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Cresce la censura on line, ma la Rete insorge

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  • Tags: Amnesty-International, censura, Google, internet, Microsoft, Shi-Tao, web, Yahoo
  • 5 commenti

[i](Credits: Corbis)[/i]

Solo dopo l’assegnazione del Golden pen of Freedom 2007, il presitigioso premio della World Association of Newspapers, Yahoo! ha ammesso le proprie responsabilità e si è scusata con Shi Tao, il giornalista condannato a dieci anni di carcere per aver inoltrato via mail un documento riservato del Partito comunista cinese. Quello di Tao è forse il più clamoroso, ma non l’unico caso di ’spifferata’ fatta da grandi corporation al governo di Pechino: anche Google e Microsoft in più occasioni hanno trasmesso informazioni sulle attività di dissidenti, senza farsi troppi scrupoli sull’utilizzo dei dati forniti.
La foglia di fico dietro cui si nascondono un po’ tutti è il rispetto delle leggi locali e la sicurezza dei dipendenti. Poco importa, poi, se tutto ciò sia in aperto contrasto con la mission - orgogliosamente sbandierata in Occidente - di potenziare la conoscenza e la libertà umana. Business is business, anche nella web 2.0.
L’effetto di questa complicità tra stati con ansia da controllo e corporation assetate di utenti è che Internet sta pericolosamente cambiando volto: “Il virus della repressione si sta diffondendo - spiega Tim Hancock di Amnesty International - Il modello cinese di un’Internet che permette la crescita economica senza libertà di espressione o privacy ormai si va affermando. Cinque anni fa erano solo una manciata di paesi, ora alcune dozzine di governi bloccano siti e arrestano blogger”. Dati più precisi sull’espansione del fenomeno ci arrivano dall’ultima mappatura di Open Net Initiative: dall’India al Marocco, dallo Yemen al Sud Corea, dall’Etiopia al Vietnam, sono almeno 25 gli stati che applicano raffinati sistemi di filtraggio. Ma nessuno è senza colpe, dicono i ricercatori dell’ONI: spesso i software migliori sono realizzati negli Stati Uniti e poi rivenduti agli organismi governativi di mezzo mondo. E così gli strumenti diventano sempre più pervasivi: siti oscurati, blog cancellati, monitoraggio ossessivo delle chat, restrizioni sui motori di ricerca o sull’accesso a Wikipedia (solo qualche giorno fa la versione cinese dell’enciclopedia collaborativa è stata ripristinata). Nel mirino non ci sono solo i contenuti, ma anche gli applicativi che permettono la condivisione di risorse (di recente in Thailandia sono stati bloccati Skype e YouTube).
Per fortuna, le associazioni di difesa dei diritti civili si sono attivate in tempo, andando oltre la semplice denuncia e facendo leva sull’aspetto virale e collaborativo della rete per combattere questa nuova deriva oscurantista: manuali di sopravvivenza per blogger (come questo di Reporter sans frontieres), software alternativi (si veda FlickrAccess, un’estensione per Firefox che consente di aggirare i filtri in Iran e Cina), librerie online (come la coraggiosa Kotobarabia, primo store mediorientale online a diffondere letteratura proibita). Tra le iniziative di maggiore successo c’è poi irrepressible.info di Amnesty International. Lanciata lo scorso anno, la campagna invita chiunque possieda un un blog o un sito web a ripubblicare frammenti di materiale censurato attraverso un badge che recita: “Qualcuno non vorrebbe vedere pubblicato questo…”. Forse non basterà un badge ad evitare il carcere ai cyberdissidenti, ma se non altro le loro denunce potranno continuare a circolare.

  • nicolabruno
  • Mercoledì 4 Luglio 2007
Da MuslimSpace a GodTube: la religione da condividere on line »
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Commenti

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Il 9 Luglio 2007 alle 13:41 » Panorama.it - Cultura e società ha scritto:

[...] Cresce la censura on line, ma la Rete insorge [...]

Il 9 Luglio 2007 alle 13:46 Preti pedofili: videogioco online, proteste reali » Panorama.it - Cultura e società ha scritto:

[...] Alla fine, Operazione Pretofilia è tornato online con alcune scene sfocate: è bastato trasferirlo su un server localizzato negli Stati Uniti, paese in cui i contenuti del videogioco non sono considerati illegali. Secondo alcuni esperti anche in Italia non c’erano gli estremi per una violazione della legge. Restano comunque aperte tutta una serie di domande: un videogioco satirico può costituire reato d’opinione o istigazione alla pedofilia? Basteranno mai le leggi (e le polemiche) nazionali a regolamentare una piattaforma globale e virale come Internet? E, soprattutto, anche in Italia sta prendendo piede la censura online? [...]

Il 9 Luglio 2007 alle 14:20 cultura » Blog Archive » Preti pedofili: videogioco online, proteste reali ha scritto:

[...] Alla fine, Operazione Pretofilia è tornato online con alcune scene sfocate: è bastato trasferirlo su un server localizzato negli Stati Uniti, paese in cui i contenuti del videogioco non sono considerati illegali. Secondo alcuni esperti anche in Italia non c’erano gli estremi per una violazione della legge. Restano comunque aperte tutta una serie di domande: un videogioco satirico può costituire reato d’opinione o istigazione alla pedofilia? Basteranno mai le leggi (e le polemiche) nazionali a regolamentare una piattaforma globale e virale come Internet? E, soprattutto, anche in Italia sta prendendo piede la censura online? [...]

Il 29 Novembre 2007 alle 12:23 Una Magna Charta del web per vincere censura e repressione » Panorama.it - Cultura e società ha scritto:

[...] Per la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo ci sono voluti secoli e secoli di discussioni, a partire da un dibattito inaugurato nel ‘700 e arrivato a termine solo dopo uno choc terribile come la Seconda Guerra Mondiale. Quanto ci vorrà, invece, per l’Internet Bill of Rights, l’encomiabile proposta di una Costituzione dei diritti dell’uomo nell’era elettronica, rilanciata all’ultimo incontro dell’Internet Governance Forum di Rio (qui la dichiarazione finale in pdf)? Difficile dirlo. Eppure in ballo ci sono temi quanto mai urgenti e attuali come la tutela della privacy e della libertà d’espressione online, i diritti dei consumatori, il mantenimento di standard aperti, l’inclusione digitale. Tutte problematiche che non possono trovare soluzioni adeguate nelle politiche spesso miopi e repressive dei singoli stati. Né in quelle, altrettanto controverse e utilitaristiche, delle grandi corporation. Internet si è sviluppata in un clima di sostanziale auto-regolamentazione e questo per molti versi è stato un bene: ha permesso alla rete di crescere dal basso e via via riadattarsi in linea con i bisogni della sua base di utenti. Ma ora le cose stanno decisamente cambiando. Di giorno in giorno, la rete diventa un’arena sempre più centrale per il business e la politica. Spesso dell’attuale deregolamentazione finisce con l’avvantaggiarsene chi vuole limitare, piuttosto che proteggere, i diritti e le libertà degli utenti. Ecco perché, spiega Stefano Rodotà, componente del Comitato italiano per la governance di Internet e principale ispiratore della proposta di Rio, “la formula del Bill of Rights ha forza simbolica, mette in evidenza che non si vuole limitare la libertà in rete ma, al contrario, mantenere le condizioni perché possa continuare a fiorire. Per questo servono garanzie costituzionali”. Certo, la strada è tutta in salita: ancora non sono per niente chiare le modalità e gli strumenti per arrivare alla definizione della Carta costituzionale. Come è giusto che sia, si tenterà il percorso della partecipazione dal basso, magari con un coinvolgimento attivo delle Nazioni Unite. Speriamo solo non ci vorranno tre secoli e un altro evento traumatizzante. VIDEO: Stefano Rodotà sull’Internet Bill of Rights // [...]

Il 22 Gennaio 2008 alle 12:00 Pechino e Mosca padroni del web » Panorama.it - Cultura e società ha scritto:

[...] Non che sia una sorpresa, il sorpasso era nell’aria da tempo. Ma ormai è davvero questione di poco (un mese?) e la Cina diventerà il primo mercato al mondo per numero di utenti online. Secondo i dati di China internet network information center, nel corso del 2007 si sono affacciati alla rete ben 210 milioni di navigatori: +54% rispetto allo scorso anno e, soprattutto, meno cinque milioni rispetto agli Stati Uniti. Che così, a breve, si vedranno scippare un primato conservato sin dalla nascita del world wide web. Quali conseguenze avrà tutto ciò sugli equilibri della rete? Sono in molti a temere un impatto negativo dell’approccio cinese alla rete. A preoccupare è soprattutto la macchina da censura “draconiana” (secondo la definizione di Reporter Sans Frontieres): blogger arrestati, spesso con la complicità dei colossi occidentali (tra cui Google e Yahoo!); siti oscurati; accesso ai contenuti filtrato dalla grande muraglia di software e controllori (oltre 30.000 addetti). L’ultimo giro di vite riguarda i siti di video prodotti dal basso: potranno operare solo dietro autorizzazione governativa. E le regole parlano chiaro: “chi fornisce un servizio di video online deve servire il popolo, il socialismo e… seguire il suo codice morale”. Google e gli altri big manderanno di nuovo giù il boccone amaro del compromesso con Pechino per non perdere visibilità nel promettente mercato cinese? Spaventa, poi, la velocità con cui altri paesi stanno seguendo le stesse orme di Pechino. Amnesty International è tornata a denunciarlo di recente: “Il modello cinese di un’Internet che permette la crescita economica senza libertà di espressione o privacy ormai si va affermando. Cinque anni fa erano solo una manciata di paesi, ora alcune dozzine di governi bloccano siti e arrestano blogger”. Tra questi c’è la Russia, altro paese emergente per numero di utenti e di investimenti in rete (qui alcuni dati). Il Cremlino da un po’ di tempo si sta adoperando per dar vita a una Internet tutta in cirillico, che opera in maniera sganciata rispetto al web globale e per accedere alla quale (secondo quanto riportato da The Guardian), sarebbe necessario avere una password concessa dallo stato. Il tutto in nome della lotta al cybercrimine. Ma di fatto si tratterebbe dell’anticamera di un sistema di controllo per tutte le attività online dei navigatori. A cominciare, magari, da Garry Kasparov che ha da poco rilanciato la sua sfida a Putin con magazine online http://www.kroniki.com in cui denuncia tutte le persecuzioni. In Cina il sito sarebbe stato oscurato sul nascere. [...]

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