Mercoledì 10 ottobre si apre a Stresa la V edizione del Grinzane Cinema, una dei numerosi eventi Grinzane Cavour per avvicinare i giovani alla letteratura e al cinema. Quest’anno oltre alle classiche tematiche affrontate attraverso film e laboratori, si parlerà di letteratura, cinema, informazione. Un tema sempre caldo, soprattutto dopo gli ultimi eventi in Birmania, dove i fotoreporter sono stati fra le prime vittime della repressione. Al Grinzane non vengono presentati film nuovi, ma grandi classici di ieri e di oggi sul tema, come Quarto potere, Prima pagina, Ilaria Alpi e Platoon. Ospite di uno dei tanti incontri sarà Giuliana Sgrena, la giornalista de Il Manifesto che nel 2005 è stata rapita in Iraq mentre faceva il suo lavoro di reporter; Panorama.it l’ha intervistata.
“Il cinema” racconta la giornalista “rappresenta un mezzo di comunicazione diverso da altri perché ha la possibilità di approfondire fatti e personaggi, senza l’obbligo di attenersi strettamente agli eventi, come è invece è necessario per chi fa informazione. Inoltre” continua la giornalista “il cinema può alimentare suggestioni e persino suggerire soluzioni, ma non può sostituirsi ai mezzi di informazione che in tempo reale raccontano i fatti”. Insomma il rapporto è stretto e può essere proficuo se viene rispettato il ruolo diverso di ciascun mezzo. Perchè raccontare è un dovere di chi fa informazione, e un diritto per chi ne usufruisce, lettore o ascoltatore che sia. Ma dopo Cogne e Garlasco, esiste una moda nei temi trattati dai media? “Non so se si possa chiamare moda” dice Giuliana Sgrena “penso piuttosto che l’informazione risponda a interessi politici ed economici degli editori e dei gruppi ai quali sono legati. Per quanto riguarda l’Italia, inoltre, c’è una omologazione tra i vari mezzi di informazione e questo riduce sempre più la ricchezza dei temi trattati e il loro approfondimento”. C’è una notevole differenza sul modo di fare informazione fra l’Italia e l’estero. “Non solo sugli argomenti trattati” spiega la reporter “i mezzi di informazione italiani sono molto provinciali, privilegiano la cronaca, spesso con una incomprensibile morbosità, che si accanisce sulle vittime. La politica è trattata dando per scontato il fatto su cui si riportano commenti o polemiche. Quindi per capire un articolo occorre conoscere i precedenti, altrimenti non è comprensibile. Un altra differenza sta nel linguaggio” continua “in Italia si scrive in politichese mentre i giornali stranieri, soprattutto quelli anglosassoni, hanno uno stile molto più secco, privilegiando i fatti e le fonti. Da noi poi la politica estera viene spesso trattata in funzione della politica italiana: si privilegiano i paesi dove vi è un intervento italiano, sia esso militare o economico”.
Un’occasione per parlare di cinema e informazione sarà anche Offline:Baghdad: un simposio in cui verrà dato spazio a filmakers e giornalisti iracheni, che rischiano la loro vita ogni giorno per raccontare una verità scomoda a molti. “Qualsiasi informazione arrivi da fonti irachene conosciute e accreditate è estremamente importante visto che per un giornalista è impossibile recarsi in quel paese per raccogliere direttamente le notizie” commenta la giornalista “La situazione mediorientale, come tutta la politica estera, continua ad essere trattata con estrema superficialità e schematizzazione, soprattutto ignorando la situazione della popolazione civile. L’Iraq, poi, è assolutamente ignorato. La difficoltà è dovuta al fatto che non si può andare in quel paese per fare una informazione indipendente, quindi spesso ci si accontenta dei comunicati delle forze occupanti. L’impossibilità di andare in Iraq è determinata però non solo dagli occupanti che hanno istituzionalizzato i giornalisti embedded ma anche da chi dice di combattere l’occupazione, ma non vuole testimoni”.
Giuliana Sgrena ha una grande esperienza come corrispondente da zone di guerra, di che cosa ha più paura quando si trova in luoghi e situazioni così pericolose? “Il pericolo maggiore è la scarsa conoscenza del terreno su cui ci si trova a lavorare, la mancanza di rapporti con interlocutori locali, che devono però essere scelti con molta accuratezza. In alcune situazioni non ci si può fidare di nessuno e quelle sono le situazioni più pericolose”. Da dove viene il coraggio di fotografi e reporter per partire in tempo di guerra per paesi come l’Afghanistan, l’Iraq o il Nepal? “Possono esserci motivazioni diverse per recarsi in una zona in conflitto” spiega “C’è chi ci va anche se ha paura e chi invece ama sfidare il pericolo. Chi parte per fare i soldi e chi per adrenalina. Chi lo fa per acquisire meriti e chi semplicemente per fare il proprio mestiere. Che è sempre più pericoloso”.
- Martedì 9 Ottobre 2007









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