10958 giorni. E ogni singolo giorno qualcuno da qualche parte sul pianeta ha fatto girare sul piatto, nel mangianastri, nel lettore cd, nel computer, nell’iPod il più rivoluzionario e, contemporaneamente, reazionario disco che sia mai stato stampato. Era il 28 ottobre 1977 quando uscì Never Mind The Bollocks Here’s The Sex Pistols. Una data che molti fanno coincidere con la nascita stessa del punk. Se, in effetti, sia così non ha importanza, come non ha importanza se punk sia un aggettivo o un sostantivo. I Pistols furono solo la punta dell’Iceberg, e si sa, il grosso sta sotto, la punta brilla al sole ma rischia di sciogliersi (e così avvenne). Di tutti i natanti che navigavano nel mare in burrasca degli anni Settanta anche la letteratura avvistò l’Iceberg in questione ma, al contrario della musica che fece la fine del Titanic facendo congelare i passeggeri nelle acque immobili di un canone, approdò con curiosità da scalatore e occhio da geologo.
E allora ecco ricomparire sugli scaffali delle librerie Kathy Acker, che dopo alcuni libri feroci e disincantati firmò quello che venne considerato il primo romanzo punk: Great Expectations. Se i Sex Pistols non fecero altro che riprendere il rock ‘n’ roll e farlo passare per una fragorosa novità, la Acker lo fece con un classico di Charles Dickens. Al posto della penna e dell’inchiostro, un coltello a scatto e del sangue. Da quel momento in poi, il punk trovò la sua vera strada. Lontano dalle chitarre elettriche, dalle creste e dalle pose antisociali. Destinato a morire dal suo stesso slogan, No Future, nelle pagine di William Gibson e del suo Neuromante trovò linfa nuova, un humus su cui far germogliare tutte le potenzialità inespresse a livello sonoro. Il cyberpunk non è come il postpunk. Il prefisso non indica un superamento snobistico, della parola che precede. Negli anni ‘80 il cyberpunk è il punk. È la sua unica fonte di sopravvivenza. Riesce addirittura a bruciare luminoso per quasi un decennio, fino all’arrivo di Neal Stephenson che ne riscrive i canoni con feroce ironia decretando il bisogno di trovare altre strade. In fondo non si tratta di metter insieme due accordi sgangherati ma di scrivere libri, le possibilità sono “leggermente” più ampie. Da lì in poi punk e avant-pop si mescolano con risultati alterni facendo balenare lo spettro del prefisso snob a ogni mossa. Se dovessimo citare qualche autore, faremmo i nomi di Poppy Z Brite, J.T. Leroy, Emma Forrest, Chuck Palahniuk, Irvine Welsh ecc. ecc. ma se proseguissimo le dosi di punk si andrebbero via via diluendo, fino a sparire del tutto perché quello puro è, e rimane, sepolto dalle macerie al neon del cyber.
È durato molto di più del suo omologo sonoro, forse solo per una questione tecnica di tempi di produzione/fruizione e di padronanza degli strumenti, ma come esso ha segnato una generazione intera lasciando dei solchi profondi anche sulla carne di chi non si è mai sentito coinvolto, di chi navigando non si è accorto che sotto la chiglia della sua barca c’era ciò che rimaneva dell’Iceberg.
- Venerdì 26 Ottobre 2007











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Il 26 Ottobre 2007 alle 17:29 Punk: trent’anni senza mai abbassare la cresta » Panorama.it - Cultura e società ha scritto:
[...] Never Mind The Books: 10958 giorni di pagine punk [...]
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