Il 29 agosto si aprirà la 64esima edizione del Festival del Cinema di Venezia. Si è appena concluso quello in piazza a Locarno e già si pensa al tappeto rosso sul lido. Nel frattempo è inevitabile la parata di dichiarazioni, lamentele e proteste che ogni festival si porta dietro. C’è chi dice che si spende troppo, chi vuole star e vip dai cinque continenti e chi pretende invece che l’attenzione sia puntata soltanto sulle pellicole. Il cinema italiano, poi, è un terreno fertile per dichiarazioni contrastanti. Lina Wertmüller - tanto per citare un parere autorevole - in un’intervista al quotidiano La Stampa, non ha esitato ad accusare la politica: “Destra e sinistra sono uguali” ha detto “li odio tutti: non aiutano la cultura e lo spettacolo”. Così il cinema italiano sarebbe abbandonato a se stesso. E sui festival poi ha tagliato corto “uno solo basterebbe, invece le rassegne profiferano per far pubblicità agli stranieri”.
A mettere una parola buona sul cinema nostrano invece è uno dei più raffinati registi italiani: Marco Tullio Giordana. Panorama.it lo ha incontrato a Locarno, dopo la proiezione di Maledetti, vi amerò, il film con cui nel 1980 vinse il Pardo d’oro. “Sento le stesse lamentele da quando ho iniziato a farecinema”, commenta il regista, che sta ora preparando un film per la tv e un adattamento per il grande schermo.
Ma qual è lo stato di salute del cinema italiano?
“Ottimo. Il nostro Paese pensa di avere visibilità nel mondo grazie alla politica, ma è invece per l’arte che viene citato e raccontato. Il cinema ha tenuto il passo con la società che cambia, raccontando l’Italia; cosa che non ha più fatto la letteratura, se non negli ultimi dieci anni. Il punto debole del cinema italiano è semmai la struttura industriale: il duopolio esistente impedisce una più vasta offerta di prodotti. Ma il cinema italiano può vantare ottimi attori e validissimi scrittori.”
Quale dovrebbe essere la missione del cinema?
“Il cinema ha spesso una valenza antropologica, ma per me rappresenta soprattutto un linguaggio per raccontare storie. Nel ‘68 molti giovani avevano deciso di esprimersi attraverso la politica. Io invece avevo scelto l’arte: scrivevo poesie, suonavo, dipingevo, volevo fare l’artista. La politica è necessaria, ma anche l’arte; e l’artista deve essere libero di raccontare la sua società, senza tessere”.
L’arte è un mezzo per educare?
“L’artista non deve educare, ma lavorare sul linguaggio delle immagini. La cultura in generale dovrebbe avere un certo peso su tutta la società, che però non ha più. È un fenomeno diffuso: la cultura soffre per una perdita di incisività, soprattutto in ambiti di comunicazione ed educazione”.
- Martedì 14 Agosto 2007









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