Ogni volta che attaccano il jack all’amplificatore ci sembra di tornare indietro di quarant’anni. Al tempo dei capelloni a tutti i costi, dei vestiti lavorati a fantasia e dei pantaloni a zampa di elefante. A quattro decenni, anno più anno meno, di distanza, la musica, nel vero senso della parola, non è cambiata. Sapete per esempio quanti concerti hanno fatto e faranno tra luglio e agosto i mai domi Dik Dik? Ben 15. E la casalinga del microfono Orietta Berti? 14 solo nel mese di agosto (tanto per fare un confronto, la Bandabardò, la band più girovaga d’Italia, nello stesso mese, ne ha in cantiere 17). Per non parlare di Drupi che, dopo aver cantato a Varsavia e in molti paesi dell’Est dove spopola con Piccola e Fragile, ha messo in agenda 15 show, nel periodo giugno-agosto. E poi ci sono i sempre verdi Al Bano, Little Tony, Bobby Solo. Insomma, tutti quelli che negli anni ‘60 erano considerati semidivinità da palco e da piccolo schermo. Ed è proprio la televisione, e specialmente la Rai, che, appena conclusa la stagione dei concerti all’aperto e delle feste di piazza, accoglie affettuosa i suoi pargoli. Non c’è spicchio d’Italia, quartiere, festa patronale o centro commerciale, nel quale non risuonino le varie Cuore Matto, L’isola di Wight, Una lacrima sul viso.
Per capire quanto la musica degli anni ’60, e il beat in generale, sia ancora attuale, abbiamo intervistato Claudio Cassotti, fondatore della Milano Spettacoli, che da anni si occupa di molti di questi artisti. “Parlare di quel periodo è come scoperchiare un mondo” dice a Panorama.it, con una voce da attore consumato “È stato un momento importante per la nostra musica. Ha anticipato quello che poi è stato il ’68, la contestazione, la nuova mentalità. Ma tutto, allora, era molto più semplice e fatto col cuore” ricorda Cassotti “Basti pensare che i media non erano così sviluppati. Ascoltavamo la musica sulla mitica Radio Lussemburgo e c’erano tante radio libere. C’era voglia di aprirsi al mondo. Ricordo che nelle cantine (antesignane delle moderne sale prove, ndr) c’era sempre un brulicare di persone”.
Come mai la musica di quegli anni è ancora tanto presente? Non accade lo stesso, tanto per fare un esempio, con quella degli anni ’80.
È una domanda difficile. Abbiamo avuto come una specie di imprinting. Quel flusso positivo è continuato grazie ai figli che hanno ascoltato di dischi dei loro genitori.
Signor Cassotti, ci perdoni, ma non sarà solo questo…
Effettivamente non è solo questo. La verità è anche che quei gruppi e quei cantanti avevano delle melodie grandiose. Tanto per essere chiari, ho sentito e sento poche canzoni come L’ora dell’amore dei Camaleonti. Insomma, abbiamo perso proprio questo aspetto che era un nostro tratto distintivo. Quando poi riaffiora, come nel caso di Laura Pausini con Io Canto (scritta da Riccardo Cocciante), diventa un successo. Penso di essermi spiegato, no?
Il video dei Camaleonti che cantano L’ora dell’amore
- Lunedì 6 Agosto 2007










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