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I dettagli sono importanti. Aiutano a capire. Basta fare un giro per Sarajevo e cercare gli alberi, per farsene un’idea. Se ci sono, significa che in quel posto c’erano anche i nazionalisti: gli occupanti, quelli che assediavano. Quando invece non se ne trova traccia vuol dire che, probabilmente, da quelle parti resistevano ancora gli orgogliosi abitanti di Sarajevo. (leggi Voci da Sarajevo: così ci ha cambiato quel 6 aprile 1992). Stremati dall’assedio più lungo del Novecento, trasformavano il verde degli spartitraffico e i giardini in orti, per avere qualcosa da mangiare. E tagliavano gli alberi, per riscaldarsi e per cucinare. Quelli che tormentavano la città con i loro cannoni ricevevano invece le provviste da fuori e avevano quindi proibito il taglio della vegetazione. Pena, la morte. La presenza o assenza di alberi indica perciò la città occupata e quella difesa. E anche le linee di confine: era sconsigliabile andare a fare legna sotto il tiro dei cecchini serbi. Alberi, orti, giardini: dettagli quasi invisibili che raccontano una città e chi la abita(va) prima, durante e dopo la guerra.
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Laura Cipollini ha affrontato l’argomento - ovvero chi sono oggi gli abitanti di Sarajevo e come è cambiata la loro percezione della città negli anni - nel libro a più mani Città e Memoria - Beirut, Berlino e Sarajevo (Bruno Mondadori).
“La peculiarità di Sarajevo rispetto per esempio a Beirut o Berlino”, dice l’autrice, “è che negli ultimi 15 anni è cambiata in modo rilevante la popolazione residente e questo ha modificato il rapporto con la città, l’identità stessa di Sarajevo”. Le persone non sono più le stesse perché molti di quelli che sono scappati non sono più tornati e perché, al contrario, tanti sono arrivati a Sarajevo dalle campagne, dalle montagne e da altre zone di guerra (leggi Chi abita oggi a Sarajevo). Ma le persone non sono più le stesse anche perché è cambiata la loro testa, la loro psicologia, la percezione che hanno dei luoghi.
La distruzione fisica di parte della città e di tanti simboli della Sarajevo multiculturale e laica ha avuto naturalmente un ruolo determinante, spiega Laura Cipollini. Ci sono però quartieri in cui, al di là delle devastazioni, molti non sono più tornati per anni. Perché magari lì avevano visto ammazzare i propri parenti. La dimensione urbanistica - il significato della città e anche la sua estensione - è cambiata in rapporto alle esperienze di guerra delle singole persone: interi quartieri o strade sono diventati tabù per alcuni o, al contrario, luogo di salvezza per altri. Per i profughi arrivati a Sarajevo, per esempio. Non è stato così ovunque. Non per sempre. Il nucleo antico della città, luogo fisico e simbolo della resistenza, ha rafforzato negli anni “la sua connotazione positiva”. E gli alberi, quelli massicci di alcuni giardini storici del centro, quelli ci sono ancora. Nonostante l’assedio, la fame e il freddo.
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TESTIMONIANZE - GALLERY 1-2 - VIDEO e DOCUFILM - INTERVISTA A che punto è la pace - La missione militare
- Venerdì 6 Aprile 2007









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Commenti
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Il 6 Aprile 2007 alle 10:37 Chi abita oggi a Sarajevo » Panorama.it – Cultura e società ha scritto:
[...] Quegli alberi di Sarajevo: storie dell’assedio 15 anni dopo Panorama Canali Cultura e società Chi abita oggi a Sarajevo [...]
Il 15 Maggio 2007 alle 15:29 Le ferite aperte di Sarajevo nelle foto dello Ied » Panorama.it – Cultura e società ha scritto:
[...] Le ferite si rimarginano, si dice. E invece quelle del conflitto che ha sconvolto i Balcani sono ancora lì. Aperte. Dieci anni dopo la sua fine, “Sarajevo 2006: PAZI MINE” le documenta, attraverso le foto di undici fotografi dello IED (Istituto Europeo di Design) di Torino. Nella città sabauda, presso il bookshop della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, dal 16 al 22 maggio la mostra PAZI MINE (attenzione mine) esprime, attraverso le immagini, il dramma tuttora vivo delle mine antiuomo nell’area bosniaca. Gli studenti dello IED, coordinati dal fotografo Enzo Obiso, hanno raccontato la realtà post-bellica con la propria sensibilità, ciascuno dal proprio punto di vista. Per una settimana hanno vissuto la città come esperienza diretta, sul posto, condividendo lo stesso cielo, riuscendo ad entrare nella profondità di un territorio e negli animi della gente. Sotto l’obiettivo gli atleti della Nazionale di Pallavolo Disabili vittime della guerra, crepe nei muri, gli occhi di un bambino che vive nel terrore e non può calpestare l’erba dei prati… Gli undici fotografi sono: Katrin Beckert, Roberta De Min, Marta Evangelisti, Eva Frapiccini, Vittoria Garibotti, Elena Givone, Giada Maestro, Ivan Nirta, Raffaella Pagano, Elisa Piccin, Chiara Porcheddu. [...]
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