Domenica sera. Giacomino, 11 anni, è sprofondato nel divano. Gli scappa la pipì ma lui incrocia le gambe e resiste. Deve aspettare la fine del match e non può staccarsi dalla tv. Suo padre gli ha detto mille volte che nel wrestling è tutto finto, ma lui ancora non ci può credere, e studia ogni mossa per capire dove sia il trucco. Giacomino nel gergo dei fan del wrestling è uno smark, uno di quelli che non sa ancora se dare retta alle immagini - così verosimili - oppure a suo papà.
Tsunami scaraventa Darkness giù dal ring e gli salta addosso a volo d’angelo. La telecamera allarga il campo sul pubblico e inquadra un ragazzino in prima fila che sbraita “ammazzalo!”. Il ragazzino ha più o meno l’età di Giacomino, però non ha dubbi. Per lui è tutto vero: Tsunami e Darkness si stanno massacrando davvero. In gergo quest’altro ragazzino è un mark. Mentre suo padre, lì di fianco, è uno smart: è affascinato dall’abilità degli atleti, ma sa che è tutta finzione.
Smark, mark e smart sono l’anima del Wrestling. E hanno ragione tutti e tre. Perché se è vero che è tutto finto, non significa che tutto sia fasullo.
I wrestler non si torcono un capello, le loro mosse sono pressoché innocue. Ma il combattimento non è deciso tutto a tavolino. I lottatori non potrebbero combattere a lungo in modo credibile seguendo sequenze predefinite. E se ogni istante fosse prestabilito, non convincerebbe nemmeno chi è disposto a lasciarsi ingannare.
Il wrestling è come la commedia dell’arte. Si sa già come deve finire, ma non si conosce cosa succederà tra l’inizio e la fine. Gli atleti sono attori che improvvisano. Gli arbitri sono spalle che chiamano la battuta. I manager sono gli autori di un copione soltanto abbozzato. Teatro. Con gli attori che rendono vero ciò che accade, in un rito impossibile senza un pubblico partecipe. I booker, gli organizzatori, decidono chi vince l’incontro. Ma a determinare le decisioni dei booker sono solo gli spettatori. Se un lottatore è carismatico, in grado di mandare il pubblico in delirio, allora il booker è obbligato a darlo vincitore, a fare di lui il futuro campione. “È la democrazia imposta dal basso” scrive Antonio Franchini, che ha dedicato un libro - Gladiatori - allo spettacolo del combattimento. Nel wrestling, - scrive - “la conquista della vittoria non è una semplice finzione, ma un forma acrobatica di verità”. E i lottatori, esagerati e paradossali, risultano veri perché hanno personalità precise, sono pensati come personaggi perfettamente caratterizzati, buoni e ingenui o perfidi e subdoli. Il pubblico si identifica, tifa per il buono per far perdere il cattivo. Sul ring va in scena una rappresentazione antica come il mondo: l’eterna lotta tra il bene e il male. Solo che nel wrestling il più delle volte a vincere è il male. Più vero di così…
- Venerdì 30 Marzo 2007










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