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Troppe mostre inutili: parla Gonzalez-Palacios

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  • Tags: Alvar-Gonzalez-Palacios, Antonello-da-Messina, Louvre, mostre, Parigi, Raffaello, Roberto-Longhi, Roma, storia-dellarte, Un-anno-in-meno
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Burneau Gerald - Grazia Neri

di Terry Marocco

Abbandonato su cuscini di velluto verde smeraldo, nel suo salotto dalle pareti rosso pompeiano, affacciato su via delle Botteghe Oscure a Roma, Alvar Gonzalez-Palacios sospira: “Mi annoio, mi sono annoiato molto nella mia vita. La noia è il sentimento tipico del Settecento, ed è sinonimo di pensiero. Oggi l’uomo non è più capace di annoiarsi, né di pensare”.
Uno dei massimi storici e critici dell’arte al mondo, allievo di Roberto Longhi, vicino a Bernard Berenson, amico di tutta quella generazione della critica dell’arte (da Federico Zeri a Giuliano Briganti) che oggi non c’è più, Gonzalez-Palacios racconta il suo ultimo anno in un diario cinico e melanconico, Un anno in meno (appena uscito per la Skira). Raffinato conoscitore del bello, arbitro del gusto, trendsetter ante litteram, è amico e frequentatore di una mondanità d’élite: dalle case reali d’Europa a grandi famiglie come i Rothschild e gli Agnelli, a intellettuali come Mario Praz, Indro Montanelli e lo scrittore Harold Acton.

Camicia bianca e superbi mocassini nocciola, Gonzalez-Palacios, nato a Cuba nel 1936 (sotto il segno del Toro), racconta: “Sono cinquant’anni che non torno nella mia isola. So che la troverei come l’ho lasciata: un grande bordello. Ai tempi di Fulgencio Batista per gli americani, oggi per italiani e tedeschi”. Assolutamente proustiano, è stato grande per aver dato dignità a quelle che erano considerate le arti minori, decorative.
Jacques Chirac gli ha conferito la Legion d’onore francese, lui ha scritto libri importanti, da quello sui Valadier ai due volumi sul gusto dei principi, o la sua tagliente autobiografia Le tre età, dove i giudizi sono tranchant (”Giangiacomo Feltrinelli? Tracotante e ingenuo”). Con mossa felina, degna dei suoi adorati gatti, si solleva dai cuscini, afferra un biscottino posato su un tavolo di marmo antico e dice: “Vado avanti per spirito giudaico-cristiano, come diceva Zeri, anche se non sono né giudeo né cristiano”.

Tuffo nei cuscini e fuoco aperto sul mondo dell’arte: “Quello che mi disturba oggi è la mancanza di interesse per gli oggetti. Si parla solo di contenuto e di contenitore. Stiamo vivendo un nuovo dannunzianesimo. I filologi, soprattutto quelli della scuola tedesca, si perdono in dettagli minimi. È così importante conoscere la data di nascita di Caravaggio? È pari alla curiosità televisiva dei reality” ironizza giocando con gli occhiali appesi al collo. “Tutto questo porta a un ammasso enorme di materiale cartaceo, che mi annoia. Come le notizie: non è necessario sapere 24 ore al giorno cosa succede nel mondo. Si rischia di diventare culturalmente obesi”.
Ha vissuto tra Roma e Parigi e le sue critiche vanno a entrambi i paesi. “Il direttore del Louvre ha dato con orgoglio la notizia che il museo ha 10 milioni di visitatori l’anno. Per me è una notizia ferale: a cosa servono? L’arte non è per le masse, implica la meditazione, l’allontanamento”.

Poi l’affondo tocca a Roma e ai due eventi più importanti dello scorso anno, definiti “manifestazioni agrituristiche”.
“La mostra di Antonello da Messina, grande successo di pubblico, era mostruosa e non è servita a nulla, se non a distruggere con un restauro raccapricciante il sublime San Sebastiano di Dresda”. Lo stesso vale per l’antologica di Raffaello: “Utile solo a chi l’ha fatta. Bisognerebbe servire le opere d’arte, non servirsene”. Invece le opere d’arte vengono usate, spostate. “Il Louvre ha prestato 300 capolavori al sultanato di Abu Dhabi. Non si deve spostare l’arte, ma le persone che vogliono vedere l’arte”.
Per descrivere la nuova generazione di storici Gonzalez-Palacios usa una parola della sua madrelingua, “chapucero”, cioè approssimativi, non attenti: “Non ci sono dei grandi talenti oggi, non ci sono degli storici dell’arte che riescano a commuovere. Non vedo un Longhi, né un Berenson”. Una concessione la fa: “Rispetto a quando iniziai, c’è una media più alta, anche se non riesco a spiegarmi il perché della rivolta verso chi è venuto prima. Oggi si torna in auge solo da morti” dice con un sospiro. Se l’arte contemporanea ha superato l’arte antica “è colpa dei miei colleghi, perché chi compra non si sente protetto: troppi falsi in giro e pochi veri grandi capolavori. E così un Warhol diventa non solo una moda, ma un investimento più sicuro”.

Sulla parete rossa alle sue spalle un favoloso quadro barocco, sui tavolini miniature e oggetti preziosi… “Se i mobili francesi non vanno più è perché la gente non vuole più vivere come una volta. Vuole case facili da tenere, e dentro, magari, solo due pezzi di altissima qualità”. Forse le sue case non sono così facili da tenere, certo bellissime, molto curate. Le crea, le vive per cicli di sette anni e poi le rivende. “A Roma ho abitato davanti alla Chiesa San Carlo in via del Corso, l’unica che mi dispiacque lasciare, poi in salita Sant’Onofrio”.
Casa strepitosa acquistata da Franco Tatò. A Parigi per 17 anni è stato in rue du Marché Saint-Honoré: “Ho venduto quando è morto il portiere”. Che snob. Si trasferisce al Marais, “ma i gay sono troppo aggressivi” e così se ne va. Ora parte, due mesi in Puglia, a Bagnolo, la sua ultima creatura: una suite di lusso, così la chiama, con un giardino, che il compagno Marcello ha riempito di rose rare.

“Non sono legato a nulla, l’unica casa che considero mia è quella dell’infanzia. Il resto è solo un divertimento letterario. Come scrivere una poesia con le parole di un altro. Se immagino il futuro penso a un convento dove allontanarmi da tutto”.
E cioè: dai cuscini verdi, dal busto di Augusto senza volto che fa da custode alla porta d’ingresso, persino dai gatti silenziosi che zampettano sui tappeti antichi.

  • redazione
  • Venerdì 29 Giugno 2007
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