Archivio di Agosto, 2007

Oltre cento dipinti celebri saranno in mostra dal 1° al 9 settembre a Palazzo San Carluccio, nel quartiere medievale di San Pellegrino, a Viterbo. Da la Corrida di Fernando Botero al Decisive Pink di Vassily Kanddinsky, da The long leg di Edward Hopper a Il maggiordomo cantante di Jack Vettriano, attraverso l’impressionismo, il post impressionismo fino ad Andy Warhol: una serie incredibile di pezzi della storia dell’arte degli ultimi due secoli. Tema della mostra? Falsi in galleria!
Un occhio attento potrà infatti notare le dimensioni ridotte di alcune opere, i materiali diversi di altre. I murales del messicano Diego Rivera a Viterbo sono tele dipinte a olio, gli innesti di materiali che Pablo Picasso faceva sulle sue tele sono rese dal colore, la corda di Joan Mirò è solo dipinta, come le persone. Semplici particolari, variazioni sul tema: i quadri esposti sono infatti tutti assolutamente falsi. Falsi d’autore, certificati e assolutamente legali, raccolti dall’ideatrice della mostra, Luigina Malè, in accademie e scuole d’arte. “I falsi - spiega la signora Malè - sono una forma d’arte con una propria dignità. E l’unico modo per gente comune di avere in casa capolavori dell’arte quasi perfetti”. I falsi infatti sono anche in vendita a prezzi decisamente inferiori rispetto agli originali. Un Picasso falso, come quello della foto che vedete qui in alto, costa infatti 420 euro. Mica male. Domanda: ma perchè non accontentarsi di una stampa? “Un quadro ad olio emana un particolare odore, che sia originale o una copia: possedere un falso d’autore realmente dipinto è un altro sentire rispetto a un semplice poster”, conclude la curatrice.
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Una foto della Canon EOS MARK III durante il photocall: Brian De Palma
È la prima macchina fotografica mai accreditata dalla Mostra del Cinema di Venezia. Piazzata su un cavalletto sarà telecomandata da un computer in remoto controllato da un fotografo. Che se ne starà seduto comodamente in un bar del Lido o in una sala d’albergo e scatterà le immagini degli attori e dei registi accorsi ai photocall, gli appuntamenti istituzionali per presentare un film o una star. L’idea - fotografare un evento da lontano attraverso un apparecchio connesso a una rete - è qualcosa di più di un’eccentrica provocazione (cui Canon ha offerto il suo supporto tecnico). È un modo per riflettere sulle trasformazioni cui andrà incontro il mestiere di fotoreporter nel prossimo futuro. Ne è convinto almeno il suo ideatore, Marcello Mencarini, già fotografo di lunga data e autore nel 1995 di un altro esperimento che fece discutere (e indignare i suoi colleghi più tradizionalisti): il primo reportage interamente realizzato sempre a Venezia con una macchina digitale. Anche oggi c’è chi considera l’accredito della Canon EOS MARK III (una macchina che realizza foto ad altissima definizione e che è possibile controllare da remoto) come un requiem per il mestiere o, peggio, una boutade mediatica. “Ma non bisogna avere paura delle tecnologie, i fotografi non spariranno” rassicura Alberto Czajkowski, professional imaging manager della Canon. “Vogliamo dimostrare che in molti casi si possono scattare foto senza essere fisicamente presenti in un luogo e che la tecnologia non sostituisce l’uomo, lo aiuta”. Spiega Mencarini: “Siamo di fronte a una trasformazione epocale che sta cambiando le caratteristiche del mestiere, un po’ come quando passammo dalle vecchie pellicole al digitale. Anche in questo caso, però, i fotografi continueranno a esserci: ci sarà sempre una persona che scatta, che filma dietro la telecamera, che scrive un libro. Solo che l’uomo può essere ovunque: dietro a un computer, anche in un albergo di Tokyo, se volete”. Ma come hanno reagito i fotografi presenti ai photocall? “Per lo più hanno capito. E poi va detto che, in questi appuntamenti, ci sono decine di miei colleghi che si sbracciano, che si spingono, che strepitano. Che gridano: guardi qui, guardi là. Ma alla fine, giocoforza, fanno più o meno tutti la stessa fotografia. E noi”, aggiunge ridendo, “non facciamo eccezione”.
Le immagini scattate saranno trasmesse in tempo reale su una pagina web della Canon (clicca qui) e naturalmente, nell’era dei social network, sono free copyright, scaricabili da tutti e anche editabili.
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Come definire chi va a dare un’occhiata al tunnel dell’Alma, dove trovò la morte la principessa Diana, o chi fa una gita a Garlasco a vedere la casa dove è stata uccisa Chiara Poggi? Semplici curiosi? No, è un po’ diverso sono turisti del dolore.
Si chiama Dark tourism o Grief Tourism ed è il turismo associato a morte, distruzione o eventi catastrofici. Esistono siti dedicati all’argomento e corsi universitari che cercano di spiegare il fenomeno. Come quello tenuto da Moira Liberatore, docente di psicologia del turismo all’Università di Torino, a cui Panorama.it ha chiesto: perché?
Da quando esiste il viaggiatore in cerca di dolore?
Se il turismo di massa è un fenomeno relativamente recente, che riguarda gli ultimi 40-50 anni, quello di tipo macabro è nato poco dopo. C’era già chi negli anni ‘60 andava a Dallas a vedere il luogo dove avevano sparato a Kennedy.
Come si spiega?
È la passione di molti turisti per luoghi che a diverso titolo sono collegati con la morte. Ovviamente ci sono forme molto diverse tra loro. C’è ad esempio chi ama recarsi in posti a rischio, mettersi in pericolo andando in zone di guerra a conflitto in corso o in luoghi ad alto rischio terrorismo. Ma non solo. Tra Messico e Stati Uniti ci sono tour operator che organizzano finti sconfinamenti: il turista si trova nella stessa situazione di un messicano che cerca di espatriare illegalmente ed è esposto agli stessi pericoli.
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Quindi è un modo per osservare da vicino?
Sì, la gente si reca in zone dove si sono svolte guerre e in luoghi di stragi o di prigionia. Chi vuole capire la storia e coltivare la memoria visita campi di battaglia, campi di concentramento, gulag. Poi c’è invece chi cerca lo spettacolo della morte tout court: luoghi di omicidi (Cogne, Villa Altachiara, perfino il Cermis dopo lo schianto della funivia). Infine ci sono le aree delle calamità naturali, come la Thailandia dopo lo tsunami, New Orleans dopo Katrina, ma già anni addietro l’Honduras e il Nicaragua dopo l’uragano Mitch.
Perché siamo attratti da questi luoghi?
La propensione psicologica è diversa a seconda della meta. Chi si mette a rischio deve provare emozioni forti per sentirsi vivo e mettersi alla prova. Penso a chi fa cose come il “Favelas jeep tour” a Rio de Janeiro, una sorta di safari urbano in zone pericolosissime, dove ci sono sempre grossi rischi. C’è poi una dimensione contemplativa: tutti noi proviamo un’attrazione verso il macabro e lo spaventoso, ci serve per trovarci ad affrontare, in contesti protetti, paure universali (il buio, la pazzia, il non umano, la morte). Trovarci di fronte a queste paure profonde ci consente di rielaborarle senza rischio. Un po’ lo stesso meccanismo che scatta quando guardiamo un film horror.
Non c’è anche voglia di far parte di un evento mediatico?
C’è anche una componente sociologica, la tv ha spettacolarizzato la morte e l’ha fatta entrare nelle nostre case, non ci viene risparmiato alcun dettaglio. Ai tempi del delitto di Novi Ligure furono pubblicate le foto della casa del massacro di Erika e Omar, e la gente comprava i giornali per vederle. Ma direi che la componente essenziale che spinge a recarsi in luoghi di morte deriva da qualcosa di arcaico: un ritorno al tempo dei gladiatori o della ghigliottina in piazza.
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- Tags: Althorp-Park, Bbc, Darwin, Germaine-Greer, John-Lennon, Kensington-palace, Lady-Diana, Nelson, Newton, principe-di-Galles, Shakespeare, tha-daily-mail, the-daily-telegraph, the-guardian, the-independent, the-Times, Winston-Churchill
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Digiti “Lady Diana” su Google e ti ritrovi centinaia di migliaia di risultati. Un mare in tempesta, soprattutto in questi giorni: il 31 agosto ricorre infatti il decennale della morte della principessa triste. La sua scomparsa sotto il ponte dell’Alma a Parigi è ancora oggetto delle più disparate teorie. Dieci anni dopo il suo ricordo è più vivo che mai e i media britannici celebrano la ricorrenza con vari speciali.
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1997, Kensington Palace dopo la morte di Diana
A cominciare dalla Bbc, che racconta, con tono quasi stupefatto, come il nome e la storia di Diana continuino a dieci anni dalla morte a far vendere libri e giornali. Il Guardian ricostruisce con l’aiuto della grafica la dinamica dell’incidente, mentre il Times pubblica un pezzo al vetriolo della femminista Germaine Greer, che ne descrive in maniera impietosa la triste parabola: “Se Lady Diana avesse studiato un po’ di storia avrebbe imparato che sposare un Principe di Galles equivale a comprare un biglietto di sola andata per l’infelicità”. Una digressione interessante la fa The Independent, raccontando la storia delle persone che ancora oggi continuano ad essere definite dal loro legame con Diana. Tra le altre, la stilista che disegnò il suo abito da sposa. Una copertura totale, della ricorrenza e delle polemiche che la accompagnano, la offre, come era logico aspettarsi da un giornale popolare, il Daily Telegraph, mentre il concorrente Daily Mail ripubblica sul sito gli articoli salienti scritti all’epoca della sua morte.
Ma quello che ruota intorno alla principessa scomparsa è un circo non solo mediatico. Campa sul suo ricordo anche una discreta fetta dell’industria turistica inglese, e non solo. Girando un po’ su internet si trova, associato al nome di Lady D, di tutto: dall’albergo di Istanbul alla nave da crociera sul Nilo. Ma è a Londra e nei suoi dintorni che deve recarsi chi ha intenzione di fare un pellegrinaggio nei luoghi di Diana. A cominciare dalla magione di Althorp Park, dove è stata sepolta, continuando con la sua residenza a Kensington Palace, dove andò a vivere dopo il divorzio. C’è perfino chi può aver voglia di dare un’occhiata, solo da fuori però, all’appartamento dove visse brevemente prima di sposare Carlo. E in rete c’è anche chi propone un itinerario più frivolo, tra i negozi dove amava fare shopping.
Non mancano poi i siti commemorativi, messi in piedi da fan che le dichiarano eterna devozione e mettono a disposizione degli utenti foto, video, screensaver, calendari e addirittura giochi e quiz a tema.
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Tornando alla Bbc, vale la pena ricordare che l’emittente pubblica inglese mandò in onda nel 2002 un seguitissimo programma dal titolo Great Britons, dedicato ai personaggi più emblematici della storia inglese che venivano sottoposti al voto del pubblico per eleggere il più grande personaggio britannico di tutti i tempi. Vinse Churchill, ma Diana si piazzò terza, davanti a Darwin, Newton, Nelson, Shakespeare. E perfino all’icona pop John Lennon. Dieci anni dopo la sua morte la principessa è ancora sul podio.
GUARDA LE GALLERY 1 e 2
2007, residenza Lady D sommersa di fiori: VIDEO SERVIZIO
1997, l’incidente a Lady D. La diretta della Bbc (da Youtube)
1997, i funerali di Lady D. Elton John canta Candle in the wind

(ANSA) - GENOVA, 30 AGO - Franco Carlini, uno dei maggiori esperti italiani di internet, è morto per un malore improvviso la notte scorsa nella sua abitazione a Genova. Carlini, 63 anni, genovese, laureato in fisica, collaborava con il Manifesto, dove teneva la rubrica Chips and Salsa, l’Espresso (rubrica Cyber e dintorni), con il Corriere della Sera, sul quale si occupava di web economy, e con la Rai. Aveva fondato la società Totem di web contents e web design. L’ultimo suo libro è stato ”Parole di carta e di web, Ecologia della comunicazione” (Einaudi, 2004). Tra le sue opere più note, tra l’altro, ”Divergenze digitali. Conflitti, soggetti e tecnologie della terza internet” (Manifestolibri, Roma,2002); ”Lo Stile del Web parole e immagini nella comunicazione di rete” (Einaudi, febbraio 1999); ”Internet, Pinocchio e il Gendarme. Le prospettive della democrazia in rete” (Manifestolibri, Roma,1996); ”Chips &Salsa. Storie e culture del mondo digitale” (Manifestolibri, Roma,1995).
Era preparatissimo, competente, visionario, certo. Ma più di tutto: sapeva parlare facile, anche quando di semplice non c’era proprio nulla: che si trattasse di dinosauri, di bit, di politica o di Valentino Rossi.
Della tecnologia apprezzava soprattutto il lato sociale, anzi umano, la sua capacità di mettere in relazione le persone, come quando per spiegare la forza di internet più che sigle o numeri usava la metafora del mercato africano dove si andava per far la spesa, ma soprattutto per comunicare, incontrarsi, condividere.
Fisico, poi giornalista e saggista ma anche insegnante e infine imprenditore. Eclettico e giramondo era però fermissimo nell’idea di non lasciare mai per troppo tempo l’amata Genova e i colleghi e gli amici della società editoriale che aveva fondato. Come ben sa chiunque abbia avuto modo di conoscerlo, era un uomo senza tempo.
Ciao Franco
- biker
- Giovedì 30 Agosto 2007
Nella vasta offerta dei festival italiani (diversi per tematiche, interessi, durata e sviluppi) c’è un appuntamento che mantiene alla sua quarta edizione una rara originalità: il Festival della Mente di Sarzana (La Spezia). Tre giorni dedicati alla creatività e a una riflessione sui processi creativi: non un festival dedicato a una singola disciplina o arte ma trasversale, in cui gli oratori non raccontano cosa fanno, ma come e perchè.
Il festival è stato ideato da Raffaele Cardone e da Giulia Cogoli (che seguono anche la direzione dell’evento), dopo un attento studio del panorama esistente non solo a livello nazionale, ma europeo e statunitense. “L’idea - spiega Giulia Cogoli- è raccontare il backstage della creatività attraverso un modo creativo. Questa è l’originalità di un Festival che tratta di economia, matematica, letteratura, medicina e di molto altro ancora, attraverso le testimonianze- spettacolo dei relatori.”

Ogni anno il festival offre tre giorni ricchi di incontri, quest’anno - da venerdì 31 agosto a domenica 2 settembre - saranno 48 tra workshop, conferenze e spettacoli: 40 dedicati agli adulti e 8 ai bambini. Non c’è un tema unico però ci sono tracce comuni.
“Si tratta di una sorta di specchio della società: si creano dei filoni di interesse per via di un comune sentire - racconta Giulia Cogoli -, e così quest’anno ci troveremo a parlare di genetismo e immigrazione, temi di grande attualità, ma attraverso punti di vista molto particolari”. I relatori sono antropologi, poeti, matematici, psicologi, economisti, ma qual è il vostro pubblico? “Un pubblico variegato e curioso, solo in parte locale - dice Raffaele Cardone - la gente arriva qui da tutta Italia per assistere agli incontri.”

E quali sono le novità di quest’anno? “Abbiamo sempre chiesto ai nostri ospiti di sviluppare incontri adatti a tutti. Quest’anno però, su indicazione proprio del pubblico, abbiamo organizzato dei laboratori a numero chiuso - spiega Raffaele Cardone - sette incontri di tre ore con un numero massimo di 250 persone.” “Per quanto riguarda gli ospiti - continua Giulia Cogoli - ogni anno invitiamo personaggi diversi e lavoriamo con loro per creare un incontro nuovo pensato proprio per questo festival. L’unico relatore già presente lo scorso anno è Piergiorgio Oddifreddi, che dopo il successo dei suoi incontri su Galileo, ritorna con un nuovo percorso su Einstein.”
In Italia, negli ultimi anni, c’è stato una vera e propria esplosione di festival. Non sono forse troppi? “Il fenomeno festival è in linea con il resto dell’Europa - spiega Raffaele Cardone - frutto di un bisogno culturale diffuso. Non ci sono troppi festival: in Inghilterra, per esempio, a parità di popolazione, i festival sono molto più numerosi. Non bisogna dimenticare la localizzazione e la storicità di ogni evento: festival simili non sono per forza in competizione. Tutto nasce da un bisogno di approfondimento del pubblico.”
Bisogno di cultura, eppure in Italia (file pdf) si legge poco, anche se si pubblica moltissimo. “In Italia si pubblica come negli altri Paesi - sostiene Raffaele Cardone - del gran numero di volumi stampati bisogna poi vedere quali sono in grado di vivere in libreria e di farsi leggere. Si legge poco, ma si legge sempre di più, e anche se non esistono studi a riguardo, la crescita dei lettori è direttamente proporzionale allo sviluppo proprio dei festival.”
LEGGI ANCHE: Che cos’è la creatività? Rispondono Aime, Botta, Odifreddi, Pietro Polli Charmet…
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Che cos’è la creatività? Ecco la definizione che ne danno alcuni dei relatori della quarta edizione del Festival della Mente di Sarzana.
Marco Aime, antropologo: “Credo che in fondo la creatività stia nel dare una forma nuova a cose e idee che spesso già circolano. Dare loro una nuova voce, una luce diversa, uno sguardo che prima non avevano. Allora sembrano nuove e forse lo sono. Forse creare è una forma intelligente e alta di riciclo.”
Piergiorgio Odifreddi, matematico: “Creatività in matematica è gettare un ponte fra il mondo delle idee e il mondo delle cose, fra il pensiero e la realtà. È riuscire a mediare fra due estremi: la pura forma e il puro contenuto. È saper vincere una scommessa impossibile: quella di descrivere, con un linguaggio che l’evoluzione ha sviluppato per parlare di cose terrene, gli oggetti di un mondo alternativo costituito solo di idee immateriali. È sviluppare occhi della mente che duplichino quelli del corpo, e che siano in grado di vedere immagini consistenti, invece di allucinazioni da drogati, o deliri da paranoici sacri o profani.”
Ruggero Pierantoni si occupa di neuroscienze e di problemi cognitivi: “Attività mentale umana recentemente ri-creata in Italia per alleviare studenti, artisti, scrittori ecc dalla fatica di leggere libri, documentarsi e apprendere le norme elementari dei rispetti mestieri.”
Laura Bosio, scrittrice e consulente editoriale: “C’è un’euforia giustificata che si accompagna all’aggettivo creativo. Credo si spieghi con l’azzardo, la sfida, la scommessa, la scoperta a cui rimanda. La creatività sfugge alla previsione e al controllo ed è fonte di insicurezza, di dubbio, spesso di angoscia. L’antidoto è fare ricorso al mestiere, anche se non garantisce il risultato. Ma è un’illusione che cade appena si ricomincia, quando si constata che ogni volta si riparte da zero.”
Mario Botta, architetto: “La creatività, che si manifesta nella novità della trasformazione, è un bisogno primario per l’uomo, un modo per rispondere a nuove esigenze sulla scorta di elementi conosciuti; un modo per sentirsi uomo del proprio tempo e, contemporaneamente, ricollegarsi ai valori più profondi della storia.”
Aldo Cibic, designer: “Per me, la creatività nasce a partire dalle situazioni. Per situazioni intendo l’insieme delle relazioni (emotive, sociali, economiche) che si instaurano tra le persone, le attività e i luoghi. Muovendo dall’analisi delle situazioni, il designer può trasformare le condizioni iniziali di un luogo (sotto il profilo sociale, economico ambientale, architettonico, urbanistico) determinandone un evidente, tangibile, miglioramento.”
Marco Delogu, fotografo: “La creatività è quella strana magia che consente di esprimere un pensiero o un’emozione profonda e spesso incomunicabile, con un linguaggio preciso, asciutto e personale. Come l’estetica è un termine abusato: tolti gli abusi credo che il suo sinonimo più interessante sia libertà.”
Anna Oliverio Ferraris, psicologa e psicoterapeuta: “La creatività è un tratto complesso composto da almeno tre ingredienti: l’individuo con le sue potenzialità e abilità; il bagaglio di conoscenze, di cultura e di pratica che una persona o un gruppo di persone si è fatto negli anni formativi in cui vi era spazio per l’iniziativa, l’esploratività, la sperimentazione, l’approfondimento; l’ambiente, ossia quell’insieme di persone, istituzioni educative e culturali che forniscono stimoli, opportunità e apprendimenti e anche riconoscimenti che sono alla base di una società intellettualmente vivace, capace di offrire opportunità e aperta alle novità.”
Franco Marcoaldi, scrittore e poeta: “La creatività ha che fare con la ricerca di parole capaci di incarnare nell’immagine un’emozione, un pensiero, una sensazione, un ricordo. E di farlo trovando il giusto ritmo, perché la poesia – come diceva Pessoa – è canto senza musica.”
Giuseppe Barbera, professore di Colture Arboree: “La creatività in campagna dovrebbe tendere a scoprire nuovi modi e nuove forme del produrre: nuove tecniche, nuovi prodotti e non altro. Ma la cultura complica tutto e spinge a cercare e trovare anche in un campo coltivato l’etica e l’estetica. I modi, gli obiettivi, le forme dell’agricoltura diventano infiniti nel paesaggio, a mostrare l’infinità capacità creativa dell’incontro tra storia e natura.”
Alessandro Barbero, professore di Storia Medievale e scrittore: “La creatività è la capacità di creare qualcosa pensando non al mercato o al pubblico, ma pensando soltanto a tirar fuori quel che ti preme dentro; e tuttavia di produrre un’opera che poi gli altri intorno a te riconoscono, anche se non è stata pensata per loro.”
Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra: “Nel passaggio dall’infanzia all’adultità, l’adolescente è costretto all’elaborazione del lutto che fa seguito alla morte delle illusioni infantili nei confronti dei genitori e del Sè. Ciò lo induce ad incrementare la propria capacità di simbolizzazione e ad assumersi la responsabilità di dare vita a nuovi oggetti d’amore e a nuovi Sè. Per evitare di rifare l’identico è costretto a creare il nuovo mondo.”
Severino Salvemini, economista: “La creatività è un interesse diffuso, quasi un dovere, in risposta ai bisogni emersi della grandi trasformazioni della società e della cultura, che hanno reso possibile il passaggio da sistemi chiusi e statici a sistemi più mobili e discontinui, dove pressante diventa il fabbisogno di cambiamento, della flessibilità, della capacità di far fronte ai problemi imprevisti, di prendere decisioni fuori dagli schemi, di offrire risposte nuove. Ecco perchè tutti devono essere creativi: l’artista come l’impiegato, il professore come il politico, il ristoratore come l’informatico.”
Giorgio Vigna, artista e designer: “Creatività è far vivere insieme mondi e modi che sembrano opposti o lontani e farli incontrare. Leggero e pesante, solido e liquido, trasparente e opaco. È trovare sintesi inattese che sembrano provenire da mondi fantastici e immaginari.”
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Solo 25 film dei 544 finanziati sono riusciti a recuperare i soldi ricevuti dallo Stato. Il dato lo fornisce nel giorno dell’inaugurazione della Mostra internazionale del cinema di Venezia Sherpatv.it, l’archivio multimediale delle istituzioni. Nel dossier vengono presi in esame i soldi del sostegno pubblico al cinema italiano nel periodo 1994-2005: fondi erogati e (solo parzialmente) rientrati nelle casse del Fus, il Fondo unico per lo spettacolo istituito nel 1985.
In questi 11 anni, lo Stato ha finanziato 544 lungometraggi (complessivamente per 61 case di produzione e 390 registi: da Olmi ad Antonioni, da Bellocchio a Citti e ai fratelli Taviani ma anche molti registi emergenti), per un totale di 817.160.164 euro di spesa. Solo una manciata di questi 544 film - molti dei quali mai arrivati nella sale cinematografiche - sono riusciti a recuperare i soldi ricevuti dallo Stato. Nel dossier disponibile su Internet, Sherpatv.it pubblica l’elenco completo di queste produzioni, documenti e link relativi alla normativa vigente in materia di finanziamento pubblico al cinema italiano e articoli di approfondimento sulla situazione in altri Paesi europei come Francia, Spagna e Gran Bretagna.
Tra i film che hanno ottenuto finanziamenti statali, Notte prima degli esami di Fausto Brizzi è il più virtuoso per quanto riguarda gli incassi (800 mila euro di finanziamento, 12.119.269 di incassi) - ammesso che questo sia il giusto criterio di giudizio - Oltre la giustizia di J.J. Jusid il peggiore (995 euro di incasso a fronte di 352.224 euro di finanziamento).