Archivio di Ottobre, 2007
![[i]Atteggiamenti supremi (sono il numero UNO)[/i], 2007</p> <p>[color=red][b]Juventus. 110 anni a opera d'arte[/b][/color]<br> Torino, Palazzo Bricherasio<br> Dal 26 ottobre al 2 dicembre](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-ottobre/juve/normal_03bonavita.jpg)
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L’avvocato Agnelli soprannominò il Del Piero dei tempi d’oro Pinturicchio, perché le traiettorie pennellate sui campi di calcio ricordavano il tratto del pittore. Ora il paragone tra il fresco papà Alex e il pittore umbro, allievo del Perugino, ritorna più che mai con la mostra Juventus. 110 anni a opera d’arte, fino al 2 dicembre a Palazzo Bricherasio a Torino. E il parallelo non riguarda solo il capitano juventino, ma tutta la storia di luci ed estro della Signora, messa a confronto con luci ed estri artistici: opere d’arte vere e proprie, accostate a figure simbolo, cimeli e trofei particolarmente significativi nella costruzione dell’immaginario Juve.
Ecco così i lavori di Lucio Fontana, Yves Klein e, naturalmente, Pinturicchio, accanto a filmati di Boniperti, Sivori, Platini, Zidane, Del Piero, anche loro amanti dello spunto geniale e sedotti dalla bellezza del gesto tecnico, nella sala dedicata a Classe, estro e fantasia. L’agonismo del calcio diventa un paradigma visivo nella sala I gladiatori, dove i dipinti di De Chirico sul tema, che l’artista sviluppò tra il 1927 e il 1929, o le possenti figure di Sironi sono messi in similitudine con le immagini di Benetti, Tardelli, Cuccureddu, Boniek, Davids o Nedved, giocatori che hanno esaltato il senso della lotta fisica in campo.
La sala Estetica del bianco e nero è la testimonianza del cosiddetto stile Juventus, che passa dall’avvocato Agnelli a Boniperti fino a Chiusano, sottolineato dalle opere di Clemente, Michael Scott, Mario Consiglio e Andy Warhol.
![[i]Gianni Agnelli[/i], 1972<br> [color=red][b]Juventus. 110 anni a opera d'arte[/b][/color]<br> Torino, Palazzo Bricherasio<br> Dal 26 ottobre al 2 dicembre](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-ottobre/juve/normal_01warhol.jpg)
Torino siamo noi è la sezione con i quadri di Paulucci, Casorati, Ruggeri, fino ai tempi moderni rappresentati da Mondino, Salvo, Daniele Galliano: grandi artisti tutti accomunati da una cosa, essere juventini. Non poteva che concludere l’esposizione la sala dedicata ai Trofei, dove sono esposte, direttamente dalla sede della Juventus, le coppe più rappresentative vinte in Italia e nel mondo.
Di fronte al Palazzo Bricherasio, a salutare l’ingresso, campeggia l’Alfa 8C Competizione, un’opera d’arte in movimento realizzata in 500 esemplari da Alfa Romeo, sponsor principale della rassegna.
Era il primo novembre 1897 quando, per idea di alcuni studenti del liceo D’Azeglio, nasceva a Torino lo Sport Club Juventus. La prima maglia fu rosa, con cravatta o papillon. Ma se l’anniversario dei 110 anni fosse caduto l’anno scorso, uno dei momenti più difficili per la squadra torinese, allora in serie B, sarebbe stato festeggiato comunque? Fato vuole che la ricorrenza cada comunque ora, e forse l’esposizione sottolinea ancora di più una rinascita “ad opera d’arte”.
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Che cosa sta succedendo nell’universo dei blog? Trenta protagonisti lo raccontano in un libro che uscirà a dicembre negli Stati Uniti, Blogging Heroes, intervistati da Mike Banks. Alcuni capitoli si possono già scaricare gratuitamente dai blog dei trenta “eroi”. È una sorta di coro formato da voci sparpagliate nella rete. E, allo stesso tempo, una promozione del libro distribuita sul web.
Tra i Blogging heroes c’è Chris Anderson, direttore della rivista di culto sulle nuove tecnologie, Wired, e autore del blog The long tail. Lui ricorda che “esistono infinite blogosfere”: il pubblico di internet non è una massa compatta, ma è una galassia pulviscolare, dispersa in numerosi gruppi di piccole dimensioni. Anderson l’ha chiamata Coda lunga. E grazie ai suoi post ha ricevuto un aiuto per elaborare questa teoria, un test pubblico per discuterla e una promozione per libro che ne è nato. Anderson minimizza in una battuta: “Scrivere un blog è un modo per rendermi più brillante” (qui il pdf del capitolo).
Diverso il caso di Boing Boing. Qualche anno fa pochi avrebbero scommesso sul successo planetario di un blog che come un calderone mischia il video di una balletto indiano sui contraccettivi e le istruzioni su come fabbricare una maschera di Dart Fener, il cattivo di Guerre stellari. Il segreto? “Essere interessanti, riflettere sulle notizie, esprimere chiaramente la propria opinione” spiega l’autore Mark Frauenfelder (qui il pdf). Negli ultimi anni il blog è diventato uno modo per farsi apprezzare in un ambiente professionale, o per entrare in una discussione pubblica puntando sugli argomenti che stanno a più cuore. Come chiarisce un altro protagonista del volume, David Rothman, esperto di ebook: “Chi è qualcuno nel settore mi conosce, tutto ciò è stato positivo allo scopo di essere famoso o detestato” (qui il pdf). Vedremo nelle prossime settimane se continuerà la scoperta a piccole dosi di Blogging heroes.

“Questa sera alla tv gli italiani di oggi vedranno, comodamente seduti nelle loro case calde, un episodio di quel lontano inverno. Qualcuno penserà a un parente; un nonno, uno zio, un padre abbandonato nella neve, o finito in un gulag in Siberia o nell’Uzbekistan. Per me che sono stanco e vecchio è solo rinnovare dolore per carissimi amici che non sono riusciti a seguirmi perché fermati da una pallottola o da una notte di tormenta - ma quale notte poteva essere stata? - che chiudeva i polmoni e congelava il corpo”. Così Mario Rigoni Stern, che quella guerra l’ha vissuta sulla propria pelle, torna a quell’inverno di 65 anni fa: il freddo, la battaglia, i morti. L’autore de Il sergente nella neve lo ricorda oggi sulle pagine de La Stampa e scrive: “Marco Paolini, con la sua arte, ci riporterà quel tempo e quelle notti. Certi momenti riuscirà non a rievocare ma a ricostruire vivi volti a me carissimi e mai dimenticati. Alla fine di quella battaglia mancarono all’appello 84.830 italiani, 10.030 tornarono dalla prigionia. In 74.800 morirono in quelle steppe. Ricordate che questo è stato.”
L’appuntamento è dunque per questa sera alle 21.30, su La7.
Marco Paolini, dopo Vajont e Il Milione, porta in televisione lo spettacolo tratto da Il Sergente. Due ore e un quarto filate, “in un orario decente”, senza interruzioni pubblicitarie: un evento per la nostra tv. Un atto unico in diretta dai Monti Berici, alle spalle di Vicenza. A introdurre lo spettaccolo, Ottoemezzo, dove si discuterà del teatro di Marco Paolini con il presidente di Raisat Carlo Freccero, lo scrittore Antonio Scurati, lo storico del cinema Tatti Sanguinetti, l’ex tenente degli Alpini Franco Melandri.
Il Sergente, backastage

A vederlo in fotografia Robert Wyatt sembra un po’ Babbo Natale. Barba bianca e capelli lunghi, anch’essi bianchi e con scriminatura a sinistra, leggermente cicciotto e un viso simpatico. E un po’ papà Natale lo è, visto che ci ha regalato, il suo nuovo disco: Comicopera, uscito a “soli” quattro anni di distanza dal precedente, Cuckooland, per il quale ne aveva impiegati sei. Come recita il titolo stesso, Comicopera (disponibile anche nella versione doppio vinile) è un’opera, ed è divisa in tre parti. La prima, Lost in noise, racchiude canzoni che l’ex batterista dei Soft Machine, su una sedia a rotelle da 34 anni dopo essere caduto da una finestra scambiata, in una notte di ebbrezza, per una porta, ha scritto soprattutto con la moglie Alfreda Benge. Notevole Stay Tuned di Anja Garbarek. Il secondo atto si intitola The here e the now. Tra le tracce spicca quella composta con l’amico Brian Eno. In quella che è la parte centrale dell’album si parla soprattutto della guerra. Emblematici i titoli: A Beautiful Peace e A Beautiful War. Nella terza e ultima parte, Away with the fairies, Wyatt ha messo insieme alcune cover, tra le quali anche una dei C.S.I. Del Mondo (dall’album Ko de Mondo) e Hasta Siempre comandante, di Carlos Puebla, dedicata a Che Guevara.
Comicopera è stato prodotto dallo stesso Wyatt con l’ormai consolidata collaborazione di Brian Eno, Paul Weller e Phil Manzanera.
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Basta entrare nello studio di un artista per capire la sua opera, ma se lo studio è un intero paese, e l’artista è Pinuccio Sciola, una giornata non è sufficiente. Una fotografia potrebbe aiutare, soprattutto se a scattarla è Pablo Volta, il fotografo italo argentino famoso per i reportage in Sardegna sui cosiddetti paesi del malessere negli anni Cinquanta e Sessanta, che da tempo ha scelto di vivere nell’isola e avere come vicino di casa lo scultore.
A San Sperate, dove i menhir di basalto si innalzano nei giardini, e i muri delle case accolgono i murales e le loro storie, il portone della casa in stile campidanese di Sciola è sempre aperto. Ospiti, amici, curiosi possono entrare e vedere l’artista che lavora le sue Pietre sonore. A trovarlo va spesso anche Pablo, al quale la casa editrice Ilisso ha appena dedicato il libro fotografico Pablo Volta, la Sardegna come l’Odissea. E per Pablo la Sardegna è un po’ come Itaca. La fotografò la prima volta nel 1954, quando i reportage di denuncia sociale univano giornalismo e antropologia. C’era una nuova Italia da raccontare, e fotoreporter come Federico Patellani, Franco Pinna, Pablo Volta erano lì pronti a scattare. Volta collaborò con Il Mondo di Pannunzio e insieme a Pinna fondò la Fotografi Associati, la prima cooperativa di professionisti in Italia. In seguito il suo obiettivo raccontò il mondo del cinema e quello degli artisti parigini. Anna Magnani, Marc Chagall e Le Corbusier, ma anche i mamuthones, i pastori dormienti, le donne a lavoro.
Da Parigi a San Sperate, Volta, classe 1926, con le sue immagini ha fatto parlare la realtà, ora il suo amico Sciola fa parlare le pietre, e il fotoreporter, oggi armato di macchina digitale, continua a scattare. “Io sono nato da una pietra in un paese di fango. A sette anni cercavo le pietre, andavo nelle cave e gli scalpellini mi prendevano in giro” dice l’artista “poi iniziarono a darmi i massi migliori da scolpire”. Per Sciola “i suoni ci sono da sempre. La pietra è la memoria universale del mondo”. Le sue sculture non sono però strumenti musicali, ma litofonie, “a me interessa la forma, l’elasticità”. I suoni per Sciola nascono nel silenzio della campagna. Ecco allora intorno al paese tre musei all’aperto dove centinaia di sculture vibrano le loro note nel vento.
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È in mostra fino al nove dicembre, al museo MAN di Nuoro, l’opera dell’espressionista austriaco Egon Schiele. Nato nel 1890, scomparve a soli 28 anni nello stesso anno in cui morì il suo padre spirituale Gustav Klimt (1918).
Le ottanta opere nella mostra nuorese, tra disegni, acquerelli e gouaches, selezionati da Annette Vogel e provenienti da una collezione privata newyorkese, rappresentano tutto l’arco creativo dell’artista.

Un’esposizione di taglio storico a cui il MAN ha voluto dare una linea di contemporaneità. È questa la missione del museo dalla sua fondazione nel 1999. Accanto alla collezione permanente di arte sarda del Novecento (Giuseppe Biasi, Costantino Nivola, Francesco Ciusa, e altri) si vuole rappresentare le diversità mettendole a confronto non solo con tutto ciò che è prossimo ma anche con ciò che è distante nel tempo e nello spazio.
Secondo la direttrice Cristiana Collu, lo spazio museale deve essere inteso come luogo di ricerca artistica e di promozione culturale per il territorio circostante. Interessante è il feedback con gli artisti contemporanei, come Elisabetta Benassi e Nico Vascellari, invitati a soggiornare in Barbagia e a trarre ispirazione dalla natura e cultura del luogo. In questo modo identità e folclore si trasformano in linguaggio artistico, quindi universale, capace di travalicare i semplici confini geografici.
Dopo 46 mostre, da Giorgio Morandi a Joan Mirò, da Pablo Picasso a Erwin Olaf, dall’Impressionismo russo alla Transavanguardia, passando per i paesaggisti francesi, è ormai consolidato il successo di questa pinacoteca di provincia, che ha avuto più di 40 mila visitatori nel solo 2007. Come naturale conseguenza di tale popolarità è stata creata un’apposita Fondazione con la Provincia di Nuoro e entro la primavera 2008 è previsto l’ampliamento della struttura nella storica piazza Sebastiano Satta.
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- Tags: Buzzcocks, Clash, Damned, Dead-Boys, Glen-Matlock, Johnny-Rotten, moda, Musica, Never-Mind-The-Bollock, Paul-Cook, punk, Ramones, sex-pistols, Sid-Vicious, Steve-Jones, Vivienne Westwood
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Era il 28 ottobre del 1977 quando un terremoto scuoteva la musica. Sono, infatti, passati 30 anni dall’uscita di Never Mind the Bollocks Here’s The Sex Pistols, il disco che ha dato origine al movimento punk. Un album che ha segnato la nascita di un genere musicale che ha attraversato gli anni influenzando sonorità e mode.
L’esordio, atteso, dei Sex Pistols divenne subito un successo. Successo annunciato dalle 125mila copie prenotate prima dell’arrivo del disco nei negozi. Never Mind The Bollocks conquistò in pochissimo tempo la vetta delle classifiche inglesi, lanciando quattro pazze teste nella storia del musica: Johnny Rotten (di cui arriva ora in libreria un’autobiografia), Steve Jones, Paul Cook e Sid Vicious che aveva sostituito Glen Matlock). Tutt’ora quelle note urlate e distorte rimangono indelebili e addirittura programmate dalle radio, in varie versioni God Save the Queen e Anarchy in UK. Ma dietro al successo dei Sex Pistols c’è tutto un mondo che è venuto a galla.
Sex Pistols - Anarchy in the UK - rare live at sweden 1977
Sex Pistols - Seventeen (Live in Stockholm 1977)
Il motto era: essere diversi. Diversi nel modo di suonare (una sorta di rivolta nei confronti della musica cosiddetta colta, come poteva essere il progressive) e diversi nel mondo di vestire. Sono di quegli anni i giubbotti di pelle ornati di spillette; i capelli colorati, rasati e impreziositi, spesso, da una cresta curata; i pantaloni stretti, strappati e usatissimi. Ai piedi: anfibi oppure le immancabili All Stars. E ancora: tatuaggi e piercing e lamette appese agli abiti. In poche parole, un modo di vivere lontano anni luce dalla moda 60-70.
Chi meglio di tutti ha saputo incarnare il mito, da un punto di vista della moda, è stata l’eccessiva Vivienne Westwood che, insieme al compagno, Malcom McLaren (manager, tra l’altro, degli stessi Pistols), intuì il fenomeno e ne cavalcò l’onda da un punto di vista estetico.
La forza del punk si concretizzò solamente nel 1977, ma la sua onda d’urto si era già messa in moto qualche anno prima, aprendo la strada a formazioni che più degli stessi Sex Pistols scrissero pagine importanti di questo stile musicale. Indimenticabili i Clash, maestri punk, ma soprattutto artisti capaci di aprirsi ad inedite realtà sonore e capaci di contaminare il punk con altri generi. London Calling è considerato un capolavoro ancora ineguagliato. Se il punk ebbe il suo splendore nel Regno Unito, il verbo si estese presto a tutto il mondo. Oltreoceano divennero famosi i Ramones, alfieri della scena newyorkese, ma anche i Dead Boys. Impossibile, infine, non citare altre due formazioni storiche della metà degli anni ’70: i Buzzcocks e i Damned.
The Clash - London Calling (clip ufficiale)
The Clash - Should I stay or should I go
The Ramones-Rockaway Beach(live)
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10958 giorni. E ogni singolo giorno qualcuno da qualche parte sul pianeta ha fatto girare sul piatto, nel mangianastri, nel lettore cd, nel computer, nell’iPod il più rivoluzionario e, contemporaneamente, reazionario disco che sia mai stato stampato. Era il 28 ottobre 1977 quando uscì Never Mind The Bollocks Here’s The Sex Pistols. Una data che molti fanno coincidere con la nascita stessa del punk. Se, in effetti, sia così non ha importanza, come non ha importanza se punk sia un aggettivo o un sostantivo. I Pistols furono solo la punta dell’Iceberg, e si sa, il grosso sta sotto, la punta brilla al sole ma rischia di sciogliersi (e così avvenne). Di tutti i natanti che navigavano nel mare in burrasca degli anni Settanta anche la letteratura avvistò l’Iceberg in questione ma, al contrario della musica che fece la fine del Titanic facendo congelare i passeggeri nelle acque immobili di un canone, approdò con curiosità da scalatore e occhio da geologo.
E allora ecco ricomparire sugli scaffali delle librerie Kathy Acker, che dopo alcuni libri feroci e disincantati firmò quello che venne considerato il primo romanzo punk: Great Expectations. Se i Sex Pistols non fecero altro che riprendere il rock ‘n’ roll e farlo passare per una fragorosa novità, la Acker lo fece con un classico di Charles Dickens. Al posto della penna e dell’inchiostro, un coltello a scatto e del sangue. Da quel momento in poi, il punk trovò la sua vera strada. Lontano dalle chitarre elettriche, dalle creste e dalle pose antisociali. Destinato a morire dal suo stesso slogan, No Future, nelle pagine di William Gibson e del suo Neuromante trovò linfa nuova, un humus su cui far germogliare tutte le potenzialità inespresse a livello sonoro. Il cyberpunk non è come il postpunk. Il prefisso non indica un superamento snobistico, della parola che precede. Negli anni ‘80 il cyberpunk è il punk. È la sua unica fonte di sopravvivenza. Riesce addirittura a bruciare luminoso per quasi un decennio, fino all’arrivo di Neal Stephenson che ne riscrive i canoni con feroce ironia decretando il bisogno di trovare altre strade. In fondo non si tratta di metter insieme due accordi sgangherati ma di scrivere libri, le possibilità sono “leggermente” più ampie. Da lì in poi punk e avant-pop si mescolano con risultati alterni facendo balenare lo spettro del prefisso snob a ogni mossa. Se dovessimo citare qualche autore, faremmo i nomi di Poppy Z Brite, J.T. Leroy, Emma Forrest, Chuck Palahniuk, Irvine Welsh ecc. ecc. ma se proseguissimo le dosi di punk si andrebbero via via diluendo, fino a sparire del tutto perché quello puro è, e rimane, sepolto dalle macerie al neon del cyber.

È durato molto di più del suo omologo sonoro, forse solo per una questione tecnica di tempi di produzione/fruizione e di padronanza degli strumenti, ma come esso ha segnato una generazione intera lasciando dei solchi profondi anche sulla carne di chi non si è mai sentito coinvolto, di chi navigando non si è accorto che sotto la chiglia della sua barca c’era ciò che rimaneva dell’Iceberg.