La GALLERY
Pesa di più un chilo di piume o un chilo di ferro? Bruno Munari (1907-98), geniale designer, sarebbe stato capace di rispondere come i bambini: che sicuramente pesava di più il chilo di ferro, perché per questo “inventore, artista, creatore, grafico, architetto - così si era autodefinito in un’intervista , dove inseriva alla conclusione del lungo elenco una postilla fondamentale - gioca con i bambini”, la leggerezza, crea il cuore dell’arte in una irrinunciabile e lievissima semplicità.
Sotto l’insegna del suo motto “complicare è facile, semplificare è difficile” si è aperta una mostra a Milano, alla Rotonda di via Besana (fino al 10 febbraio) per festeggiare il centenario della nascita. Nel visitarla, per un attimo ci si può sentire bambini. Occorre seguire la lezione divertita di Munari che non è stato vecchio neppure a 90 anni e infatti diceva che “la vecchiaia non esiste”. E allora ci si deve tuffare in questa mostra come nella fonte della giovinezza tra i progetti delle “macchini inutili”, delle “sculture da Viaggio”, “i libri illeggibili”, scoprendo che anche il logo della regione Lombardia, un verde nastro a quadrifogio, nasce dal design di Munari, come lo swatch dove i numeri delle ore sono franati in confusione dentro al quadrante o il libro-letto, con le pagine di stoffa imbottita per infilarsi al caldo in una storia, e la “Sedia per visite brevissime” , stretta stretta e dal sedile inclinato, un monito per far scivolar giù in una risata chi si siede con susssiego.
Eppure l’arte di questo artista dalla creatività allo stato puro è stata a lungo snobbata dalla cultura granitica e di peso. Le sue opere erano “giochini”, soprattutto le sue macchine aeree degli anni Trenta costruite di cartoncino, fili di seta, bacchette di legno, ben prima delle mobili sculture aeree di Alexander Calder, anche se da subito l’artista americano ha goduto del titolo di straordinario rinnovatore della scultura. Munari non si è arreso per questa opposizione, anzi si è mosso come Mercurio con le ali ai piedi o come Perelà, l’omino di fumo di Palazzeschi, e solo ora si cominciano a comprendere gli effetti della sua lezione, del metodo Munari dedicato ai bambini perché sperimentassero l’arte: proprio dentro a Brera nel 1977 i piccoli arrivano nel tempio della cultura con cartoncini, pennelli e colori, nascono i laboratori perché “l’arte visiva va seprimentata: le parole si dimenticano, l’esperienza no.” Negli Stati Uniti e soprattutto in Giappone, paese amatissimo da Munari, il suo metodo è già applicato in molte scuole, e il perché si capisce subito: Mu nari in giapponese significa “creare dal nulla”.
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- Martedì 13 Novembre 2007











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Commenti
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Il 13 Novembre 2007 alle 18:09 giovanni.spada ha scritto:
Il maestro Bruno Munari è stato un poeta del segno estetico. Ha superato Andy Warhol prima della nascita della pop - art. Un grande !
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