Archivio di Luglio, 2007

Studenti italiani asini, soprattutto in matematica. Per rimediare, potrebbero tornare gli esami a settembre. È questa, in estrema sintesi, l’emergenza lanciata dal ministro della Pubblica Istruzione Fioroni.
Oltre il 40 per cento degli studenti delle scuole superiori ha un debito formativo negli anni intermedi. Che, secondo il ministro, potrebbe trasformarsi in un’enorme lacuna che i ragazzi si porterebbero dietro fino alla maturità. Dunque torna l’incubo degli esami di riparazione.
Ma l’incubo peggiore, la vera bestia nera, per i ragazzi, è la matematica. Il 44 per cento dei ragazzi ammessi con debito alle classi delle superiori ha un debito proprio in questa materia; una piaga che unisce in ignoranza l’Italia da nord (44,8 per cento degli studenti con debito) a sud (43,2 per cento) passando per il centro (44,4 per cento) e le isole (43,9 per cento). E accomuna trasversalmente gli indirizzi di ogni ordine e grado, in una forchetta che va dal 51,6 per cento dello scientifico al 41,2 per cento dei professionali.
Se è del tutto evidente - come afferma il ministro - che occorre invertire questa tendenza, non è così evidente il motivo di questa situazione, visto che in Italia la matematica sembra essere una passione nazionale. Con un festival dedicato ai misteri dei numeri, inaugurato quest’anno a Roma, che ha registrato affluenze da record. E con serial tv come Numb3rs, in cui detective e matematici smascherano criminali grazie alle formule scientifiche, e inchiodano davanti al piccolo schermo quasi due milioni di spettatori a puntata (nella foto il protagonista).
La matematica affascina quando è intrattenimento, ma non appassiona a scuola. Come mai? Lo abbiamo chiesto a Daniela Lucangeli, docente di Psicologia dello sviluppo all’università di Padova, e membro dell’Osservatorio nazionale sull’infanzia, oltre che dell’Academy of learning disability, la più grande società scientifica internazionale che studia i disturbi dell’apprendimento. “Il problema sta nel fatto che ai ragazzi, fin da piccoli, si insegna a sbagliare” spiega Lucangeli. “La matematica può diventare un vero piacere, addirittura estetico. Ma se non la si capisce, produce un senso di disagio, che allontana anche i più volenterosi. Eppure noi tutti abbiamo una cognizione innata dei meccanismi numerici. Se questi sono potenziati nei primi anni di vita, allora si apprendono nel modo corretto, proprio come i meccanismi verbali. Se invece sono potenziati male, allora il risultato è che i bambini apprendono a sbagliare. Purtroppo” continua la professoressa “le mamme e le insegnanti della scuola materna non sanno come potenziare i meccanismi numerici e, banalmente, insegnano a usare i numeri con lo stesso metodo che si usa per le parole. Si insegna loro a pronunciare i nomi dei numeri anziché a pensarli come elementi di un altro sistema. Ma strategie verbali e strategie numeriche sono completamente diverse. E così, quanto ad apprendimento della matematica, i primi anni di vita sono completamente sprecati. Mi sono spiegata?”.
Non sarebbe il caso di spiegarlo agli insegnanti? “Noi lo chiediamo da molto tempo” dice Lucangeli. Però questa volta il ministro ci si è messo di piglio buono: ha annunciato l’istituzione di un comitato di tecnici che nei prossimi tre mesi dovrà valutare proposte per superare questa situazione critica. “Sì, ma lui chiede consiglio ai matematici che di cognizione matematica ne sanno quanto me. Cioè qualcosa… ” spiega ancora la professoressa “Il problema non è la competenza matematica degli insegnanti, bensì la capacità di insegnare con il metodo corretto. Se il ministro vuole rendere un servizio ai ragazzi, non deve chiedere consiglio a chi conosce la matematica, ma a chi sa come la si apprende”.
Il VIDEO servizio:
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A Londra pensavano di avercela fatta a salvare i bambini dalle tentazioni del junk food, il cibo spazzatura. O almeno di averlo cancellato dai programmi tv per i più piccoli. E invece no: dopo il divieto di Ofcom, l’autorità britannica garante delle comunicazioni che ha proibito di pubblicizzare in televisione il junk food, aziende come McDonald’s, Haribo, Skittles e Starburst si sono rimboccate le maniche e hanno cambiato. Non strategia, beninteso, ma mezzo di comunicazione: hanno canalizzato gli investimenti sul web.
Invece di farsi pubblicità tra un cartone animato e l’altro, hanno cominciato a presidiare i siti più frequentati dai piccoli, quelli che favoriscono l’aggregazione (i siti di social network), usati da circa il 70 per cento dei giovanissimi britannici. A rivelare la preoccupazione dei magistrati della Corona è il quotidiano londinese The Guardian, secondo il quale per i pm ma anche per il dipartimento della Salute è arrivato il momento di fare ammenda: togliere la pubblicità del junk food dalla tv ha avuto l’unico effetto di spostare i budget su Internet. Adesso è il momento di passare a una nuova fase…o forse solo a una più accurata legislazione.

Nello stesso giorno di un altro grande regista come Ingmar Bergman, è mancato Michelangelo Antonioni. Era nato nel 1912 a Ferrara. Dove aveva ambientato il suo primo documentario, Gente del Po, del ‘47. Prima sceneggiatore per Giuseppe De Santis e per Fellini (Lo sceicco bianco), aveva realizzato il suo primo film nel 1950: Cronaca di un amore. Era iniziata così una lunga carriera da cineasta: I vinti (1952) sulla crisi della gioventù europea, La signora senza camelia (1953) sull’ ambiente del cinema. Poi Le amiche (1955) e Il grido (1956), fino a quello che è considerato il suo capolavoro e l’inizio di una ideale trilogia: L’ avventura (1959).
Un video tratto dal film L’avventura
Seguono La notte (1960) e L’eclisse (1962). Tre film, questi, che rinsaldano il legame, personale e professionale, con Monica Vitti, interprete principale della trilogia. Con Deserto rosso, del 1964, sempre con l’attrice, il bianco e nero cede il posto al colore.
Lo sguardo di Antonioni si allarga poi dalla borghesia italiana alla società internazionale: Blow up (1966) ambientato in Inghilterra, Zabriskie Point (1970) nell’America della contestazione giovanile e della musica rock, con la celebre la scena finale dell’esplosione con la musica dei Pink Floyd (guarda il viedo). Poi la Cina con un nuovo documentario (Chung Kuo: Cina, 1972) e ancora Barcellona e l’Africa per Professione reporter con Maria Schneider e Jack Nicholson (1975).
Un video tratto da Professione Reporter
Breve parentesi televisiva per un videoclip per Gianna Nannini (Fotoromanza). E ancora cinema nell’82 con Identificazione di una donna con l’ex “Monnezza” Tomas Milian. Dopo un lungo silenzio dovuto alla malattia, Antonioni torna sul set nel 1995 con Al di la’ delle nuvole, firmato a quattro mani con Wim Wenders. In ultimo Eros, per cui realizza l’episodio Il filo pericoloso dele cose.
Ieri sera, il regista era nella sua casa di Roma. Era seduto in poltrona con accanto la moglie Enrica Fico. È morto lì. Aveva 94 anni. Sarà sepolto a Ferrara.
FORUM: Bergman, Antonioni: ma quanti di voi hanno visto un loro film per intero?

Il VIDEO servizio:
Nel paesaggio irreale dell’Isola di Faro nel mar Barltico, è morto oggi Ingmar Bergman. Il grande regista svedese aveva 89 anni e una vita vissuta tra teatro e cinema: diresse oltre 40 film, scrisse testi teatrali e sceneggiature cinematografiche, e chiuse poi la sua carriera dedicandosi ai film per la tv.
Un video tratto dal film Il posto delle fragole
Suoi, capolavori come Il posto delle fragole, Il settimo sigillo e Fanny e Alexander, con il quale vinse il suo terzo Oscar nel 1984. Uomo rigoroso e austero, come la famiglia e la terra in cui nacque, Bergman aveva la grande capacità di raccontare i sentimenti umani, come l’ansia del vivere e l’incomunicabilità. Ma non solo: nella sua lunga carriera spaziò dai drammi alle commedie argute raccontando vicende di uomini, donne e famiglie tra sogno e realtà.
Un video tratto dal film Fanny e Alexander
A gennaio prossimo uscirà anche in Italia il suo diario, edito da Iperborea, un ultimo tassello di una grande vita raccontata e vissuta attraverso il cinema. Tre Diari si intitolerà semplicemente, perchè oltre alle memorie di Ingmar Bergman, sono raccolte quelle della moglie Ingrid von Rosen e della figlia Maria von Rosen. Pagine e pagine di ricordi, pensieri e parole raccolte dal 10 ottobre 1994 (il giorno prima che a Ingrid venisse diagnosticato un tumore allo stomaco) al 20 maggio 1995 (data del decesso). Una sorta di ultimo viaggio nella memoria. E come ben sapeva il regista per dare verità e veridicità non basta un unico punto di vista. Il libro uscirà in in occasione di una grande mostra in programma a Milano. Una delle tante che verranno probabilmente organizzate e che permetteranno finalmente di rivedere le sue opere.
Un video tratto dal film Il settimo sigillo

L’ultima follia di questo geniale mattatore è stata quella di partecipare a un video-clip musicale di una band indipendente. Il filmato lo vede protagonista assieme ad alcune avvenenti signorine e sarà premiato al Meeting delle Etichette Indipendenti in programma a Faenza il 24 e 25 novembre prossimi. La canzone del video, che grazie alla presenza del nostro ha avuto accesso all’etere televisivo, è la cover in salsa ska del classico di Lee Hazelwood e Nancy Sinatra, “These boots are made for walking“: la band in questione è quella bolognese delle “Braghe Corte”.
Oltralpe la gauche caviar, la sinistra radical chic, lo ha eletto a icona del cinema d’autore per le sue parti nei film della controversa regista Catherine Breillat.
La sua carriera d’altronde, dopo una breve parentesi giovanile come marinaio, è iniziata proprio in Francia, con una parabola che lo ha portato dalle stalle alle stelle: da lavapiatti a modello a divo di fama planetaria. Nel corso della sua attività professionale è stato chiamato a recitare in tutta Europa e negli Stati Uniti dove la sua capacità drammatica gli ha fatto vincere moltissimi premi e interpretare ruoli di altissimo livello come Dorian Gray, Dracula e il dottor Jekyll e la sua nemesi. Nel ‘99 è stato dato alle stampe anche un libro che narrava la sua incredibile storia (e nel 2006 la Mondadori ha pubblicato la sua autobiografia, sancendo definitamente la sua poliedrica capacità artistica).
Dopo alcuni anni di gavetta ha fatto il passo che lo ha portato ad aprire una sua casa di produzione e che lo ha spinto dietro la macchina da presa per mettere tutta la sua esperienza al servizio della difficile arte della regia (premiato a Cannes come esordiente nel ‘96) senza disdegnare per questo qualche cammeo nel mondo della pubblicità, creando scompiglio e dando dei seri grattacapi al Giurì di autodisciplina pubblicitaria che dopo sofferta decisione censura lo spot di cui è protagonista. Ora che ha un certa età e che è sposato con due figli ha annunciato di volersi ritirare dal dorato mondo dello stardom, senza però rinunciare a concedersi qualche divertissement.
Ah, lui è Rocco Siffredi.
Per la cronaca, ma solo per essa, la 94esima edizione del Tour de France è andata allo spagnolo della Discovery Channel, Alberto Contador, giovane (24 anni) di belle speranze e con qualche scheletro nell’armadio: nell’Operation Puerto sul doping in Spagna si parla anche di lui. Ma la Grande Boucle 2007 è stata soprattutto altro. Doping a fiumi: quattro i casi accertati: Sinkewitz (T-Mobile), Vinokourov (Astana), Moreni (Cofidis), Iban Mayo (Saunier Duval), e uno avvolto nel giallo, come la maglia che indossava, quello di Rasmussen. In televisione abbiamo visto più gendarmi che corridori e salite. Abbiamo assistito, inermi, a uno sport che mangia sé stesso vorace. Abbiamo capito che forse si è al capolinea. E a capirlo per primi sono stati gli sponsor che da anni vivono e finanziano il ciclismo. Chiare e senza appelli le dichiarazioni di due formazioni che hanno avuto al loro interno corridori che sono passati sotto la scure dell’antidoping risultandone positivi, quindi colpevoli. Senza peli sulla lingua le parole del team manager della Cofidis Eric Boyer: “Ci potrebbero essere delle serie conseguenze sul futuro della squadra”. Esplicito il responsabile delle sponsorizzazioni della Rabobank Helen Crielard: “Forse cambieremo la strada che stiamo percorrendo. A questo punto non c’è nessuna ragione per portare a termine la nostra sponsorizzazione”. A tutto questo va sommato il fatto che, negli anni passati, nella sola Spagna, hanno detto addio al mondo del ciclismo la compagnia assicurativa Liberty Seguros, l’azienda d’abbigliamento sportivo Kelme e la banca iberica Banesto.
Poi il capitolo degli ascolti tv. La televisione, presente come sempre da ogni parte del mondo al Tour, ha vissuto anch’essa il suo hannus orribilis. A farne le spese soprattutto la tv tedesca e quella francese. Dove, forse, ci sono gli spettatori più sensibili al problema. In Italia, tutto sommato, gli ascolti hanno resistito bene, con una leggera flessione. La media è stata di 1.083.892, che equivale al 12,20% di share, 100mila in meno rispetto allo scorso anno. Ma si è toccato il massimo ascolto nella tappa del 15 luglio, 20,51 di share. Cala il pubblico in Francia. La media dei primi 15 giorni sulle tre emittenti che hanno trasmesso la corsa è stata di 3,4 milioni di telespettatori che corrisponde al 38% di share. L’anno precedente lo share era stato del 41,8% e nel 2005 del 47%. In due anni quasi dieci punti in meno. Dopo l’abbandono, causa doping, delle tv pubbliche Ard e Zdf, in Germania i diritti sono passati alla privata Sat 1 e a Eurosport. Ma lo share, anche nelle tappe più seguite, non ha superato l’8,5%.
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Decine di migliaia di cinesi, di un’età compresa tra i 13 e i 35 anni, si riversano da martedì nei saloni dell’Hong Kong Convention and Exhibition Centre in occasione della nona fiera del fumetto.
Passeggiando tra gli stand, i visitatori vanno alla ricerca di albi difficilmente rintracciabili sul mercato e acquistano i gadget dei loro eroi preferiti. Non senza suscitare polemiche: un editoriale del South China Morning Post ha infatti etichettato come pericolosa oltre che diseducativa la vendita di spade e sciabole dei lottatori ninja.
Se pupazzi gonfiabili e riproduzioni in cartone hanno fatto il pieno di fotografie, anche tanti visitatori hanno colto l’occasione per impersonare i supereroi per un giorno. Travestiti in maniera impeccabile, hanno girato tra la folla per il semplice gusto di essere fotografati. Proprio come piccole star.
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Locarno è considerato il meno glamour tra i festival cinematografici. “Sì, è così da sempre” ammette a Panorama.it senza troppa preoccupazione Frédéric Maire, direttore della rassegna dall’ottobre del 2005. “Questo dipende anche dallo spirito svizzero: qui ministri e amministratori arrivano in bus e non con le auto blu e la scorta! Insomma, frequentano il festival come spettatori qualsiasi” continua placidamente Maire. Che però rilancia: “A questo festival non interessa la moda, semmai interessa la gioventù”. “Il festival vuole essere giovane” spiega il direttore “tanto nei contenuti quanto nel rapporto con il pubblico”.
Una bella sfida per una rassegna che quest’anno compie 60 anni. Li festeggerà dal 1° all’11 agosto, con un’edizione talmente ricca di film, ospiti, premi e iniziative che si fatica un po’ ad orientarsi tra i tanti nomi e dichiarazioni di intenti.
Direttore Maire, quali sono i criteri guida per capire questo festival?
Ci sono quasi 80 lungometraggi presentati nelle cinque sezioni ufficiali, accanto alle quali abbiamo organizzato una sezione parallela dedicata alla critica, una retrospettiva sui primi 60 anni del festival, un omaggio alle grandi dive del cinema italiano e il laboratorio Open Door. Tanti film di ogni genere per invitare lo spettatore a scoprire territori nuovi.
In che modo?
Presentando film innovativi sia per le tematiche sia per le forme. E mettendo le star vicino al pubblico. A Locarno, infatti, autori e attori assistono alla proiezione e partecipano alle discussioni che seguono assieme agli spettatori.
Qui si sono visti film di autori sconosciuti che poi hanno raggiunto un grande successo, come Marco Tullio Giordana
L’idea è proprio di sperimentare e far conoscere. Il Festival di Locarno ama il cinema particolare e spesso questa ricerca viene scambiata per intellettualismo, ma per questa nuova edizione abbiamo lavorato per rendere più leggibile la programmazione. Esiste infatti un festival di giorno con le diverse retrospettive e con due concorsi dedicati a un pubblico più cinefilo. E poi un festival serale che vede un pubblico più variegato ritrovarsi tutto in Piazza Grande.
Nonostante la fama di essere poco glamour, ci sono sempre grandi personaggi. Qual’è l’ospite di cui va più fiero quest’anno?
Anthony Hopkins, che non interverrà come attore, ma come giovane regista per presentare il suo terzo film Slipstream, interpretato da Chistian Slater.
In programma anche un grande ritorno del cinema anglofono e asiatico.
Non solo: ci saranno film da tutto il mondo, compresa l’area mediorientale a cui è stato dedicato il laboratorio Open Door. Si tratta di una rassegna che permette di vedere film non distribuiti di autori emergenti. Ci saranno 13 progetti provenienti da Israele, Egitto, Libano, Siria e Giordania per dare spazio alla cinematografia emergente.