Archivio di Settembre, 2007
![[b]Ciuco Gutiérrez[/b]<br /> [color=red][b]Ocultos[/b][/color]<br /> [i](Nascosti)[/i]<br /> Madrid, Fundacion Canal<br /> Dal 3 ottobre 2007 al 6 gennaio 2008<br /> [url=http://www.fundacioncanal.com/][b]Il sito ufficiale[/b][/url]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-settembre/sedere/normal_sedere01.jpg)
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di Gian Antonio Orighi
Nella sempre più disinibita Madrid cade l’ultimo tabù: il culo. Per la prima volta al mondo la raffinata e pubblica Fundación Canal espone dal 3 ottobre al 6 gennaio prossimi Ocultos (Nascosti), una mostra fotografica dedicata a quella parte del corpo che il grande poeta Pablo Neruda definiva “le due sfacciate metà della mela”. Sono 68 sederi, di tutti i sessi, latitudini ed età, nudi e vestiti, in bianco e nero e a colori, innocenti e voluttuosi, immortalati dai grandi maestri dell’obiettivo, dagli inizi del XX secolo ai nostri giorni.
L’idea dell’esposizione è nata in un ambiente letteralmente underground. “Nel febbraio del 2006 la direttrice della Fundación, Eva Tormo, stava viaggiando nel metrò di Londra e voleva immortalare col cellulare un giapponese stravolto che stava dormendo appoggiato alla spalla di un amico” racconta José María Díaz-Maroto, 50 anni, fotografo e commissario di Ocultos. “Ma mentre scattava sono entrati altri passeggeri e alla fine nelle foto c’erano solo natiche. In quel momento si è proposta di raccogliere immagini di quel particolare anatomico che a volte non si vuole nemmeno nominare”.
La ricerca di immagini è durata un anno. E il risultato è magnifico, perché tutti i tesori fotografici esaltano, sia pure con tecniche e prospettive diverse, la bellezza, la provocazione, l’ironia o l’estetica di quello che nell’ultima edizione di Miss Italia è stato ribattezzato, non senza una certa ipocrisia, il “lato B”. Dal surrealista americano Man Ray all’inventore del reportage bellico, l’ungherese Robert Capa, dal padre del fotoreportage, il francese Henri Cartier-Bresson, al fondatore del realismo magico, il belga René Magritte: la lista degli autori dei capolavori (due gli italiani, Ferdinando Scianna e Giorgia Fiorio) prosegue con Sebastião Salgado, Robert Mapplethorpe, William Klein, Ellen von Unwert. E maestri spagnoli come Joan Colom.
“Di mostre fotografiche magnifiche ce ne sono state tante. L’agenzia Magnum di Parigi, quella fondata da Cartier-Bresson e Capa, ne ha organizzate alcune dedicandole agli occhi, alle mani, ai baci, al nudo, alla pelle” ricorda il commissario. “Ma nessuno finora aveva pensato, escludendo l’erotismo o la pornografia, di presentare un’antologica con il leitmotiv del “trasero”. Eppure, quando fotografiamo qualcuno di spalle, ciò che chiama l’attenzione è il sedere”.
Lo sdoganamento fotografico del fattore C, in un paese dove, secondo stime del governo del premier socialista José Luis Rodríguez Zapatero, ci sono la bellezza di 4 milioni tra gay e lesbiche (quasi il 10 per cento della popolazione), in cui le nozze omosessuali sono legali da due anni e i toreri hanno da sempre esibito il derrière vestendo nell’arena calzemaglie più che aderenti, corona però un irriverente percorso culturale che viene da lontano.
Il primo cantore del fondoschiena è stato nientemeno che Francisco de Quevedo, uno dei grandi scrittori del Siglo de oro, che nel XVII secolo vergava “Gracias y desgracias del ojo del culo”. E l’ultimo Nobel della letteratura, Camilo José Cela, nel suo Diccionario secreto del 1968, dedicava al deretano un famoso capitolo in cui sconsigliava di usare sinonimi al posto del castigliano culo. D’altronde, in questa Spagna sempre più provocante, dove non solo nella peccaminosa Ibiza o nelle libertarie isole Canarie, ma pure in due spiagge pubbliche di Barcellona, Mar Bella e Sant Sebastiá, i naturisti possono abbronzarsi integralmente senza problemi, ha avuto grande successo di critica un delizioso libro del giornalista tv José María Lebrero, Culos appunto. Ben 68 racconti immaginari in cui l’autore trasforma in protagonista il fondoschiena, “ingiustamente emarginato, nascosto, e che io elevo a categoria di icona”.
Ma c’è di più. Eduardo Urculo, compianto pittore e scultore, rivendicava nel 1999 di aver scelto Barcellona “come la prima città occidentale che possiede un monumento al culo”. Nel parco Carlos I del capoluogo catalano, infatti, troneggia un immenso bronzo di 7 metri, il Culis monumentalis, mentre a Oviedo, proprio davanti al teatro Campoamor, dove si consegnano i premi più prestigiosi di Spagna, i Principe de Asturias, ne è stata piazzata una copia nel 2002 (alta 5 metri).
“La Spagna è la nuova Svezia d’Europa. Basta vedere i magazine rosa o il Grande fratello in onda sulle nostre tv, show improponibili in un altro paese del continente” chiosa il giornalista e scrittore Juan Cueto, 65 anni, fondatore della pay-tv Canal Plus ed ex direttore di Tele+, critico televisivo del País. “La nostra permissività è irreversibile e da noi querelle come inquadrare o meno le natiche nel concorso di Miss Italia sono improponibili”.
Non a caso, quando era al potere l’ex premier popolare (centrodestra) José María Aznar, la tv di stato, Tve-1, trasmetteva nel seguitissimo show La fiebre del sabado noche sfilate di modelli, femminili e maschili, che indossavano il tanga.
“La Spagna rimane una società conservatrice. Solo che adesso una minoranza intellettuale e artistica, appoggiata da Zapatero, impone una immagine libertina” ammonisce Amando de Miguel, 70 anni, docente emerito di sociologia presso l’Università Complutense di Madrid e il più importante studioso dei costumi del paese. “Prima ci pennellavano con lo stereotipo della corrida, del flamenco e della paella. Adesso con un nuovo look falso, quello di Almodóvar e delle nozze omosessuali”.
Però, mentre i gay sono così radicati da editare Paginas rosadas, le prime pagine gialle per omosessuali d’Europa, il lato B si prende la sua rivincita persino con i popolari di Madrid: la Fundación Canal, infatti, è il loro fiore all’occhiello culturale.
Certo, il titolo della mostra, Ocultos, è un voluto gioco di parole che cela culo, comunque protagonista indiscutibile del panorama pubblicitario persino con giganteschi cartelloni piazzati davanti alle farmacie mentre proprio il “restyling del trasero” è l’operazione di chirurgia estetica più diffusa tra le spagnole.
“Non credo che la exposición sia audace. Il fatto che le natiche siano motivo di ispirazione fotografica e che vengano elevate a categoria artistica non dovrebbe scandalizzare più nessuno nel XXI secolo” commenta la popolare Tormo, 42 anni, al contempo assessore alla Cultura di Alcobendas, città dormitorio dell’hinterland madrileno. “Il tema del corpo umano è stato ormai digerito”.
La direttrice della Fundación Canal (il cui presidente, Esperanza Aguirre, governa Madrid) rivela anche che fino all’ultimo la mostra poteva essere chiamata Culos e che nessuno, nel suo partito, che pure ha presentato ricorso al tribunale costituzionale contro le nozze gay, ha mai opposto obiezioni a questa carrellata d’autore. “Abbiamo scelto Ocultos per prudenza. Però il culo, questo grande sconosciuto che è anche una ossessione, meritava un trattamento speciale che vogliamo trasmettere ai nostri visitatori”.
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Di Silvia Grilli
Riuscirà il musical Frankenstein junior di Mel Brooks a superare il confronto con il film Frankenstein junior di Mel Brooks? Trentatré anni dopo essere arrivato al cinema, il capolavoro comico che ha prodotto generazioni di cultori è diventato un musical. Costato oltre 16 milioni di dollari, il kolossal, che in inglese s’intitola Young Frankenstein (il giovane Frankenstein), andrà in scena a New York dall’11 ottobre.
È rimasto fedele al film, fatte salve alcune differenze. Essendo un musical, ha 17 canzoni nuove inventate da Brooks. Non lo interpretano più Gene Wilder, Gene Hackman e gli scomparsi Marty Feldman e Madeline Kahn, bensì delle star della tv. Infine è stata aggiunta qualche scena, battute nuove e il finale ha guizzi inaspettati. Però, se avete visto il film, sapete già che cosa vi aspetta nell’atto successivo.
La trama è la stessa: il rispettabile Frankenstein junior, cioè l’americano Dottor Frankenstin, con la i perché non vuole essere confuso con il famigerato avo, eredita dal nonno scienziato un castello in Transilvania e la formula per risvegliare i morti. Il problema è che risveglia un mostro che fa paura a tutti, anche a lui stesso, perché nessuno ne intravede la bellezza interiore.
Nel musical sono rimaste intatte le battute più famose, compresi i dialoghi tra Frankenstein junior e il suo gobbo assistente Igor (”Sono un chirurgo di una certa bravura, posso fare qualcosa per quella gobba?”. “Quale gobba?”). O tra il poliziotto e Frankenstein junior: (”Serve una mano?”. “No, grazie, ne ho già una”). O le scene più esilaranti, come l’incontro tra il mostro e l’eremita cieco o tra il mostro e la fidanzata frigida di Frankenstin.
Poiché però è un musical, cantano e ballano tutto il tempo. Per esempio, all’inizio il Dottor Frankenstin e i suoi studenti intonano: “Non c’è niente come un cervello”. Quando il fantasma di Frankenstein incoraggia il nipote a resuscitare i morti, la canzone è L’impresa di famiglia.
Per la frigida Elizabeth, che scopre i notevoli attributi del mostro, Brooks si è inventato il motivo Amore profondo. E mentre il mostro balla sul palco con Frankenstein junior, un gruppo di ballerini in smoking fa da coro, cantando: “Sooper Dooper!”.
Prima di arrivare al teatro Hilton di Broadway lo spettacolo è stato rappresentato a Seattle per quattro settimane di prova. È questa la seconda collaborazione tra Brooks, il suo coautore Thomas Meehan e la regista-coreografa Susan Stroman. La prima è stata, nel 2001, il musical The Producers, che valse alla squadra vari record: 12 Tony (gli oscar del teatro), prezzi mostruosi dei biglietti (480 dollari per i posti migliori) e oltre 3 milioni e mezzo di dollari incassati in un solo giorno al botteghino (www.youngfrankensteinthemusical.com).
Anche Young Frankenstein avrà prezzi spaventosi: 450 dollari per le poltrone delle prime file. Così l’81enne Brooks è stato accusato di essere un opportunista d’avidità insaziabile che se ne infischia dei poveri fan, perché i suoi biglietti possono permetterseli solo i broker di Wall Street dopo il premio di produttività di fine anno.
Comunque sia, l’evento è di quelli che tutti quanti aspettano. Il 10 settembre, primo giorno di apertura del botteghino, c’era una coda di 200 persone che si erano alzate alle 5 e mezzo del mattino per arrivare a Manhattan dai sobborghi di New York. Tutte in fila per conquistare un posto al cavernoso Hilton, adatto alle coreografie scure della storia e uno dei teatri più capienti di Broadway, con 1.821 posti.
Già a Seattle il pubblico era stato molto partecipe. L’attore Roger Bart, che interpreta il Dottor Frankenstin, confida: “Attrae cultori che lo sanno a memoria. È strano vedere il pubblico che ride prima che io pronunci le battute. Qualche volta le urlano prima di me”. Nel film Frankenstin era interpretato da Gene Wilder, attore incredibilmente sexy nonostante la faccia sbalordita. Bart, che era già stato uno dei protagonisti di The Producers, è noto soprattutto per il ruolo del mortifero fidanzato farmacista di Bree nel serial televisivo Desperate housewives. Brooks dice: “L’interpretazione di Gene Wilder era miracolosa. Ma Wilder non canta e non balla bene come Roger. Bart è la reincarnazione di Danny Kaye, il genio vocale dei film americani degli anni Quaranta e Cinquanta”.
La promessa sposa di Frankenstin, Elizabeth, bella, ricca e ossessionata dalla piega dei vestiti e dei capelli, nel film era interpretata con abilità da Madeline Kahn. Il ruolo è passato a Meghan Mullally, attrice amata da chi segue la serie tv Will & Grace, che sa recitare le bisbetiche alla moda. Già nel telefilm interpreta Karen, un’altra multimilionaria fissata con il guardaroba.
Brooks punta talmente al successo dello show che ha tirato fuori di tasca propria metà dei soldi della produzione. Ma alcuni critici, dopo aver visto il musical a Seattle, sostengono che, paragonato al film, è una pallida imitazione. Brooks, che s’aggira alle prove di Broadway in blazer blu e fazzoletto di seta rossa nel taschino, appare ultimamente stralunato perché non è ancora soddisfatto del suo spettacolo: “Bisogna toccare i sentimenti del pubblico” ripete. La sua canzone preferita è Ascolta il tuo cuore. “È la più bella che abbia mai scritto” dice. Fa così: “Frankenstein, tu sei il più grande scienziato del cervello al mondo. Ma, per una volta, scarica il cervello nello sciacquone e ascolta il tuo cuore”.
![Kierston Wareing, Juliet Ellis, Leslaw Z<p>urek, Faruk Pruti, Branko Tomovic<br /> Genere: Drammatico<br /> Nazione: Gran Bretagna, Italia, Germania, Spagna<br /> Distribuzione: [url=http://www.bimfilm.com/]BIM[/url]<br /> [url=http://www.bimfilm.com/schede/it_a_free_world/]La scheda del film[/url]</p> <p>[i](Credits foto: BIM)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-settembre/film28settembre/normal_mondo-libero-3.jpg)
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È sempre lui, il solito Ken Loach. Per fortuna. Che parli di Nicaragua e della guerra dei Contras, come ne La canzone di Carla (1996), o di immigrati messicani a Los Angeles, come in Bread & Roses (2000) o ancora di Inghilterra, come in In questo mondo libero…, dal 28 settembre nelle sale italiane. C’è sempre bisogno di un regista come Ken Loach. Per quella ripresa che non lascia spazio a leziosismi e per il suo pragmatico realismo che mette il dito in ogni piaga, ma senza essere distruttivamente infecondo perché fa pensare che qualcosa si può fare.
E anche nel suo ultimo film, vincitore dell’Osella per la migliore sceneggiatura alla recente Mostra del Cinema di Venezia, è così. Protagonista è Angie, interpretata dalla quasi sconosciuta Kierston Wareing. “Ci piace prendere in considerazione quelle persone che l’industria non ha ancora sfruttato” ha detto di lei il regista britannico. E la Wareing si è mostrata perfetta per il ruolo, per “la sua capacità di essere amabile ma anche spietata”.
Così è infatti Angie, giovane donna divorziata con un figlio undicenne, licenziata in tronco da un’agenzia per cui procurava manodopera proveniente dai paesi dell’Est. La donna decide allora di mettersi in proprio, creando un’agenzia di reclutamento insieme all’amica Rose (Juliet Ellis). E ritrovandosi, lei, a sfruttare le condizioni di disagio degli immigrati. Ecco il trailer (da Youtube):
“Angie è il prodotto della controrivoluzione thatcheriana, - afferma Loach - che ha posto l’accento sugli affari e sulle capacità imprenditoriali, che ha premiato l’atteggiamento in cui ci si fa strada e si cerca di avere successo sgomitando. È una donna accattivante, ma non la classica buona amica. E questo si capisce dal modo in cui la trattano gli uomini. È vivace, frequenta i locali. Ma nessuno è disposto a trascorrere con lei neanche una settimana”.
![David Silverman<br> Cast (voci): Dan Castellaneta, Julie Kavner, Nancy Cartwright, Yeardley Smith<br> Genere: Animazione<br> Nazione: U.S.A.<br> Distribuzione: [url=http://www.20thfox.it/]20th Century Fox[/url]<br> [url=http://www.isimpsonilfilm.it]Il sito ufficiale[/url]</p> <p>[i](Credits foto: 20th Century Fox)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10054/normal_spiderpork.jpg)
Il maiale è un animale con basso appeal cinematografico? Tutt’altro! Dopo l’apripista Babe, maialino coraggioso, ora è Spider Pork il nuovo eroe. O meglio, anti-eroe, come lo è la famiglia da cui proviene, i mitici Simpson. E a pochi giorni dall’uscita in Italia de I Simpson - Il film, che dopo la prima settimana ha raggiunto quasi 10 milioni di euro di incasso, è già Spider-Pork mania.
Ma chi è Spider Pork? È il nuovo personaggio del cartoon, ora al cinema, creato dal fumettista americano Matt Groenin: è un piccolo porcello, al quale si devono le avventurose peripezie raccontate nella pellicola, che nella scena topica diventata cult viene aiutato a camminare sul soffitto dal solito inetto Homer, mentre gli intona la canzoncina demenziale “Spider Pork, Spider Pork / il soffitto tu mi spork, / tu mi balli sulla test / e mi macchi tutto il rest, / tu quaaaaaa / ti amo Spider Pork”. Qua sotto lo spezzone di film da Youtube, con il testo scritto e interpretato nella versione italiana da Tonino Accolla:
E il maiale che cammina sui soffitti ha subito conquistato i seguaci degli irriverenti omini gialli. Sul web è nato uno Spider Pork Fan Club, accanto ai vari forum sul film. E ogni giorno sui siti dedicati ai filmati vengono caricati nuovi video amatoriali che imitano la scena. Qui alcuni esempi da Youtube, già cliccatissimi:
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10024/normal_podcast2post.jpg)
“Siamo partiti un anno e mezzo fa con l’inizio dell’anno accademico. Mio marito è un lettore accanito di riviste di informatica e mi ha detto: credo che questa cosa del podcasting tu la possa fare a lezione”. Così Enrica Salvatori, docente di Storia medievale all’Università di Pisa, ha cominciato la sua avventura nel mondo dei podcast. E dalle lezioni in senso stretto è poi passata all’idea di un podcast per un pubblico più ampio: Historycast.
“Mettersi in rete è abbastanza facile, il problema è essere visti, o in questo caso ascoltati. Ci vuole qualità. Noi abbiamo elaborato questa idea di un sito di divulgazione in cui cerco di fare un ragionamento su come abbiamo interpretato il passato e sull’uso che facciamo della storia”. E così ogni puntata, della durata di circa mezz’ora, è dedicata a un argomento: dagli Etruschi a Giulio Cesare, da Re Artù alla peste nera. Il pubblico c’è. “Siamo intorno agli 8-9000 abbonati”, racconta soddisfatta Salvatori. Ma chi sono questi aficionados della storia raccontata? “Persone di ogni ceto sociale e, soprattutto, italiani che si collegano da ogni parte del mondo”. E non hanno solo voglia di ascoltare, ma anche di dialogare. “Ci scrivono per proporre temi e fare domande e richieste. Uno studente ci ascolta dall’Arizona, un bidello dalla Norvegia, un giornalista dalla Cina, un prete dal Mozambico”.
Quanti sono i siti di divulgazione storica o scientifica in Italia? L’esempio di Historycast rappresenta un’eccezione nel senso che “per fare divulgazione di qualità ci vuole tempo e fatica, ci vuole qualcuno che paghi lo sforzo. Nel panorama italiano quelli che vanno per la maggiore sono podcast che hanno alle spalle un editore o un ente promotore”. Pochi, insomma, i professori solitari.
Enrica Salvatori che podcast ascolta? “Laterza ha fatto delle ottime cose con le sue lezioni di storia, ma anche Feltrinelli con i podcast di alcuni dei suoi autori, anche di argomento storico. Di ottima qualità sono i podcast della Radio Svizzera. A me poi piace anche quello di Massimo Polidoro che in ogni puntata analizza i grandi misteri”.
La divulgazione scientifica continua ad avere successo, non solo in libreria, ma anche sui media non tradizionali. “Io noto un crescente interesse per la storia”, conferma Salvatori. “Forse perché la gente si sente invasa da altre culture e cerca le proprie radici”. Quanto al mezzo, cambia radicalmente la fruizione dei contenuti. “Nei vari strumenti di internet la gente si vuole sentire libera di andare a cercare i suoi percorsi. Diversamente dalla tv, che offre cose preconfezionate e raggiunge sempre lo stesso pubblico, Internet arriva a persone molto diverse”.
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Se Biancaneve piovesse all’improvviso dal mondo delle favole alla realtà, tra autobus, strade affollate e palazzoni? E se fosse seguita dalla strega cattiva, il principe e tutti i nani al seguito? Ci sarebbe da ridere… Ebbene, qualcosa di simile accade nel nuovo film della Disney Come d’incanto (Enchanted), alla regia di Kevin Lima. I personaggi delle fiabe si ritrovano a Manhattan, età moderna. Favoloso! E c’è da ridere. In una pellicola in cui i cartoni animati si uniscono alle persone in carne ed ossa, tra cartoon e live action.
La principessa Giselle, interpreta nella “versione Manhattan” da Amy Adams (L’amore ha il suo prezzo), è strappata dal suo regno musicale e magico e buttata nel cuore intricato della città americana dalla perfida regina, una stupenda Susan Sarandon. In un mondo dove, con suo shock, non esiste il “per sempre felici e contenti”. E dove le dinamiche delle fiabe sembrano mutare… e inizia a innamorarsi di un avvocato divorzista (Patrick Dempsey, il bel dottore di Grey’s anatomy). E il principe azzurro (James Marsden) a cui era promessa sposa, che sulle sue tracce irrompe ugualmente a Manhattan? Il mondo delle favole può sopravvivere nel mondo reale?
Qui una clip in anteprima con spezzoni del film e la presentazione di regista e attori:
L’uscita della pellicola è prevista per il 7 dicembre. In aria di Natale.

Potenza della partecipazione online o marketing virale in salsa 2.0? Un “vero” blogger o il comico di sempre con un nuovo palcoscenico (la rete)? Da un punto di vista comunicativo, tra le categorie dei media tradizionali e le dinamiche emergenti online, il fenomeno Grillo fa storia a sé. E non perché si tratti di qualcosa di innovativo e rivoluzionario, come lo stesso Grillo vuol fare intendere. Semmai è vero proprio il contrario: dietro la facciata scintillante di Internet, troviamo una miscela esplosiva di modalità interattive vecchie e nuove, al tempo stesso aperte e chiuse. Non è comunicazione di massa, ma neanche questo gran salto verso il futuro.
Di nuovo - dice chi da anni vive dentro la rete italiana - c’è giusto la disintermediazione, il ricorso intelligente a sistemi virali spinti (i video su YouTube, le mappe di Google, i badge per il passaparola). E la struttura del blog, per quanto Grillo lo utilizzi più come un palcoscenico, che come uno spazio di confronto e discussione dal basso.
A differenza di altri blog politici di successo (come Daily Kos e Huffington Post, due fonti ormai influenti negli Usa, in grado di fare dibattito sfruttando al meglio il fattore-rete), su beppegrillo.it il flusso interattivo è mono-direzionale, senza quell’intimità “uno a uno” tipica delle interazioni online.
Dal sapore altrettanto retrò è la sostanziale latitanza dalla rete italiana o la reticenza a sperimentare tutte le potenzialità del web: tolte le bacheche abbastanza anguste di MeetUp (i forum su cui si organizzano “Gli amici di Beppe Grillo”), non ci sono stati molti tentativi di rendere più orizzontali e inclusivi i processi di mobilitazione. Un’occasione persa secondo il giornalista Sergio Maistrello: “Se fossi Beppe Grillo direi: ehi ragazzi, andiamo forte, ma non statemi tutti qui tra le palle, che i vostri commenti nemmeno li leggo, non ho né il tempo né la voglia. Moltiplichiamoci, apritevi un blog anche voi, diffondete il verbo, colonizzate le vostre reti sociali”. Ma niente di tutto ciò. Piuttosto, la costruzione di un brand eccezionale, dove la pur giusta indignazione e denuncia sociale convive con le logiche dello star-system e del marketing più aggressivo: libri e dvd da comprare online, il magazine personale, spot, inni e finanche un logo per le liste civiche.
Una macchina comunicativa potente, in grado di intercettare gruppi di utenti eterogenei e sostanzialmente diffidenti verso i grandi media. Ma anche un pubblico che, come suggerisce questo recente sondaggio, magari non frequenta poi così tanto il suo blog e la rete. Non è un caso se dietro a tutto ciò ci sia la Casaleggio Associati, agenzia che, è spiegato sul sito, tra gli altri obiettivi persegue anche quello della “creazione di gruppi di pensiero e di orientamento”. È la Casaleggio, ad esempio, a far da redazione per i testi del blog, a trovare le notizie forti e passarle poi a Grillo: niente di male, per carità, ma perché non dare un volto e un nome alle persone impegnate in questa opera collettiva (come fanno Daily Kos e HuffPo, in linea con una regola implicita della blogosfera)? Toglierebbero forse visibilità e carisma alla stella Grillo?
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Arrivano vestiti in modo elegante e sobrio i Marlene Kuntz. A presentare il loro settimo album in studio dal titolo Uno ci sono tutti e tre: Cristiano Godano, voce e chitarra, Riccardo Tesio, chitarra, e Luca Bergia, il batterista. C’era molta attesa per questo nuovo lavoro della band cuneese. Ci si aspettava una svolta verso un suono decisamente meno aggressivo e ancora più ricercato rispetto agli altri album: così è stato. I testi rimangono, invece, una sorta di viaggio letterario. E proprio il titolo del cd Uno prende spunto da una frase contenuta in un libro di Nabokov: L’amore. Due persone in una, un solo pensiero, una sola ombra che cammina, ecco perché esiste un solo numero: UNO! E l’amore moltiplica infinite volte questa unicità.

Cristiano partiamo da qui: da Uno?
La canzone è un totale omaggio a Nabokov, come si può immaginare. Il libro da cui è stata tratta la frase è estrapolata da un libro nel libro che parla di uno scrittore mai esistito, ma citato dall’autore. Intorno a questa frase ce ne sono altre che il testo celebra. Aggiungo anche che, nel periodo in cui stavo leggendo Nabokov, mi sono imbattuto nella biografia ufficiale della moglie. Mi è arrivata così una forte sensazione di romanticità e credo di essere stato molto toccato dalle vicissitudini di questa coppia. Si dice che senza la moglie Vera Slonim, Nabokov non sarebbe diventato quello che poi è stato. Vale, quindi, la regola che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna.
Nel booklet a ogni brano è accompagnato un breve racconto. Come avete scelto gli autori?
Amicizia prima di tutto, reciproco rispetto e, per alcuni, è valso il criterio della conterraneità. Marco Bosonetto e Gianmaria Testa sono cuneesi, mentre Paolo Conte è astigiano. Siamo lì. Stefano Benni e Carlo Lucarelli, invece, sono profondi conoscitori della nostra musica. Emidio Clementi, ex cantante dei Massimo Volume, è un amico di vecchia data.
Quale di questi scritti ti è piaciuto di più?
Siamo rimasti incuriositi laddove il testo in qualche modo suggeriva qualcosa di altro. Ma quello di Benni è davvero spettacolare.
Uno prosegue e, anzi, estremizza un concetto musicale a cui avevate dato corpo qualche tempo fa. E’ un giusta riflessione?
Quando abbiamo cominciato a lavorare a questo album ci siamo detti che non ci sarebbero state mezze misure. Visto che non ci interessa ammiccare a nessuno, ma ci interessava solo fare il disco che forse inseguivamo da qualche tempo.
C’è anche una maggiore sensibilità nel tocco. L’album live S-Low è stata una sorta di anticipazione di tutto ciò?
Sì, S-Low ci ha fatto capire tante cose. Come, per esempio, che ci poteva essere meno irruenza e, invece, maggiore attenzione agli arrangiamenti e alle dinamiche.
Possiamo considerare Uno come un concept?
E’ venuto fuori come un concept. In fondo ci siamo trovati a pensare che l’aspetto dell’amore e dell’universo femminile collegavano tutti i testi. C’era sempre una forte presenza delle donne e a noi piaceva immaginare che il tutto fosse legato alla musa ispiratrice. È, però, ben presente l’uomo che celebra poi queste donne.
Nel disco c’è una canzone, 111, che parla di un omicidio: un marito che uccide la moglie. Hai preso spunto da qualche fatto di cronaca in particolare?
Non uno in particolare. Sono suggestioni. Ma mi spiego meglio: se personalmente ho una cifra stilistica come scrittore di testi è anche perché ho un’attrazione verso le psicologie delle persone che combinano qualcosa di sbagliato, quindi, in questo caso, il parlare di una persona che l’ha combinata brutta.
...L’intervista continua poi a microfoni spenti. E vengono fuori un paio di chicche per fan irriducibili… (LEGGI QUI)
