- Tags: Cannes, Cinema, ermafroditismo, film, Lucia-Puenzo, XXY
- Un commento
di Manuela Grassi
XXY, opera prima della trentenne argentina Lucía Puenzo, ha vinto il primo premio della Settimana della critica all’ultimo Festival di Cannes. È un film delicato e difficile, che affronta un tema inconsueto: l’intersessualità. Nel linguaggio del mito si direbbe ermafroditismo, in realtà è un’alterazione genetica (XY è la coppia di geni che caratterizza il sesso maschile, XX quello femminile) che colpisce con molte varianti. La Puenzo racconta la storia di Alex, un’adolescente che vive con i genitori sulle coste dell’Uruguay, alle prese con le prime esperienze sessuali. Tutti la conoscono come una ragazza, ma in realtà Alex è un caso XXY, e questo le provoca non pochi guai nelle relazioni con gli altri. La situazione diventa ancora più drammatica quando da Buenos Aires arriva una coppia di amici dei genitori con il figlio adolescente Alvaro. Il padre di Alvaro è chirurgo e ha per Alex una forte curiosità professionale.
Abbiamo intervistato la giovane regista del film che esce nelle sale italiane il 22 giugno.
L’ermafroditismo ha sempre interessato la letteratura, dall’ottocentesco Seraphita di Honoré de Balzac al recente Middlesex di Jeffrey Eugenides. Anche lei si è ispirata a un racconto, perché ha scelto quest’argomento?
XXY è basato sul testo di uno scrittore argentino che ammiro, Sergio Bizzio. È la storia del risveglio dei sensi di una giovane intersessuale. Leggere il racconto di Bizzio mi ha rammentato un’epoca inquietante della nostra vita, quando si scopre il desiderio carnale. Ho cominciato a scrivere con questa immagine in testa: il corpo di una adolescente in cui convivono due sessi.
È questo che s’intende per intersessuale? Una persona che ha organi interni femminili e organi esterni maschili e femminili. Ha fatto ricerche su questo argomento? Pensavo che l’ermafroditismo fosse un fatto eccezionale…
Per mesi e mesi ho incontrato medici, genetisti, padri di bambini intersessuali, attivisti…Fino a pochi anni fa quasi tutti i casi di “psudoermafroditi” venivano operati alla nascita, sottoposti a quella che viene definita una normalizzazione, ma in realtà è una castrazione. Li obbligavano a prendere ormoni e corticoidi fino alla pubertà.
I genitori di Alex al contrario, hanno deciso di non toccarla, tuttavia la allevano come una ragazza e le somministrano ormoni per non farle crescere la barba…
Il discorso biomedico sulla differenziazione sessuale è basato su un discorso semplicistico: se hai due gonadi- ovaie e testicoli- non possono che esserci due sessi, maschile o femminile. Questo è tremendo, perché quello che quei ragazzi apprendono prima o poi dopo l’operazione, è che l’identità sessuale è qualcosa che si paga con il corpo. Invece di rifiutare ciò che è differente, bisognerebbe mettere in discussione il pensiero binario con il quale siamo stati educati: tutto si divide in vero o falso, normale o anormale, femminile o maschile.
Perché è così difficile per le persone «normali» accettare la diversità?
Non lo so, ma è incredibile che ancora oggi ci sia gente che pensa agli intersessuali non come a una realtà ma come a un mito. Non ci sono dati esatti sulll’incidenza di questa «anomalia» a livello mondiale (i dati dicono che la Sindrome di Klinefelter, XXY appunto, colpisca uno su mille nati, ndr) ma anche nel caso fosse uno solo, non è la quantità che importa. Gli intersessuali non sono statistiche, sono soggettività con dei diritti. Il primo è il diritto di scelta. In XXY il padre di Alex, che è biologo, ha il coraggio di non farla toccare, di non permettere che operino sua figlia appena nata. Ha la certezza che la chirurgia non possa creare un corpo normale: e le mutilazioni? e le cicatrici? Lui è convinto che gli interventi chirurgici su questi piccoli pazienti, siano solo cosmesi.
È stato difficile trovare l’attrice che interpreta Alex?
Inès Efron è al suo terzo film, il primo da protagonista. Alex doveva essere interpretata da una ragazzina di 14 anni che non aveva ancora fatto nulla. Ma nei nostri incontri aveva cominciato a dirmi che il personaggio la angustiava, che non lo capiva fino in fondo, non si sentiva libera nel lavoro, i nudi, le scene di sesso, la violenza… Ero in difficoltà, poi ho incontrato Inès, che in realtà non aveva niente a che vedere con il personaggio che avevo scritto. Un ruolo di quindicenne (Inès ne ha 22, anche se sembra molto più giovane), una figura androgina (Inès è goffa ma femminile) un personaggio forte e cinico (Inès è fragile e dolce). Eppure appena l’ho vista ho capito che andava bene. Che avremmo riscritto il personaggio insieme. E così è andata.
Il magnifico paesaggio dell’Uruguay, dove ha ambientato il film, ha un valore simbolico o è soltanto una scelta estetica?
Le due cose. Scrivendo avevo chiaro che i personaggi sarebbero stati chiusi in una casa isolata, circondata da una natura spoglia, in modo da potenziare il senso di reclusione e di drammaticità. E avevo sempre immaginato di veder crescere Alex in un posto così, vicino al mare. Conosco l’Uruguay da sempre, ho scritto lì tutti i miei romanzi, è un posto dove vado quando voglio stare tranquilla, in silenzio. Il clima, la luce mi sono familiari.
A soli trent’anni lei è sceneggiatrice, regista, scrittrice. Che romanzi scrive?
I miei romanzi si intitolano El niño pez, 9 minutos, e La maledición de Jacinta Pichimahuida. Mi piacciono più le storie di personaggi che di avventure. Ma voglio poter cambiare tono, genere, registro. Adesso per esempio sto scrivendo un film del terrore per un produttore americano e sto adattando il mio primo romanzo, un poliziesco noir, un road movie sulla strada che va da Buenos Aires a Asunción, Paraguay.
XXY è prodotto da suo padre Luis Puenzo, regista premio Oscar per il film La storia ufficiale. Le piace lavorare in famiglia?
Tutti gli uomini della mia famiglia, mio padre e i miei fratelli, fanno cinema. Ho passato gli ultimi dieci anni scrivendo romanzi e sceneggiature per altri registi. Quando ho deciso di dirigere XXY mi era chiaro che così come avevo trovato uno sguardo per i miei racconti, bisognava che trovassi il modo di narrare questa storia, il tono, dove volevo mettere la macchina da presa, come affrontare le riprese. Anche a rischio di sbagliare o di avere molti dubbi, ho preferito scoprire da sola dove volevo andare. Così tutto è stato un apprendistato, perché tutto era nuovo per me. Mio padre mi ha appoggiata accettando questa situazione. Nello stesso tempo, il fatto che lui fosse uno dei tre produttori, con tutta l’esperienza che ha, era tranquillizzante. È la situazione ideale, avere un produttore che più fidato di così non si può.
- Venerdì 8 Giugno 2007











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Commenti
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Il 18 Giugno 2007 alle 20:06 lutero98 ha scritto:
Purtroppo la regista, ci racconta una storia, che potrebbe risultare anche interessante, se non fosse perchè si basa su un sillogismo assolutamente falso.
Secondo Lucia Puenzo, la regista argentina, «l’intersessualità (nome con cui si conosce la sindrome di Klinefelter) è una presunta anomalia genetica per cui i geni maschili (XY) e quelli femminili (XX) si combinano dando luogo alla formazione contemporanea di organi sessuali esterni dei due sessi nella stessa persona»; peccato che, come precisa Unitask - onlus di pazienti con sindrome di Klinefelter e familiari, «La Sindrome di Klinefelter è un disordine genetico, con una anomalia cromosomica alla base della patologia (47,XXY) caratterizzato da testicoli piccoli e di consistenza aumentata, ginecomastia, ipogonadismo ed elevate concentrazioni di FSH con una incidenza alla nascita di circa 1:500 maschi. Il fenotipo è maschile e non vi sono disturbi della funzionalità né dell’identità sessuale».
E’ allora lo stesso Comitato Scientifico dell’Associazione Unitask che precisa che il titolo del film di Lucia Puenzo, “XXY, la storia di un ermafrodito”, nelle nostre sale dal 22 giugno, costituisce una grave distorsione della realtà clinica della Sindrome di Klinefelter (KS) ponendo una relazione di causa ed effetto tra le due condizioni assolutamente inesistente sul piano biologico e pericolossissima sul piano psicologico per i pazienti ed i loro familiari, ma soprattutto per gli adolescenti e le mamme in gravidanza con diagnosi prenatale di feto XXY.
Spiace che i registi si debbano far pubblicità sulle sofferenze altrui. Spiace assai.
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