
Notizie libere per tutti. Ancora una volta il New York Times guarda lontano e prova a sparigliare le carte sul tavolo dell’informazione online. Da domani, mercoledì 19 settembre, l’immenso archivio della “vecchia signora in grigio” (come oltreoceano viene chiamato il quotidiano) sarà accessibile gratuitamente agli utenti della rete. Addio, quindi, a TimeSelect il programma di abbonamento che fino ad ora permetteva di leggere tutti i contenuti pubblicati dal 1850 al 2007 a prezzi popolari (7,95 dollari al mese, 49,95 all’anno) e che pure aveva ottenuto risultati discreti (10 milioni di dollari di entrate l’anno, per 227mila sottoscrizioni).
Al di là dei timori per la tanto annunciata scomparsa del cartaceo, la scelta del Times sembra guardare nella giusta direzione, ridando una meritata centralità all’edizione online. Nell’attuale ecosistema della rete gli archivi rappresentano un valore aggiunto inestimabile: è ciò che fa la differenza tra le testate ultime arrivate e quelle con una lunga tradizione. Ma, soprattutto, sono una potente fonte di moltiplicazione degli accessi, con la maggior parte degli utenti che ormai provengono direttamente dai motori di ricerca, senza passare dalle home page delle singole testate. Per non parlare delle ulteriori visite prodotte dalla circolazione libera delle news: ora potranno essere linkate senza l’odioso disclaimer “notizia a pagamento”.

Tutto ciò permetterà di innescare nuovi circoli virtuosi (più accessi, più pubblicità, più guadagni), potenzialmente molto più vantaggiosi di quelli assicurati dalla formula ad abbonamento.
È facile pensare che la scelta del NYTimes sarà seguita a ruota da gran parte delle testate online: il che provocherà un’ulteriore metamorfosi del panorama informativo online, con le notizie sempre più destinate a diventare una commodity.
Continueranno, invece, a puntare sul modello a pagamento i quotidiani con un taglio specialistico e rivolti a nicchie ben precise di lettori. È il caso del Wall Street Journal, tra i primi a lanciare la formula dell’abbonamento nel 1996 con risultati al di là di ogni aspettativa (attualmente sono oltre un milione gli iscritti). A meno che anche il WSJ non sia disposto ad osare di più: il che è quanto mai plausibile, soprattutto dopo l’arrivo di Rupert Murdoch il nuovo (e più spregiudicato) editore, che proprio il giorno dell’annuncio del NYTimes si è detto propenso a rendere gratuita la versione online del Wall Street Journal, anche se non ha ancora deciso.
LEGGI ANCHE: L’ultima copia del NYT: cambiare o morire, ecco il futuro dei giornali - Le Monde guarda al Web 2.0: nasce Le Post - Murdoch, l’uomo che fa notizia. Anzi le notizie - Arriva MySpace Tv: così Murdoch prova a battere YouTube - Editoria sociale: quando il cittadino diventa giornalista
- Martedì 18 Settembre 2007









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Il 7 Aprile 2008 alle 10:48 Chris Anderson: Merci e servizi gratis! Ecco il business del futuro » Panorama.it - Cultura e società ha scritto:
[...] Nuovo affronto dei Radiohead ai colossi della musica. Dopo aver distribuito online l’ultimo disco con la formula “paga-quanto-vuoi“, la rockband inglese ha ora lanciato un concorso in cui invita gli utenti a remixare a proprio piacimento una traccia dell’album In Rainbow e poi condividerla liberamente in rete. Certo, per un gruppo affermato come i Radiohead simili scelte sono coraggiose e, al tempo stesso, ben studiate: garantiscono pur sempre un ritorno promozionale non indifferente. Ma c’è anche chi è convinto che la band inglese stia semplicemente facendo da apripista ad un fenomeno più ampio e, per molti versi, inevitabile: l’emergere in rete di un mercato della “free-economics”, ovvero l’economia del gratis. “Free!” è il titolo del prossimo best-seller annunciato di Chris Anderson (direttore di Wired e autore di La coda lunga) alla cui base c’è proprio la tesi: “Zero dollari è il futuro del business”. I segnali arrivano ormai da più settori, e non solo dalla musica online: i voli zero-cost di Ryanair, le caselle di posta elettronica illimitate di Yahoo!, l’apertura dell’archivio del New York Times, i cellulari e le consolle per i videogiochi venduti a prezzi stracciati. In realtà, spiega Anderson in un’anticipazione del volume pubblicata lo scorso mese su Wired, già prima di Internet abbiamo familiarizzato con modelli economici in cui prodotti e servizi venivano ceduti gratuitamente: è il caso del cellulare regalato in cambio della sottoscrizione di un abbonamento. Ma si è trattato di fenomeni marginali, che ora in rete acquistano una centralità del tutto nuova: “Tutto ciò che riguarda i network digitali subisce immediatamente un abbassamento dei costi. Il gratis non è più soltanto un’opzione. È una destinazione inevitabile”. Le ragioni di questa accelerazione stanno tutte nella natura specifica di Internet: “Il web è tutta questione di “scala”: attrarre il maggior numero di utenti su alcune risorse centralizzate, e così spalmare i costi su un pubblico sempre più ampio”. Anderson fa l’esempio di Flickr, il noto sito per la condivisione di foto: l’1 per cento degli utenti che scelgono l’opzione Pro (a pagamento) permette al restante 99 per cento di accedere gratuitamente al servizio-base. Ma le soluzioni per alimentare un’economia basata sul gratis sono le più varie. Per il momento in molti (ma questo problema, insieme ad altri lati oscuri della freeconomics non è stato ancora ben affrontato da Anderson) si accontentano di accumulare montagne di dati sui comportamenti degli utenti da rivendere poi alle agenzie di marketing. “Che un prodotto sia gratis non vuol dire che qualcuno, da qualche parte, non stia facendo una barca di soldi - sottolinea Anderson - Bisogna lasciarsi alle spalle l’idea di un mercato a due (venditore/acquirente) e pensarlo come un ecosistema con più soggetti: solo alcuni di questi si scambiano denaro”. Come dire: i Radiohead permetteranno pure di scaricare gratuitamente il loro disco; in un modo o nell’altro il denaro tornerà da qualche altra parte. [...]
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