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Da Ramallah a Locarno: fare cinema dove i cinema non ci sono

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  • Tags: Alia-Arasoughly, Cinema, coraggio, donne, Israele, Locarno, mondo, Palestina, Shashat
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Vivere, anzi sopravvivere in terra di Palestina: Alia Arasoughly, giurata della sezione Pardi di Domani al 60° Festival del Cinema di Locarno e ospite con un lungometraggio, lo ha raccontato attraverso i suoi film documentari, che mostrano una realtà di cui si sente tanto parlare, ma di cui non è semplice comprendere la complessità. Tv e giornali riportano ogni giorno notizie di scontri, morti e tentativi di pace, con uno sguardo esterno che forse perde di vista gli uomini e le donne che ogni giorno vivono questo mondo. Ma, secondo Alia Arasoughly, “questo non è vivere”, e infatti ha intitolato così un suo documentario del 2001, presentato a tanti festival in tutto il mondo. Sullo schermo appaiono una dopo l’altra otto donne palestinesi che parlano della guerra, senza mai piangere. Non perchè si sono abituate alla loro condizione, ma perchè quando non riuscivano più a trattenere il pianto, interrompevano la ripresa, per non perdere neppure un istante in cui potersi raccontare con un coraggio e una voglia di vivere che commuovono lo spettatore più delle lacrime. Quest’anno presenta un altro toccante documentario: Dopo l’ultimo cielo, la storia di tre donne che si incontrano tra le macerie di un villaggio e lavorano insieme per riportare gli abitanti del villaggio nella loro terra. Il legame con la terra e la forza per sopravvivere non possono che stupire lo spettatore europeo.
In Palestina non c’è pace, non c’è libertà, “mancano anche i cinema”, lamenta la regista. Nonostante questo Alia Arasoughly è non soltanto una filmmaker ma anche la creatrice di Shashat: “una organizzazione non governativa attiva nel campo della cinematografia e della cultura” come spiega la regista a Panorama.it, in una breve pausa tra le numerose proiezioni e conferenze. “Shashat” continua Arasoughly “è un tentativo di fornire un supporto e uno sbocco a chi vuole esprimersi attraverso l’arte, con una particolare attenzione per le donne, in un paese che le discrimina”.


La regista Alia Arasoughly

In pratica che cosa fa?
“Shashat organizza un Women’s Film Festival in Palestina, offre stages e laboratori alle donne palestinesi che vogliono diventare filmmakers, sviluppa rapporti con altri festival in tutto il mondo, fa ricerche e pubblicazioni. Fornisce poi supporto alle produzioni palestinesi e ha creato una biblioteca-videoteca con tre sedi, a Ramallah (dove vive la regista, ndr), An-Najah e Betlemme”.

Che cosa significa vivere in Palestina?
“È come stare in prigione: non ci si può muovere, non ci si può esprimere, si viene controllati ogni giorno, bisogna passare i checkpoints. Vivere in Palestina significa avere una vita piccola, ogni giorno più piccola”.

Ha paura?
“La paura è una sensazione con la quale si convive ogni giorno in Palestina: ogni momento, ogni azione è accompagnata da una certa paura e da un secondo sentimento di futilità”.

Crede che il resto del mondo capisca cosa significa vivere in Palestina?
“È molto difficile comprendere la nostra situazione”.

Che cosa sogna per il suo popolo?
“Libertà: essere liberi, di muoversi, parlare, esprimersi. Essere liberi di vivere. Noi realizziamo questi film” continua Alia Arasoughly “non per l’Europa o per la Palestina, ma per tutto il mondo, per raccontare e non dimenticare. In Israele e Palestina non ci sono abbastanza cinema, la gente a casa ha la tv e vede film americani ed egiziani. Il cinema è un importante veicolo di storia e insegnamento, per questo stiamo lavorando alla nuova edizione del nostro festival, inviteremo registe da tutto il mondo e - cosa più importante di tutte - apriremo tre auditorium allestiti a sale cinematografiche per tutta la popolazione”.

  • giulia.crepaldi
  • Sabato 11 Agosto 2007
Il fumetto erotico: ritratti dal vivo, ma per il web »
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