“Prostitute col cercapersone sempre acceso per rispondere a chiamate di pronto intervento, borseggiatori, pregiudicati, maniaci sessuali col giornale aperto sul grembo”: questi erano i coloriti compagni di avventura del giovane Tarantino il sabato sera, nei cinemini definiti “Grindhouse”. Posti in cui il dollaro sembrava valere di più: i film erano sempre due, se non tre. B-movie pieni di sesso e violenza, o per dirla con una parola sola, che Quentin Tarantino (qui la biografia di Wikipedia; qui il sito; qui i fan) ha cercato di rivalutare fin da quando 15 anni fa ha cominciato la sua straordinaria carriera di regista con Le iene, “exploitation”. Il suo ultimo film si intitolava proprio Grindhouse (qui i trailers), e col fido complice Robert Rodriguez aveva ricostruito il fascino del doppio spettacolo. Ma in Europa i film usciranno separati: al festival di Cannes ci sarà solo Death proof di Tarantino, mentre Planet terror di Rodriguez potrebbe andare a Venezia.
Il protagonista del film è il perverso Stuntman Mike (Kurt Russell) con la sua macchina assassina. Ma c’è anche un harem di otto donne, qualcuna è l’inevitabile “vittima”, qualche altra è la “manesca vendicatrice”.
Per buona parte di “Death proof” lei inquadra i piedi di Jungle Julia (Sydney Tamilia Poitier) da ogni angolazione. Sono belli come quelli di Uma Thurman?
Beh, sono belli, grandi, affusolati. Ma piano con i paragoni, i piedi non sono interscambiabili.
Ma lei l’ha scelta per quelli?
No, era tutto il pacchetto che mi interessava, anche gambe che non finivano mai. Nella richiesta di casting avevo chiesto “spirito d’amazzone”.
A proposito di casting: è vero che ha chiesto alle aspiranti di presentarsi al provino con gli shorts e le infradito?
Certo, sono un gentiluomo, non avrei mai potuto chiedere di venire nude.
È questo il “metodo di recitazione Tarantino”?
No è il metodo di recitazione Grindhouse. In quei cinemini, se non facevi vedere un po’ di carne, rischiavi di dover affrontare la rivolta degli spettatori e, nel peggiore dei casi, restituire i soldi del biglietto. La trovata degli shorts e delle infradito mi ha permesso di valutare il senso dell’umorismo dell’attrice: una qualità basilare per lavorare con me.
Sono già passati quattro anni da “Kill Bill”. E “Death proof” è il suo quinto film in 15 anni. Pochini.
L’unico periodo che mi sono preso di vacanza è stato dopo Jackie Brown. Kill Bill è stato l’equivalente di due film. E l’anno dopo ho girato un episodio di due ore del serial tv Csi.
Quindi non si riposa mai?
Il mio riposo è quello del guerriero: scrivere, vedere, studiare, annusare, ingoiare film. Mi considero uno studente a tempo pieno, sto preparando la mia tesi. Il giorno della mia morte sarà quello della laurea.
I film sono meglio delle ragazze?
Oddio, che domanda. Nei giorni piovosi forse sì, ma resta una bella lotta. Posso non scegliere?
Critica generalizzata: Tarantino non vuole crescere. Ha vinto l’Oscar con “Pulp fiction” 13 anni fa ma dopo ha continuato a “giocare”. Si difenda.
Io mi sento un regista di genere e sono fiero di esserlo. Ma sono un regista di genere sui generis. Nel senso che sono un esploratore, un archeologo, un restauratore, un massificatore. Quelli colti mi definiscono postmoderno. In fondo tutti i registi sono di genere, anche i geni come John Cassavetes o Federico Fellini. Hanno inventato un genere, il loro.
Torniamo alle sue adorate amazzoni. Le sarebbe piaciuto essere lei al posto di Stuntman Mike?
Quando viene pestato? No, grazie, sarò anche feticista, ma non masochista. Ai cazzotti preferisco i bacetti. L’ultima volta che ho rivisto quella scena mi sono reso conto che due delle tre ragazze indossano guanti, non c’è neanche un primo piano delle mani nude contro la pelle. Devo ricordarmelo la prossima volta, quella scena poteva essere molto più sexy.
Perché nei B-movie ci sono così tante donne toste e nel cinema di serie A latitano?
Non è vero, singole scene si trovano dappertutto: in Una cascata di diamanti, Bambi e Thumper si cucinano James Bond a mani nude. È come per i piedi, sono in buona compagnia: Alfred Hitchcock, Luis Buñuel, Samuel Fuller, tutti grandi registi, maestri di inquadratura. Sono sicuro che l’attenzione ai piedi li abbia aiutati a piazzare la macchina da presa.
Che cosa le piace degli “exploitation all’italiana”?
Erano film originali, d’autore. Avete rivitalizzato interi generi, come spaghetti western, gialli, cannibali, erotico soft. Per me il piu bravo è Ferdinando Di Leo, il re dei film criminali, gangster e mafia. Mi piacerebbe, prima o poi, girarne uno. In Death proof per la corsa in macchina ho usato la colonna sonora di Roma a mano armata di Umberto Lenzi.
È vero che voleva Sylvester Stallone come protagonista?
Non era disponibile. Ho pensato anche a Mickey Rourke, ma scrivendo mi sono reso conto che non era del tutto adatto. Alla fine vedendo Planet terror di Rodriguez ho pensato che sembrava il film di zombie che John Carpenter non aveva mai girato, fra 1997 fuga da New York e La cosa. Mi sono detto: e se recuperassi il suo attore-feticcio, Kurt Russell?
Le piacerebbe lavorare con Sophia Loren?
Caspita, certo che mi piacerebbe. Ma temo che ne sarei intimidito. Conosco meglio Barbara Bouchet o Rosalba Neri. Oppure Edwige Fenech, che mi ha appena scatenato una crisi di gelosia. Il mio amico Eli Roth l’ha convinta a uscire dal ritiro e ritornare sul set per Hostel 2. E vicino le ha messo anche Luc Merenda! Avrei voluto farlo io.
A proposito di “Hostel”, fa parte del nuovo filone definito “gorno” (da gore più porno) oppure “torture chic”. Definizioni che la fanno arrabbiare?
E perché? Sono carine, accurate.
Quindi non è un genere pericoloso?
L’horror, più è duro meglio è. Sono i giapponesi a rivitalizzare il sottofilone da macellaio aguzzino, noi americani tentiamo di tenere il passo.
Ha qualche rimpianto?
Penso di essere sottovalutato come attore. In Planet terror, nel ruolo del Violentatore numero 1, mi sembro proprio bravo.
Se dovesse fare un film su di lei, a chi darebbe la sua parte?
A Benicio Del Toro.
- Venerdì 27 Aprile 2007










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