Pensieri intimi e drammi interiori, semplici battute, riflessioni ma anche risse o rapporti sessuali: sul web ciò che è privato diventa pubblico. Istantaneamente, in tutto il mondo. Con tutti i rischi che a volte questo comporta. “Chi condivide riflessioni e filmati attraverso internet spesso si rivolge a una fascia di utenti ristretta, come gli amici. Ma è meno consapevole che esiste una fascia molto più estesa di persone che possono leggere o guardare quei contenuti” sottolinea Giovanni Boccia Artieri, sociologo dell’università di Urbino. Una situazione a due facce: se da un lato internet può essere uno strumento per isolarsi, dall’altro è uno spazio per dire cose private in pubblico, per esprimersi, per iniziare conversazioni attraverso blog e forum su temi trascurati dalla televisione, dalla radio e dai giornali. Talvolta dalla famiglia. E i ragazzi si sfogano, si confrontano, filmano quello che vedono. “Insomma, ce la prendiamo con internet, con la tecnologia: ma nessuno ha accusato il videoregistratore quando si sono diffuse le prime videocassette pornografiche negli anni ottanta. Perché prendersela con Internet, allora?” aggiunge Boccia Artieri.
Un aspetto del problema riguarda però la tutela della privacy: potenzialmente ci si può ritrovare sul web, a propria insaputa, come protagonisti di un video pubblicato da altri. Per usare un’espressione tecnica, è un “trattamento dei dati” privo del consenso dell’interessato. Cosa bisogna fare per tutelarsi? Il mondo della Rete è un territorio nuovo per la giurisprudenza, ma si può fare riferimento a prassi consolidate. Chi vuole provare a bloccare immediatamente un video in cui appare la sua immagine, può chiedere al Garante della privacy di disporne l’oscuramento temporaneo: “Il filmato deve essere stato realizzato in un luogo privato e pubblicato su Internet senza il consenso esplicito dell’interessato” precisa l’avvocato Caterina Malavenda. Se poi, dopo aver sentito le parti, il Garante lo ritiene opportuno, il blocco del video diventa definitivo.
Altrimenti, per difendere la privacy si può fare ricorso all’autorità giudiziaria: l’oscuramento (o la rimozione) del filmato sarà possibile in via d’urgenza o dopo il processo, se la sentenza accoglie la richiesta dell’interessato. In questo caso si potrà fare una domanda per il risarcimento dei danni. “Nell’ipotesi di diffamazione, che sussiste se l’immagine è tale da ledere la reputazione, si può sporgere querela: il processo diventa anche penale” evidenzia Malavenda . Inoltre, se chi ha ripreso le immagini lo fa in modo fraudolento e in un luogo privato, all’eventuale violazione del trattamento dei propri dati si aggiunge il rischio di reclusione da sei mesi a quattro anni per infrazione dell’articolo 615 bis del codice penale che riguarda le interferenza illecite nella vita privata.
- Lunedì 19 Novembre 2007









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Commenti
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Il 19 Novembre 2007 alle 19:02 Scusi, lei è un nativo digitale? » Panorama.it - Cultura e società ha scritto:
[...] Il privato diventa pubblico: come cambia la privacy sul web [...]
Il 19 Novembre 2007 alle 23:00 Dalla parte sbagliata del web. Imparare a fare le scuse « I media-mondo ha scritto:
[...] Le prime scuse sono mie. Perchè poichè i tempi editoriali e quelli della rete non coincidono, per un misunderstending l’esito della chiacchierata con me è uscita più tardi con una serie di approfondimenti conenssi all’articolo principale, al quale mi riferisco sopra. Parte della mia posizione la trovate qui. La scelta, legittima, del giornalista rispetto alla molteplicità di temi trattati è stata quella di concentrarsi sulla nuova forma di relazione tra pubblico e privato. [...]
Il 10 Dicembre 2007 alle 12:26 Il peggio giornalismo deve imparare a fare le scuse : semantico ha scritto:
[...] Succede che su Panorama esce un articolo su “la peggio gioventù” di internet dove vengono citati e commentati soprattutto video di youtube dai contenuti più o meno forti. Giovanni Boccia Artieri, sociologo dell’università di Urbino, critica l’articolo perchè decontestualizza molti dei video: “..il risultato, come potrete leggere, esalta lo “strano ma vero” della Rete, gli usi beceri, quelli “malati”. Non che non esistano, ma raccontati così tendono a tipizzare una realtà che ha sfumature ben differenti. Il caso diventa rappresentativo di un comportamento generazionale, lascia ad intendere di essere quantitativamente rilevante, svuota dal contesto alcuni esempi.” e inoltre non c’era traccia della chiacchierata che il giornalista gli aveva chiesto poco tempo prima proprio per meglio impostare l’inchiesta sul rapporto giovani-Rete. Subito dopo Giovanni fà un passo indietro perchè, dopo un’attenta lettura, ha trovato gli approfondimenti del reportage in alcuni articoli correlati e ha chiesto scusa per il frettoloso giudizio sulla struttura dell’inchiesta, conservando comunque tutti i suoi dubbi sul contenuto della stessa. [...]
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