle sue caratteristiche di eccellenza e sofisticata contemporaneità”. In effetti, dai due ci si aspetta molto, perché di capacità ne hanno da vendere, e il curriculum lo conferma: dopo essere stati i vincitori, a pari merito con Albino, della prima edizione di “Who is on Next 2005”, il concorso organizzato da Vogue Italia e AltaRoma per cercare nuovi talenti, dopo aver superato l’esame di creatività con il loro marchio 6267, dopo aver dato prova di grande flessibilità nell’interpretare le strategie altrui disegnando Malo (altro marchio di It Holding), adesso li aspetta la madre di tutte le prove: entrare nel firmamento delle stelle del Made in Italy raccogliendo, senza stravolgerla, l’eredità dell’architetto della couture. Dalla Maison, arrivano commenti soddisfatti: “I loro disegni sono rigorosi, il senso per la qualità sicuro. Queste caratteristiche corrispondono esattamente a quelle affermate da Gianfranco Ferré”, conclude Michela Piva, amministratore delegato della Ferré. Non resta che lasciare tutti tranquilli, per godere della bella notizia, ma soprattutto per cominciare a lavorare alla collezione donna primavera-estate 2009, da presentare alle sfilate milanesi di settembre. Un traguardo non solo simbolico.

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Il futuro avanza sempre con qualche ombra di incertezza. Proprio perché, per sua definizione, è quella parte di tempo che non ha ancora avuto luogo: quindi, non si sa come sarà. Ma lo si può costruire, per trasformarlo, via via, in un presente rassicurante.
Sembra così che per Zegna www.zegna.com, storica azienda di Trivero, vicino Biella, oggi una delle più importanti realtà industriali impegnate nell’abbigliamento e negli accessori maschili di lusso, sia arrivato il momento di guardare in faccia il futuro. Trasformandolo in realtà, subito. Dopo aver fatto cambiare casa al suo uomo, protagonista assoluto nelle due recenti strutture aperte a Milano – un megastore di tre piani in via Montenapoleone – e a New York – un globalstore in Quinta Strada – guarda in casa propria: e trasloca in un’avveniristica sede nel cuore dell’area modaiola di via Savona-via Tortona, sempre a Milano, dove trasferisce il proprio quartier generale. Che, progettato da Antonio Citterio e Partners con Studio Beretta, accoglie tutte le aree gestionali (direzione, stile, progettazione, marketing, vendita) in un’architettura ondeggiante tra passerelle sospese di vetro, ponti con travi di acciaio, corridoi aerei, un cortile in legno chiuso da pareti di vetro e un teatro-show-room, anche dagli scopi culturali.
La cornice ideale per presentare il suo nuovo uomo. Che diventa (ma solo nel guardaroba!) “trans”, grazie all’innovativo concetto di “trans-stagionalità” applicato alle collezioni: capi “intelligenti”, capaci di rispondere alle variazioni climatiche. La “Solar Ski Jacket” ricarica il cellulare in maniera eco-friendly; la giacca “Elements” si adatta autonomamente alle variazioni termiche; il tessuto “Trofeo” con la sua leggerezza asseconda i capricci del viaggiatore contemporaneo. Ma siccome l’uomo è uomo e, si sa, talvolta anche una piccola innovazione può fargli arricciare il naso, le collezioni “tradizionali” del brand non lo tradiranno: Ermenegildo Zegna (con le linee Couture, Su Misura, Sartoria, Upper Class), Zegna Sport con l’abbigliamento tecnico, la giovane Zzegna e una serie di accessori, anche in edizione limitata. Ma, in questo caso, bisogna aspettare che il futuro si avveri: con l’arrivo della prossima stagione autunno-inverno.
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Valentino Garavani stasera, con l’ultima sfilata di haute couture a Parigi, chiude la sua storia nella moda. D’ora in poi il “sarto” di 76 anni sarà un personaggio da intervistare per parlare del passato e per valutare magari il presente, e i suoi abiti verranno apprezzati nelle mostre e nei musei o addosso alle sue amiche-clienti che conserveranno gelosamente i tesori nell’armadio.
Sulla passerella del marchio, che da quasi mezzo secolo porta il suo nome, ci saranno nuove creazioni, nuove forze, come è giusto che sia. Il suo addio, dopo quasi un anno di saluti, feste di commiato e celebrazioni degne di un re, è una sorta di santificazione nella chiesa mondiale dell’eleganza.
Alla sfilata ci sarà anche Alessandra Facchinetti, la stilista di 35 anni che l’azienda (venduta da Garavani e dal socio Giancarlo Giammetti già una decina d’anni fa) ha deciso di assoldare per sostituire il maestro, il quale ha espresso rammarico per non essersi mai occupato di allevare un vero “delfino”. Quindi ha dovuto “digerire” Alessandra e lo ha fatto “obtorto collo” tanto che non manca occasione di ricordare di non averla scelta lui. Domani comunque la maison Valentino volta pagina: escono sia Garavani sia Giammetti e con loro anche alcuni collaboratori, inclusa Daniela Giardina che, per oltre 30 anni, come capo dell’ufficio stampa, ha tenuto bordone a tutti i capricci dei due.
La sfilata non sarà una retrospettiva ma avrà comunque il sapore antico di una rievocazione. Valentino ha deciso di mostrare, con 74 uscite in passerella, tutto quello che ha saputo fare nella sua vita da couturier: quindi una serie di abiti da giorno in lana double, quella che egli iniziò a usare negli anni ‘60. Poi una parte in avorio e bianco che cita una famosa collezione su cui c’è un altrettanto famoso aneddoto.
Alcuni anni fa, infatti, fu chiesto a Valentino cosa ricordasse del ‘68 e di quel periodo di fermento, ed egli rispose: “Ah, sì il ‘68, l’anno di una mia meravigliosa collezione bianca”.
Tra questi capi del ‘68, appunto, un bel completo da cocktail con giacchina, tutto preziosamente ricamato: “è un tipico completo Valentino, il maestro ne vuole sempre almeno uno in ogni collezione” spiega Livia, assistente dell’assistente del maestro, con lui da 1976. Andando avanti nella rassegna, ecco una lunga serie di abiti a fiori, corti o lunghi: anemoni giganti o piccolissimi, dalie, mimose viola su fondo giallo: sono vestiti senza tempo, possono restare nel guardaroba per una vita senza mai sfigurare. Ed è questa la forza di Valentino e, in fondo, perfino la sua modernità.
Gli abiti da sera sono dei monumenti: una lunga tunichetta incrostata di preziosità se ne sta ancora tra le mani delicate delle sarte che danno gli ultimi punti alla spirale di tulle che la avvolge come un colpo di vento. Un altro vestito è come un bouquet di rose: centotrenda volants in tutte le gradazioni del rosa per formare un insieme spettacolare. L’abito fresia ha una rete di spalline a “budellino” di raso che formano corolle tremolanti sul dorso. Il vestitino mughetto sembra appena sbocciato ed è tale l’illusione che par di sentirne il profumo.
Agnese Zogla è una giovane bellezza lettone che ha il ruolo di modella d’atelier: su di lei (ovviamente taglia 38) sono stati cuciti i vestiti che stasera saranno indossati da uno stuolo di mannequin. Ma in passerella ci sarà anche lei che farà ben tre uscite e la terza, la numero 59, con un lungo abito bianco. Perché Valentino ha deciso di chiudere la sfilata con il candore, per creare il clima rarefatto adatto al colpo di scena finale: sarà infatti un diluvio di rosso a chiudere, tra lacrime, abbracci e musica strappacuore, la carriera del maestro sulle scene della moda. Dal 19 giugno prossimo, comunque, gli appassionati del sempiterno stile Valentino potranno goderne in tutte le sfumature al Musee des Arts decoratifs di Parigi dove si aprirà la mostra retrospetiva “Temi e Variazioni”, con duecento abiti scelti tra i più significativi della sua carriera.

L’abito non fa il monaco: detta così, nella settimana in cui Milano celebra sulle passerelle degli stilisti le collezioni per l’autunno-inverno 2008-2009, sembra un’eresia. Ma se il vate dell’apparente contraddizione è Giorgio Armani, con la sua nuova linea di bellezza per uomini fedeli all’estetica, allora il messaggio assume un altro valore. L’abito fa il monaco e la crema per il viso lo rende, se possibile, ancora più bello. Indipendentemente dall’età e dallo stile di vita.
Skin Minerals for Men, svelata in anteprima alla stampa il 15 gennaio nella cornice sacrale dell’Armani/Teatro di Milano (per tutti i comuni mortali in vendita da aprile 2008), è maschia nell’anima: la sua formula converte la struttura epidermica, la texture e il colorito a nuova vita, rinforzando, affinando e uniformando la pelle: che dovrebbe diventare più densa e più compatta, più liscia e più morbida, più luminosa e più riposata. Un vero miracolo, pare, ottenibile grazie a una formula preziosa: un’esclusiva combinazione di minerali naturalmente presenti nelle rocce vulcaniche e racchiusi in tre fasce di prodotti destinati ai vari problemi riscontrabili nelle diverse età biologiche della vita di un uomo (per le fasi primarie della pulizia e della rasatura profonda dei più giovani, per l’idratazione e la rivitalizzazione delle pelli spente dei quarant’enni, per combattere i segni dell’età, anche del contorno occhi, sopra i cinquanta). Dedicata a tutti quelli che vogliono fare un patto con il diavolo. Che ci credano o meno.
Sulle passerelle di Milano Moda Uomo, dove dal 12 al 15 gennaio si consuma il rito delle collezioni per l’autunno-inverno 2008-2009, si parla tanto di un ritorno dell’uomo vero e verace, maschio ma non macho, gentile ma non stupidotto (bandito il bamboccione, anche come termine, ormai supersfruttato). E Romeo Gigli, per mano della stilista Gentucca Bini, motore creativo della griffe, che cosa fa? Lancia l’uomo con il kimono. Non un samurai, ma un “geisho”.
Per tranquillizzare gli animi, lo fa uscire in passerella al fianco di una geisha: l’iconografia classica della tradizionale veste giapponese, un po’ stucchevole e imbalsamata, viene ribaltata da un’immagine scanzonata, divertente, leggera. Ma soprattutto contemporanea. Segno che i tempi cambiano: per amarsi davvero, meglio condividere tutto. Anche il kimono a forma di T: per lui, lungo e avvolgente, in prezioso tessuto doppiato, lana-cotone-seta, dal piacevole effetto tattile; per lei, corto e smilzo, stretto in vita dalla consueta cintura obi per esaltare le forme. Se manca il coraggio per portarlo al posto del cappotto, usarlo nel perimetro domestico come la più sensuale delle vesti da camera: darà i suoi frutti.

![[i]9 gennaio 2008[/i] - Un'immagine di Pitti Uomo, che da oggi fino al 12 gennaio, accoglierà circa 26mila buyers da tutto il mondo.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_pitti04.jpg)
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Le tendenze della moda sono un po’ come le previsioni del tempo: arrivano con un certo anticipo, fanno promesse, mettono tranquilli molti, in allarme alcuni, e poi può succedere che si esauriscano senza lasciare segno o creando catastrofi.
Il barometro per la stagione autunno inverno 2008-2009 della moda maschile è Pitti Immagine Uomo: a Firenze, dal 9 al 12 gennaio, si decide quello che gli uomini di tutto il mondo, o quasi, indosseranno tra dieci mesi. Meteo permettendo. Sembra facile, tanto bastano un impermeabile, un giubbotto, i soliti jeans e un paio di scarponcini per percorrere l’inverno. Invece no, Anche la moda, persino quella maschile, ha le sue perturbazioni. Che vanno seguite di stagione in stagione.
Per la prossima, i panni delle “meteorine” sono indossati da icone fresche fresche, miti un po’ ”stagionati”, divi sempre accesi. Tutti da imitare. Così, come un ciclone, arrivano turbinando l’inarrestabile George Clooney e il “vecchio” Marlon Brando, la new entry Andrea Casiraghi e il trasgressivo Pete Doherty, il ben educato Matteo di Montezemolo e il ritmato Kanye West. Nonostante il legame con la top model Carla Bruni, Sarkozy per una volta non viene menzionato: lui veste sempre e solo le giacche perfette dell’italiano Boglioli. A dispetto di tutte le tendenze.
Gli altri, invece, per essere up-to-date devono fare un minimo sforzo e seguire, anche se non alla lettera, i diktat di questa edizione di Pitti Immagine Uomo.
Riassumendo: il jeans vissuto, lavato e rilavato, rubato dal set di “Fronte del porto”, ma interpretato in grey urban, blu navy, black night. I giubbotti military, bomber resi sempre più leggeri da materiali tecnologi, che riparano senza “incapsulare”, anche grazie all’assenza di cuciture, sostituite da moderne termosaldature. Le sneakers in tutte le declinazioni, nei materiali laminati, nei pellami scamosciati e nei tessuti spigati. L’abito resiste: il due pezzi giacca+pantaloni della più classica sartorialità all’italiana può essere spezzato da una camicia bianca, anche senza cravatta per assumere un tono informale, ma “sempre a posto”. E poi, lo stile inconfondibile dei Fab Four: i quattro di Liverpool stanno vivendo una stagione dorata, il quarantennale della prima edizione dell’album White li ha rilanciati nell’orbita globale. Vestire come i Beatles significa scegliere silhouette allungate, tagli verticali, pantaloni quasi seconda pelle, camicie dal colletto appuntito, sottili cravatte in cura dimagrante. Lo spirito della swinging London e la sartorialità di Sawile Row possono compiere il miracolo: mettere d’accordo tutti. Sugli effetti positivi della moda.
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Rocco Siffredi è un uomo da scoprire: a dispetto di chi crede di aver già visto tutto, e forse anche di più, grazie alle sue performance erotiche nei film a luci rosse, il superdotato del sesso si rivela anche un superdotato della moda. Smessi (in via definitiva?) i panni di attore, regista e produttore porno oriented, ha indossato quelli di stilista e così, ritornato a essere Rocco Tano (il suo vero nome), si è esibito nella più spericolata delle sue imprese: vestire gli uomini e le donne. Confermando che la dura legge del contrappasso esiste anche per lui.
Scelti i suoi partner – l’ufficio stile e creativo di No Name Studio e il gruppo industriale Moda Italia - il Rocco nazionale ha lanciato a Pitti Immagine Uomo la sua linea. Che, da vero narciso quale è, porta il suo nome. “Ho sempre rifiutato molte proposte in cui avrei dovuto prestare la mia immagine perché volevo fare un progetto mio: un progetto in cui poter esprimere e trasmettere il mio concetto di lifestyle, quello che ha accompagnato oltre vent’anni della mia carriera”, confida, creando la giusta atmosfera.
In realtà, niente sembra così scandaloso e travolgente come è stata la sua carriera: il ragazzone deve aver messo la testa, e tutto il resto, a posto. La collezione per l’autunno-inverno 2008-2009, declinata per par condicio al maschile e al femminile, disegna un’immagine casual e sportiva, con accenni al mondo della moto, al punk-rock, al neo pop: tanto jeans vissuto, revival di stampe vintage, richiami fetish obbligatori. Qua e là, qualche piccante assaggio di ironia: come una irriverente Biancaneve stampata sulla T-shirt.
Ma la vera scossa è arrivata dalla grande festa di mercoledì sera: per battezzare la neonata “Rocco”, il misterioso lunch party “Rocco Rocks” a Castel di Poggio, vicino a Fiesole, a detta dei fortunati che vi hanno partecipato, pare abbia risvegliato i sensi: ospiti dotati di mascherina nera, un set fotografico per essere immortalati con Rocco e le sue modelle, le stanze medioevali trasformate in spazi voyeuristici. E, naturalmente, tutta la collezione schierata su corpi statuari. Rocco ha colpito ancora.