- Tags: Musica, Napoli, Raiz
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Era il 1992 quando gli Almamegretta uscivano con il loro fortunato minicd d’esordio: Figli di Annibale. Raiz, il cantante di quella formazione, ha sempre rappresentato un simbolo di lotta al grigiore culturale e morale della sua città. I suoi testi, così graffianti, di denuncia, hanno fatto aprire gli occhi a una società poco attenta ai fenomeni che pian piano emergevano dalle periferie. Raiz (vero nome Gennaro Della Volpe) ha poi continuato, come gli stessi Alamegretta hanno fatto, la sua esperienza, diventando un solista. Ora a 15 anni di distanza dal suo esordio discografico si riaffaccia sulla scena musicale con Uno, il suo secondo lavoro. Panorama.it lo ha intervistato.
Hai scelto il titolo Uno perché rispecchia una sorta di tutt’uno, ossia qualcosa che ti rappresenta interamente?
Sì, è questo in pratica il concetto. Si sarebbe potuto chiamare anche unicum proprio per quello che dicevi. È un tutt’uno di spiritualità, sensualità, diverse atmosfere musicali che cerco di riportare a casa e di rimettere tutte insieme.
Parlavi di atmosfere sonore. Uno è un disco con tanti rimandi a musiche che, alla fine, provengono da ogni parte del mondo e tutte velate da una certa malinconia.
La malinconia fa parte di questo album che, a sua volta, è volutamente crepuscolare e dark. Fondamentalmente, però, è un disco di musica mediterranea. Certo, molti associano la stessa musica mediterranea alla solarità, invece, qui troviamo come filo conduttore la malinconia.
Nell’album ti sei avvalso della collaborazione di Eraldo Bernocchi…
Lui viene dall’ambient, dall’elettronica, e ho voluto lavorare con lui per avere sì canzoni mediterranee, ma con un respiro europeo e soprattutto per avere un suono più scuro e misterioso. In pratica, volevo un disco che suonasse reggae, dub e anche molto urbano.
Com’è uscita questa tua anima più oscura?
Ce l’ho sempre avuta. Io non sono uno chiaro, lo si vede anche in quello che scrivo: c’è molta introspezione nelle mie parole.
Dall’album precedente Wop (nel quale era forte il tema dell’emigrazione) fino ad arrivare a Uno. Qual è stato il percorso?
Quando ho realizzato l’album Wop ero appena uscito dagli Almamegretta, quindi si trattava di un lavoro che cercava di guardare intorno. Un disco necessario per arrivare da qualche altra parte. Uscito dalla band sono tornato, parliamo sempre musicalmente, nei posti in cui ero stato con loro. Con Uno ho cercato, invece, di definire la mia ragion d’essere di cantante solista e di cantante di musica mediterranea moderna.
Si parlava di Mediterraneo. Non possiamo non parlare di Napoli a questo punto. La tua città cosa rappresenta ora per te?
È un punto di partenza genetico. Il fatto poi di essere napoletano mi ha permesso di guardare il mondo con maggiore sensibilità e mi ha permesso di aprirmi alle musiche mediterranee. Mi sono poi accorto che le canzoni di questo lavoro avevano bisogno di una lingua molto mediterranea. E quale migliore lingua del napoletano?
Napoli è sempre stata una città molto viva da un punto di vista culturale. Ora come la vedi? Esiste ancora questa voglia di essere protagonisti oppure no?
Secondo me è un po’ ferma. Io sono affezionato a una Napoli in continuo cambiamento, quella che era in passato. La stessa città che Walter Benjamin definiva “la città porosa” che assorbe, assorbe senza rilasciare mai. C’erano tanti elementi che arrivavano a Napoli, si fermavano e la arricchivano.
E invece?
C’è una tendenza a cristallizzare tutto. A fermare, a chiudere. Sento spesso dire: “Questo è il napoletano originale”, come se fossimo in un museo. Capite che così non va.
Cosa ti aspetti da Napoli?
Spero, per esempio, che il fenomeno dell’immigrazione, con tutti i problemi che purtroppo comporta (non ci possiamo nascondere dietro a un dito), porti una contaminazione positiva. Sarebbe bello vedere, tra qualche anno, i figli dei senegalesi che parlano il dialetto arricchito da qualche vocabolo africano.
- Martedì 9 Ottobre 2007










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