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Archivio di Luglio, 2007

Book trailer, anche i libri hanno lo spot. Sul web

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  • Tags: book-trailer, casa-editrice, fazi-Editore, Jacopo-De-Michelis, libreria, libri, Marsilio-Editori, mondadori
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[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/elsie/154054286/]Elise esq.[/url] by Flickr)[/i]

Che libro mi compro oggi? Un bel salto su Youtube può dare qualche spunto. Dunque non soltanto un tradizionale sito in cui comprare o scambiare libri, come Bol, Amazon o Anobii, ma anche Youtube, il sito di condivisione di video può diventare uno strumento per informarsi sulle novità letterarie. Con i book trailer.

Come per i film, ora anche i libri hanno il loro filmato promozionale e anticipatore degli elementi salienti. Trailer, appunto, che finora - almeno in Italia - circolano solo sul web. E proprio recentemente, per l’uscita del libro Confine di Stato di Simone Sarasso, è uscito anche il nuovo relativo book trailer. Casa editrice? La Marsilio Editori, il primo editore italiano a realizzare book trailer, nel 2005, dal romanzo Baciami, Giuda di Will Christopher Baer (qui sotto il video da Youtube).

Anche altre case editrici italiane, più o meno grandi, hanno seguito le orme della Marsilio, non ultime la Fazi Editore e la Mondadori. Qui sotto il book trailer (da Youtube) del recente premio Strega Come Dio Comanda di Niccolò Ammaniti:

Inutile dire che in America i book trailer (o book video) sono diffusi già da un tempo e spopolano su Youtube. Segno di come l’editoria e il mondo della carta possano re-inventarsi e diventare multimediali. Editori come la HarperCollins e la Bantam Dell Publishing Group ne producono regolarmente. E ci sono anche Premi per il migliore book video dell’anno. Qui sotto il vincitore del 2006 Book Video Awards, dal libro Shadow man (in Italia L’ombra, edito dalla Piemme) di Cody McFadyen.

LEGGI ANCHE: Perché fare i book trailer. Intervista a Jacopo De Michelis, di Marsilio editore

  • simona.santoni
  • Venerdì 27 Luglio 2007

Fermate il ciclismo prima che il doping lo uccida

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  • Tags: alejandro-valverde, alexander-vinokurov, campi-elisi, ciclismo, cristian-moreni, doping, giro, grand-boucle, ivan-baso, maglia-gialla, michael-rasmussen, oil-for-drug, operation-puerto, Tour-de-France
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Il ciclista danese Michael Rasmussen della Rabobank, caccatao dalla propria squadra a tre giorni dalla fine de Tour 2007, nonostante la maglia gialla e una molto probabile vittoria
Alzi la mano chi, dopo gli ultimi scandali sul doping nel ciclismo, non pensa che sia meglio chiudere con questo sport. E non è una chiacchiera da bar, tanto per dire. Anzi, a parlare è l’evidenza dei fatti, la cronaca quotidiana intorno al Tour de France 2007, che è riuscito nell’impresa di ottenere anche il primato della vergogna: è la prima volta che una maglia gialla, il danese Rasmussen nello specifico, viene cacciata dalla propria squadra a tre giorni dalla fine e con la vittoria ormai in pugno. Cosa ha fatto il corridore della Rabobank? Non si è presentato a due controlli antidoping quando era in Italia, dicendo di essere in Messico.

Non passa comunque giorno che dalle strade francesi non arrivi notizia di qualche nuovo atleta dopato. Evidentemente così non si va avanti. Anche perché, a questo punto, nemmeno i controlli antidoping , per quanto importanti, non riescono più a mantenere a un livello accettabile la soglia di pulizia per credere ancora in un ciclismo di soli sacrifici.

Prima ancora che prendesse il via la corsa francese più seguita al mondo, tutti sapevano (e scrivevano) che sia Alejandro Valverde, sia Alexander Vinokourov partivano con la pesante accusa di essere coinvolti nella cosiddetta Operation Puerto sul doping in Spagna (la stessa che ha portato Basso alla squalifica). Ora, a distanza di poche settimane, ci si accorge che lo spagnolo (Valverde) è ancora in gara e con scarsi risultati (chissà perché…) e che il kazako (Vinokourov) è stato già cacciato, con tutta la sua squadra, l’Astana, per essersi fatto una trasfusione (eterotrasfusione, per l’esattezza) prima della cronometro individuale di Albi, vinta, anzi stravinta, nella 16esima tappa. La positività di Vino è stato solo il primo di tanti mattoncini che, una volta tolti, sta facendo deragliare la Grande Boucle.

La condizione di coma irreversibile del Tour de France è stata aggravata dalla positività dell’italiano Cristian Moreni e da quella di Patrik Sinkewitz, tedesco ex della T-Mobile. E pensare che tutto questo pandemonio è accaduto in meno di tre settimane. Troppo davvero per non invocare, come successe al nostro calcio dopo lo scandalo calciopoli, misure drastiche anche nel ciclismo, visto che, nonostante gli scandali scoperti a ripetizione, di anno in anno, al Tour 2007 i ciclisti puliti pare siano una rarità. O forse, meglio prendere esempio dalla televisioni tedesche e lasciare in blocco la corsa.

Che senso ha continuare a raccontare gesta di eroi di cartone? Chi andranno ad applaudire i francesi, domenica sui Campi Elisi?

Il VIDEO servizio

  • saverio.grimaldi
  • Giovedì 26 Luglio 2007

Torna la voce di Carmelo Bene, sull’eco della strage di Bologna

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  • Tags: Carmelo-Bene, Rino-Maenza, teatro
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Frammenti di storia, di tv, di arte e di memoria. RaiDue. Un anno imprecisato tra la strage di Bologna e il 2002. In collegamento ci sono Carmelo Bene e Roberto Benigni. Poi la trasmissione s’interrompe. E resta in penombra il volto beffardo di Bene che urla a ripetizione “Benigni!”. Lo sta chiamando per vanità, per una di quelle querelle narcisistiche fra attori, tra prime donne di spettacolo. Vuole ricordagli di essere stato lui il primo a leggere Dante al grande pubblico. A Bologna. Nel 1981. Per ricordare “l’orrenda strage” che alla stazione della città costò la vita a 85 persone e ne ferì 200.
Bene ne celebrò il primo anniversario con una lectura Dantis dalla Torre degli Asinelli, il 31 luglio del 1981, nella rassegna per commemorare quel lutto del 2 agosto 1980.

Quella lettura però non era soltanto un primato di divulgazione dantesca, come banalmente appiattiva il siparietto di RaiDue. L’attore, a Bologna, ri-creava il testo della Commedia con un’interpretazione controcorrente, antinaturalistica e rivoluzionaria, tanto da farne una performance memorabile, fedele al concetto elaborato da Carmelo Bene: il testo nasce dalla penna di uno scrittore che quasi mai sa cosa siano i problemi di linguaggio scenico, quindi non può essere interpretato, ma deve necessariamente essere creato, o meglio ri-creato dall’attore.

Una performance memorabile, dunque, quella dalla Torre degli Asinelli, e tuttavia volatile, visto che lì non c’era nessuna tv a riprendere il controverso massacratore/esaltatore di Dante. Così tutta quella serata sarebbe scomparsa definitivamente nell’oblio se non fosse riemerso, l’anno scorso, un vhs amatoriale che era rimasto in una cantina per 26 anni.
Quel vhs è adesso un prezioso documento di storia del teatro italiano. E la sua prima proiezione pubblica si terrà lunedì 30 luglio all’Oratorio dei Filippini, ovvero nella sede della fondazione della Banca del Monte di Bologna.

Un assaggio della performance, da questa mattina, è anche su YouTube: un filmato di nove minuti che trasmette alcuni brani della lettura di Bene montate insieme con le immagini della stazione di Bologna, devastata, e ripresa pochi attimi dopo la strage.
Tutta la lettura, invece, è stata raccolta in un dvd pubblicato da Marsilio editore, insieme con un libro a cura di Rino Maenza (Carmelo Bene legge Dante), che per oltre quindici anni è stato collaboratore di Bene, e nel volume ricostruisce il momento storico di quella lettura a Bologna, con l’eco delle polemiche, le testimonianze di chi ha partecipato, i commenti, le critiche e le recensioni dei giornali di allora.

  • antonio.carnevale
  • Giovedì 26 Luglio 2007

Festival Fringe di Edimburgo: la meta di chi si mette in mostra

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  • Tags: agosto, artisti, Danza, Edimburgo, festival, mondo, Musica, opera, perfomances, strade, teatro
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Edinburgh Festival Fringe Society

Teatro classico e teatro di strada si sfideranno anche quest’anno in una battaglia che farà di Edimburgo la meta prediletta di artisti, produttori, appassionati e curiosi. In agosto prenderanno infatti il via l’Edinburgh Festival Fringe (5 - 27 agosto) e l’Edinburgh International Festival (10 agosto - 2 settembre). E la città cambierà volto. Per il solo Fringe arriveranno oltre 18 mila artisti da tutto il mondo, da Singapore all’Iran, dalla Finlandia all’Argentina, dalla Turchia agli Stati Uniti. I più numerosi saranno ovviamente i britannici, ma non mancheranno gli italiani: 2 mila spettacoli in 250 strade per un totale di 31 mila spettacoli. Edimburgo dà i numeri. Soprattutto con il Fringe, che rappresenta il 75% del mercato dei festival cittadini, fruttando alla città e all’intera Scozia oltre 75 milioni di sterline.

Edinburgh Festival Fringe Society

Lo scorso anno il solo Festival Fringe ha venduto più di un milione e mezzo di biglietti, battendo ogni record di presenze a un festival. Nel 2006 c’erano quasi 17 mila artisti per le strade di Edimburgo, con le loro 1800 perfomances ripetute 28 mila volte. Quest’anno, ai classici Festival di letteratura, cinema, pace e parate militari, si è aggiunto il festival Celtico: Highland 2007, con sport, musica e danza recuperati dal glorioso passato di queste terre alte.

Sulle strade di questa città, sui palchi allestiti per i festival edimburghesi, si sono fatti notare attori come Hugh Grant, Emma Thompson, Jude Law e Rachel Weisz. E la speranza di replicare i loro fortunati esordi attira artisti in erba da ogni città. Chiunque può partecipare: basta iscriversi e trovare una strada, (pagando ovviamente un fisso di iscrizione e poi una quota che varia a seconda della location e del numero di serate che si vogliono prenotare), poi mettersi in contatto con il direttore della strada per inserire il proprio show nel programma e infine trovare una sistemazione. A questo punto non resta che fare marketing di se stessi: il Fringe mette tutti in strada ed è un’ottima occasione per conoscere e farsi conoscere, stringendo rapporti con gente da tutto il mondo.

Lo sanno Giampiero Borgia e Natalia Capra, rispettivamente regista e autore, di Escaping Hamlet, e Gianfranco Nicolini e Nicoletta Leggeri che con il loro GiaNic Group porteranno in scena, anzi in strada, The Fruits of Life, un particolare spettacolo di teatro digitale. Altro italiano a Edimburgo è il regista siciliano Andrea Cusumano che ha diretto Mira Rychlicka, una delle attrici della Classe Morta di Kantor, in A Funeral for Don Quijote, mentre il gruppo Teatro Dei Venti di Modena porterà in Scozia Malaparata.

  • giulia.crepaldi
  • Giovedì 26 Luglio 2007

La BBC e il canone tv: se non paghi ti intercetto

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  • Tags: Bbc, canone, gran-bretagna, privacy, Televisione
  • 2 commenti

La leggenda metropolitana meglio architettata potrebbe essere inglese. Stando al passaparola, ci sarebbero furgoni speciali che passando per le strade delle città britanniche sarebbero in grado di captare il segnale delle tv che non pagano il canone.

Per molti, questa è solo una vecchia, brillante idea messa in giro allo scopo di spaventare, mentre in realtà l’unico modo di fare controlli sarebbe confrontare l’indirizzo cui è registrato ogni televisore con la rispettiva licenza. Eppure, facendo leva sul timore collettivo, la BBC riesce a confezionare campagne pubblicitarie intimidatorie affiggendo cartelloni stradali che elencano nel dettaglio quante tv senza licenza ci sono in una determinata via.

Con 500 milioni di sterline di evasione (750 milioni di euro) in 10 anni, trovare i trasgressori è diventata un’attività davvero impegnativa, tanto che la BBC ha appaltato i lavori a una società esterna: The Capita Group, i cui dipendenti hanno facoltà di pubblico ufficiale, con la possibilità di richiedere un mandato per un’ispezione in casa.
I più punzecchiati sono i ceti più deboli, come gli studenti, e coloro che vivono nelle aree più povere delle città.

Propaganda intimidatoria e recupero crediti senza risparmiare mezzi, insomma. Ma se la storia dei furgoni alla James Bond fosse vera? “Dare tutto questo potere a una compagnia privata sarebbe una gigantesca violazione della privacy” commenta Bryan Appleyard, del Sunday Times. E a pensarla così è la gran parte degli inglesi, già da tempo in allarme per il grandissimo numero di telecamere che la polizia usa per proteggere i cittadini.

Nel Regno Unito, quella del canone tv è una vicenda spinosa che (come in Italia con il canone Rai) riaffiora ciclicamente. Da diverso tempo si stanno sviluppando movimenti di consumatori che ne chiedono l’abolizione, e sono sempre più frequenti gli articoli pubblicati in proposito sui giornali. I consumatori, in particolare, vorrebbero che la BBC usasse metodi più moderni: tassando il segnale, e non gli apparecchi. La legge britannica infatti non fa distinzioni: per la BBC e la TVLA (Television Licensing Agency) ogni televisore ha il potenziale per ricevere il segnale, e quindi bisogna pagare anche se lo si usa soltanto per vedere un dvd o per giocare alla Playstation. E non mancano i paradossi: il sito ufficiale per la licenza tv, nella sezione che riguarda i non vedenti, specifica che l’individuo è tenuto a pagare anche se usa un lettore dvd. Poi, data la sua condizione di cieco, ha il diritto di chiedere una riduzione del 50% sul costo della licenza, e pagherà 67,75 sterline (102 euro) se la tv è a colori, e 22,75 (34 euro) se è in bianco e nero.

I movimenti stanno lentamente raccogliendo i frutti della protesta. E il governo britannico (che nel 1995 ha mandato in prigione 235 persone, trattandole come criminali perché non avevano pagato) ora tende a punire non più col carcere ma con una sanzione amministrativa.

Ma la tolleranza zero che la BBC applica all’esterno, verso chi trasgredisce all’obbligo di licenza, è applicata con zelo anche all’interno, verso i dipendenti che sbagliano. In questi giorni, infatti, in seguito a uno scandalo per delle falsificazioni di giochi a premi, il direttore generale Mark Thompson ha deciso di bloccare tutti i giochi interattivi e avviare un’inchiesta interna. Con quali metodi riusciranno a intercettare il colpevole, però, è ancora un mistero.

  • bartoloansaldi
  • Mercoledì 25 Luglio 2007

Guardate con prudenza: Top Gear, il programma cult sulle auto

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  • Tags: auto, Bbc, discovery-channel, Jeremy-Clarkson, moto, Televisione, top-gear, video
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Top Gear è il miglior programma di motori del mondo. È inglese, provocatorio, politicamente scorretto e straordinariamente ben fatto. E soprattutto è un programma di intrattenimento, che facilmente piacerà anche a chi di motori non si interessa per niente.

Top Gear viene visto ogni settimana da circa 8 milioni di telespettatori su Bbc Two e nel 2005 si è aggiudicato un International Emmy Award. Il programma, che in Italia va in onda tutti i giorni su Discovery Channel (canale 420 di Sky) alle 16, non ha nulla a che vedere con i vari programmi dedicati ai motori a cui siamo abituati nel nostro Paese. Qui non vedrete gente che va a spasso in automobile e che come massima critica a un auto afferma: “Il portabibita è troppo vicino al cambio. Peccato”. Jeremy Clarkson e colleghi non hanno peli sulla lingua. Se un’auto non soddisfa le aspettative, il loro giudizio è lapidario: “Costruita male, rumorosa, scomoda. In altre parole: economica”. Così come non si tirano indietro quando arriva il momento di criticare delle scelte aziendali, come ad esempio l’acquisto di Mini da parte di Bmw. Clarkson ha fatto parecchie battute sulla germanizzazione della Mini, e affermato che dovrebbe essere equipaggiata con “un navigatore satellitare che ti porta soltanto in Polonia”. Battute che non sono piaciute ai tedeschi e a cui il conduttore britannico ha replicato: “L’altro giorno ho parlato per quattro ore con un designer tedesco di automobili e in tutto quel tempo non ha fatto nemmeno mezzo tentativo di battuta. Un inglese non riesce a parlare per quattro minuti senza fare una battuta”. E infatti Clarkson non si risparmia nemmeno quando recensisce un auto che adora, come nel caso della Ferrari F430: “Il prezzo base è di 118 mila sterline. Non è poi così tanto: potete vendere la casa, vendere i vostri figli per degli esperimenti medici, rapinare una banca… una cifra così si raccoglie in fretta. Evitate di acquistarla in versione cabrio, perché la gente potrebbe vedere la vostra calvizie, la pancia e sentire che terribile Cd state ascoltando”.

Il programma va in onda in uno studio con tanto di pubblico, in un clima molto simile al Late Show di David Letterman: da qui vengono lanciati i servizi che quasi mai sono delle semplici recensioni. Si vuole provare la maneggevolezza di un’utilitaria in città? Pefretto. Gli autori di Top Gear organizzano una gara per le vie di Lisbona tra un campione di Mountain Bike Downhill e l’automobile.

Vogliono spiegare che le 5 stelle Ncap sono sì importanti, ma che comunque si rischia la vita ugualmente con comportamenti irresponsabili? Mettono un’auto 5 stelle sui binari e la fanno investire da un treno in corsa per vedere i danni che subisce.


I servizi più tranquilli sono quelli in cui decidono di portare le auto oltre il limite: perdite di aderenza, derapate in accelerazione, fuori giri. Scelte che sono spesso oggetto di critiche, ma che gli ascolti mettono poi a tacere.

  • francesco.neri
  • Martedì 24 Luglio 2007

Anni ‘80: l’ottimismo dopato della generazione Letta

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  • Tags: anni-Ottanta, Enrico-Letta, Pd
  • 3 commenti

Gli anni Ottanta? “Anni bistrattati, ma in realtà straordinari”. Enrico Letta, quarant’anni tondi, in corsa per la guida del Pd, rompe un tabù. In un’intervista al Corriere della Sera riabilita l’epoca dei paninari e delle prime tv private. “Aver cominciato a seguire la vita pubblica dopo la crisi delle ideologie ci ha avvantaggiati” spiega “Non essendoci mai illusi, non abbiamo vissuto la fase della disillusione”. Chi è cresciuto a pane e Drive in, insomma, ha qualche carta in più da giocare oggi, dice il sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

Ma è davvero così? Quale eredità reale hanno lasciato gli anni Ottanta? Essersi liberati dal peso delle ideologie è stato un vantaggio per chi aveva più o meno vent’anni allora? E poi, è possibile sezionare le generazioni a colpi di decenni? Lo abbiamo domandato ai quarantenni di oggi, per scoprire che il bilancio di quel periodo non è affatto condiviso e univoco. Ma dipende dal luogo in cui si è vissuto, studiato e immaginato il proprio futuro. Perché Trani o Roma, non sono mai state la Milano da bere.
“Ad Ascoli Piceno, gli anni ‘80 arrivarono come una sorta di ubriacatura” dice Gianluca Balestra, 38 anni, organizzatore teatrale. “La cultura metropolitana, le tendenze, le sperimentazioni varcarono i confini milanesi” ricorda “ma insieme con quelle arrivarono anche le corse alla griffe, all’apparire, l’individualismo contro il fare di gruppo”. “Non sono stati anni bui come i Settanta” avverte però Balestra “Sono stati semmai dopati da troppo ottimismo” sostiene “e tutto sommato è stato facile spogliarsi di quell’eccesso di effimero: fortunatamente c’è stato un risveglio con gli anni Novanta”.

Gli anni Ottanta hanno rivoluzionato la vita di provincia anche in Puglia. Dove però “quella cultura resiste ancora oggi” avverte Francesco Bretone, quarantenne sostituto Procuratore a Trani. “In quegli anni, la classe più ricca cercava in tutti i modi di apparire ricoprendosi di status symbol: esattamente come ora” sentenzia Bretone. La conferma arriva da Lucia La Torre, imprenditrice pugliese, titolare di alcuni negozi della catena di abbigliamento Prenatal a Foggia e provincia, che aggiunge: “Oggi, anche chi non può pagare non rinuncia alla griffe, e magari salda il conto a rate pur di apparire con un abito firmato”. Per lei, che è anche vicepresidente di Terziario Donne (associazione che fa capo a Confcommercio, ndr), gli anni Ottanta non sono stati tutti da buttare: “Mi hanno dato l’opportunità di costruire un futuro. L’abbigliamento era un settore in fortissima crescita proprio grazie alla fame di griffe e guardava a nuove strategie di mercato, come il franchising” spiega “così io nel 1980, a soli 23 anni, ero già direttrice di alcuni negozi. Soltanto dieci anni prima, senza disporre di propri mezzi economici, non sarebbe stato possibile”.

Ogni storia personale riporta una piccola istantanea di quell’epoca. Dove ad ogni spostamento geografico si aggiungono sfumature o scenari drasticamente diversi. Al sud, dove la ricchezza si guadagnava per lo più emigrando, l’inaspettato balzo del mercato degli anni Ottanta interessava molto più del crollo delle ideologie. A Milano, invece, tra Timberland, pubblicitari in carriera e opulenza dei fast food, il peso dei movimenti politici degli anni Settanta era ancora forte. E la generazione venuta subito dopo ne sentiva tutta la gravità. “Chi è cresciuto in quegli anni è stato bistrattato da quelli dei ‘70″ dice Alberto Larghi, medico chirurgo che ha studiato a Milano e ha lavorato a New York, Chicago e Roma. “Durante gli anni del liceo e dell’università eravamo stretti in una morsa. Da una parte c’era la generazione precedente che ci guardava con sufficienza, come se il nostro disimpegno sociale fosse il peggiore dei mali. E dall’altra c’erano i giornali, che alla prima manifestazione annunciavano in pompa magna la nascita di un nuovo movimento. Eravamo in mezzo a questi due fuochi” spiega ancora Larghi “tra chi ti accusava di non avere un’identità e chi voleva affibbiartene una a tutti i costi. È stato come avere dei genitori di successo di cui si è scelta la stessa professione” conclude “loro ti guardano dall’alto in basso mentre chi ti osserva misura ogni tuo passo”.

L’eco della militanza era forte anche a Roma, dove in quegli anni Manuel Galvez, oggi trentottenne agente di commercio, era all’inizio degli studi superiori. “Macché anni straordinari!” sbotta, commentando la frase di Enrico Letta “sono stati l’inizio della fine. Tutto il peggio della nostra società è cominciato allora: il qualunquismo, il capitalismo sfrenato, la globalizzazione. Quegli anni dovevano essere un trampolino di lancio” conclude “e invece sono stati uno scivolo. E la discesa è ancora in atto”.

E voi che giudizio date sugli anni Ottanta? Dite la vostra nel FORUM

Un mix di video degli anni Ottanta: da Mazinga fino alle Cicale di Heather Parisi


Righeira, Vamos a la playa

Spot storici degli anni Ottanta: dal pennello Cinghiale alle pizzette Catarì

  • antonio.carnevale
  • Lunedì 23 Luglio 2007

Life-casting: il grande fratello fai da te, on line

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  • Tags: Grande Fratello, internet, Justin-Kan, Justin.tv, life-casting, NetTv, UStream, video, web 2.0
  • Un commento


“Mi trasmetto, dunque sono”. Parola di Justin Kan, 23 anni, studente a Yale, e dallo scorso ottobre il primo life-caster del web. Justin vive 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 con una telecamera wireless attaccata al cappellino. Non se ne separa mai, neanche quando fa la doccia o mentre dorme. Lo scopo? Trasmettere tutta la sua vita (se stesso e quello che lo circonda) in diretta su Justin.tv. Una sorta di Grande Fratello fatto in casa, completamente disintermediato e forse anche più sincero di tanti reality-show. Non a caso la stampa americana lo ha subito paragonato a Truman Show ed Essere John Malkovich. Con la sola differenza che il suo non è cinema nè televisione, ma life-casting, appunto. Ovvero una nuova frontiera della rivoluzione digitale, resa possibile dal boom dei video in rete.


Oltre a Justin.tv, online si contano ormai tanti servizi che permettono a chiunque di creare trasmissioni live. Il più gettonato è UStream, una sorta di YouTube in presa diretta, molto utilizzato per coprire dal basso eventi di ogni tipo. Tra gli utenti più popolari, troviamo anche un italiano: Robin Good, pioniere della web-tv autoprodotta. Ancora più avanzato Mogulus, sofisticato sistema per gestire programmi a più voci (come fa ad esempio Tommaso Tessarolo con la sua NetTv). Ecco, lo spot di presentazione di Mogulus:


Ad ogni modo, l’idea di Justin sta facendo tendenza e in molti hanno preso a seguire le sue orme: come Shooby, simpatico quindicenne di San José, un vero mostro dell’informatica; la bionda e solare Justine; NakedCowboy, artista di strada, famoso a New York perché va in giro a suonare in slip.
Esibizionismo? Desiderio di condivisione? Ultimo stadio della società dello spettacolo? È davvero difficile inquadrare il fenomeno del life-casting con le categorie interpretative tradizionali: per la generazione 2.0 cresciuta a suon di MySpace, Twitter e YouTube, molto probabilmente rappresenta solo un altro modo per esprimersi e socializzare.

  • nicolabruno
  • Lunedì 23 Luglio 2007
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