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Le Sirene dei liberatori del popolo (non dai suoi difetti): la rivoluzione spiegata agli idioti che siamo

  • 6-03-2013
  • 10:58
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Mettendo nella giusta prospettiva dell’adesso gli attori della famosa massima per cui non è la storia che si ripete ma sono gli storici che si ripetono, mi pare si possa affermare che, piuttosto, la storia è una maestra precaria di vita, e gli storici chiamati a raccontarla, cioè i cronisti, sono ripetenti cronici con un libretto infinito di assenze alla scuola dell’obbligo, dove dovrebbero tornare a imparare a proprie spese, come accade negli incubi, che essere adulti non comporta di per sé la capacità di fare un tema o di rispondere a un’interrogazione.

Scusate lo sfogo: è che si sente parlare da qualche giorno di rivoluzione, a queste latitudini bislacche, come se la Storia fosse solo una larga provincia di ciò che in modo altisonante chiamiamo “politica italiana” e che è in realtà la quotidiana prassi del nostro arrancare nel presente; una colonia da cui depredare ricchezze e miserie con lo stesso scrupolo con cui ci si inventa di aver conseguito un master, che so, a Chicago. Perciò la lettura di oggi è lievemente didattica, forse, ma ci porta nel cuore (nel fegato) della Rivoluzione, giusto per capire di che pasta è fatto un rivoluzionario, e da che parte sta.

È il 2 gennaio 1792. Fallito il suo tentativo di fuggire all’estero, Luigi XVI finge di accettare la Costituzione del 1791 e la convocazione dell’Assemblea legislativa, ma intanto invia emissari segreti presso le corti europee per incitarle a una guerra che prevede disastrosa per l’esercito francese, in modo da poter restaurare il suo potere. A questa manovra si prestano i deputati monarchici ma anche la maggior parte dei Giacobini, guidati da Brissot e Condorcet, convinti di riuscire a esportare la rivoluzione contro le monarchie assolute. L’unico ad opporsi alla guerra e a svelarne l’intrigo è il trentaquattrenne Maximilien de Robespierre, rappresentante del terzo stato dell’Artois. Come si sa, un anno dopo Robespierre sarà, insieme a Saint-Just e come massimo rappresentante del Comitato di salute pubblica, uno dei protagonisti della stagione del Terrore – ciò sia detto a onor di Storia. Ma in questo 2 gennaio del 1792, nella biblioteca del convento domenicano di San Giacomo in rue Saint-Honoré, sede del Club dei Giacobini, risuona questo discorso:

«Tutti coloro che addormentano il popolo ne favoriscono il successo; e notate bene che per giungervi non è nemmeno necessario fare veramente la guerra; basta mettersi sul piano di guerra, basta farci soffermare sull’idea di una guerra. Io scoraggio la nazione, voi dite. No, io la illumino. (…).

Il vero modo di testimoniare il proprio rispetto per il popolo non è quello di addormentarlo vantandogli la sua forza e la sua libertà: è quello di difenderlo, di premunirlo contro i suoi difetti; poiché anche il popolo ha dei difetti. Il popolo è pronto è in questo senso una frase molto pericolosa. Nessuno ci ha dato un’idea del popolo più giusta di Rousseau, perché nessuno lo ha amato più di lui. «Il popolo vuole sempre il bene, ma non lo vede sempre». Per completare la teoria dei principî di governo, basterebbe aggiungere: I mandatari del popolo vedono spesso il bene; ma non lo vogliono sempre. (…). Leggete quanto Rousseau ha scritto del governo rappresentativo e giudicate se il popolo può dormire tranquillo. (…).

Esso non ha la stessa attitudine a districare gli imbrogli della artificiosa politica che esse [le persone abili e esperte che vogliono guidarlo] impiegano per ingannarlo e asservirlo e la sua bontà lo dispone a essere vittima dei ciarlatani politici. Costoro lo sanno bene e ne approfittano. Quando esso si risveglia e spiega tutta la sua forza e la sua maestà, il che accade una volta ogni tanti secoli, tutto si piega davanti a lui; il dispotismo si prosterna a terra e finge di essere morto, come un animale vile e feroce alla vista del leone; ma ben presto si rialza; si riavvicina al popolo con fare carezzevole, sostituisce l’astuzia alla forza; lo si crede convertito; si è udita uscire dalla sua bocca la parola libertà; il popolo si abbandona alla gioia e all’entusiasmo; si accumulano nelle sue mani dei tesori immensi, gli si lascia in mano la ricchezza pubblica, gli si conferisce una potenza colossale.

Ben presto chiunque ha del talento unito a dei vizi gli appartiene; esso segue costantemente un piano di intrigo e di seduzione. Si dedica soprattutto alla corruzione e manipolazione dell’opinione pubblica, risveglia i vecchi pregiudizi, le vecchie abitudini che non sono ancora scomparse; mantiene la depravazione dei costumi che non sono rigenerati; l’orda innumerevole dei suoi schiavi ambiziosi diffonde ovunque false massime; non si predica più ai cittadini che il riposo e la fiducia; la parola libertà diventa quasi un grido di sedizione; si cerca di traviare, di sedurre, o di dominare i delegati del popolo; alcuni uomini usurpano la sua fiducia per vendere i suoi diritti e godono in pace i frutti dei loro delitti. Essi avranno degli imitatori che, pur combattendoli, aspirano solo a sostituirli. (…). Il popolo riconosce i traditori soltanto quando essi gli hanno già fatto tanto male da poterlo provocare impunemente. Ad ogni menomazione della sua libertà, lo si confonde con pretesti speciali, lo si seduce con atti di patriottismo illusorio, si inganna il suo zelo e gli si imbrogliano le idee facendo giocare tutte le leve dell’intrigo e del governo, lo si rassicura con promesse

(…). Questo quadro spaventoso può applicarsi in maniera esatta alla nostra situazione? No, noi non siamo ancora arrivati a quell’ultimo termine dell’obbrobrio e dell’infelicità a cui conducono la credulità dei popoli e la perfidia dei tiranni. Ad esso ci si vuol portare; abbiamo forse già fatto molti passi verso questa meta; ma siamo ancora a grande distanza; io spero, io non dubito nemmeno, che la libertà finirà per trionfare; ma a questa condizione, che noi adottiamo presto o tardi, anzi il più presto possibile, i principî e il carattere degli uomini liberi, che chiudiamo le nostre orecchie alle Sirene che ci attirano verso gli scogli del dispotismo, che non continuiamo a percorrere come uno stupido gregge la strada per la quale si cerca di condurci alla schiavitù e alla morte».

La Storia dice che dopo questo discorso Robespierre sarà messo in minoranza (sarà anzi l’inizio della fine): con l’appoggio del popolo e di quasi tutte le forze democratiche, si costituirà un ministero girondino, che il 20 aprile dichiarerà guerra all’Austria.