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Scusi, lei è un nativo digitale?

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  • Tags: Derrick-de-Kerckhove, internet, Marshall-McLuhan, privacy, web
  • 6 commenti

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/delgoff/1431684609/]Delgoff [les affaires reprennent] [/url] by Flickr)[/i]
Un surfista da salotto in mostra su Flickr

Allievo di Marshall McLuhan e autore di saggi come La pelle della Cultura e Architettura dell’intelligenza, Derrick de Kerckhove studia da sempre il modo in cui i media elettronici ridefiniscono i concetti di identità, corpo, memoria.

Nuove generazioni e condivisione dell’identità online. Cosa sta cambiando?
È in atto un salto (gap), o si potrebbe dire anche uno scontro (crash) generazionale. Ormai c’è una distanza crescente tra i “nativi digitali” (le generazioni nate con Internet) e quelli che io chiamo i “migranti digitali”, e cioè chi ci è arrivato dopo. Invece di crescere con la lettura (e così crearsi un immaginario personale, una separazione tra il sé e il resto del mondo), i nativi rendono pubblica la loro identità. La socializzano sui blog e i social network, mettendo in atto una trasversalità espressiva nuova, in cui la reputazione pubblica diventa il loro capitale. E questo potrebbe sembrare un dato positivo, ma ha anche i suoi lati negativi.

Quali conseguenze negative?
Stiamo entrando in un mondo in cui la memoria personale è ovunque. Il che può essere un bene, ma è anche problematico, quando questi ragazzi fanno una fesseria o un gesto brutale e la condividono con gli amici. Spesso c’è indifferenza verso le regole sociali che ci siamo dati a livello di pubblicazione del sé. Ad alcuni non importa niente né dei doveri, né dei diritti. Interessa solo la produzione e la diffusione immediata. Si sperimentano le possibilità senza conoscere per niente le conseguenze. E alcune possono essere disastrose.

Secondo lei, perché si condividono anche le esperienze di disagio?
Mi sembra una forma di neo-punk elettronico. Questi giovani ci dicono: non vi amiamo per niente, non amiamo il mondo perché voi non ci capite e noi siamo arrabbiatissimi.

In tutto ciò cambia anche il concetto di privacy…
Si, l’identità diventa sempre più fluida. In rete ci sono moltissime tracce del nostro sé: quelle lasciate da noi e quelle pubblicate da altri. E così bisognerà continuamente rinegoziare il nostro senso di identità. Il problema è che molti utenti per ora non se ne preoccupano affatto.

Una conseguenza positiva, invece…
I nativi digitali hanno una fantastica occasione: la loro attitudine globale. Si tratta di un sentimento di appartenenza molto forte. Ma rappresenta anche una nuova responsabilità: avremo bisogno di un nuovo orientamento di sopravvivenza, e cioè di un’etica globale.

LEGGI ANCHE: Il privato diventa pubblico: come cambia la privacy sul web - La peggio gioventù si mette in mostra on line - La blogger: metto on line anche il mio indirizzo e il cellulare

  • nicolabruno
  • Lunedì 19 Novembre 2007
La blogger: metto on line anche il mio indirizzo e il cellulare »
« Il privato diventa pubblico: come cambia la privacy sul web

Commenti

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Il 20 Novembre 2007 alle 12:00 labassista ha scritto:

come scrivo in un mio “saggio” http://labassista.splinder.com...../?from=3

Su internet parlo con persone di ogni età.
A volte non gliela chiedo neanche, ma credo che sia una fascia prevalentemente dai 18 ai 40.
Tra i primi chatters che ho conosciuto, ormai 10 anni fa, c’era quello che poi sarebbe diventato, per tutti i 5 anni di liceo, il mio ragazzo.
C ‘era una grande differenza d’età, ma non me l’ha mai fatta pesare.
La nostra storia è finita per motivi relativi non all’età, ma alla distanza.
Ovvero io sono arrivata, dopo 5 anni di fedeltà e rinuncia alla vita “divertente”, a trasferirmi nella sua città, per poi scoprire che sebbene fosse un buon amico, come ragazzo “quotidiano” non andava bene.
Mi è stato comunque vicino per tutta la malattia di mio padre e ci vediamo ancora.
Nei 10 anni a seguire (ora io ne ho 23), ho conosciuto in chat tantissime persone di tutte le età.
Con i 40-70 ho sempre avuto problemi. Cominciano a parlare quasi prevalentemente del fatto che si sentono nonni, del fatto che tra qualche anno “cambierò”, o “capirò”….
Spesso il dialogo diventa piuttosto un monologo, di loro che professano la “verità” forgiata da anni di esperienza. Sono ciceroni.
Spesso sono persone cresciute nel cattolicesimo, sposate, un po’ insoddisfatte dal matrimonio, con magari un’amante, e che chattano dal lavoro. Spesso si cozza sul fatto che io vorrei parlare di temi “seri” (politica, religione, etica) e loro, oltre ad avere posizioni diverse dalle mie in questi settori (a volte più reazionarie, ma non sempre) vogliono parlare “di me”.
Mentre la nostra generazione è cresciuta a pane e microchip, e usa internet per confronti verbali (a volte senza sapere neanche nome, città, stato civile dell’interlocutore, queste persone non usano ternet come un fine, ma come un mezzo per arrivare a modi di conoscenza più tradizionali, che comprendono vista e udito (cam) o anche tutti i sensi (incontri).
Anche l’obbiettivo è diverso: spesso il chatter giovane ha una sua vitta sentimentale/sessuale e ti cerca come amica o interlocutrice. O pr partale di quello che succede nelle comunità comuni che si frequentano.
Il chatter anziano spesso è divorziato o insoddisfatto e cerca “donna”.
Spesso data l’età ha posizioni a mio parere maschiliste, spesso non ha un’elevata cultura scolastica, ma non sempre.
Insomma, con questa categoria presto il dialogo si esaurisce.
Possibile che il mio ex in 5 anni non mi avesse mai fatto pesare nulla?
Ora persino i ventottenni esordicono con la frase “sono vecchietto”…che fastidio.

Il 22 Novembre 2007 alle 13:21 Rinunciate alla vostra privacy, vi renderemo più sicuri » Panorama.it - Cultura e società ha scritto:

[...] LEGGI ANCHE: Goodbye privacy: il fisco inglese si perde i dati di 7 milioni di famiglie - Scusi, lei è un nativo digitale? - Chi insulta finisce davanti al giudice. E l’anonimato in Rete vacilla - La rivolta dei blog contro il nuovo Ddl sull’editoria [...]

Il 23 Novembre 2007 alle 15:39 Coming out: Quasi quasi ne faccio un film. E lo metto in rete » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Antonio Ruggin, 21 anni, l’ha detto in televisione, il 19 novembre, a Ciao Darwin. E il parroco l’ha cacciato dal coro. Ma il vero confessionale pubblico, anche per dichiarazioni di omosessualità, oggi è internet. Vanny l’ha utilizzato appena maggiorenne, con un video lasciato sulla scrivania della madre e poi pubblicato online. Titolo: Quello che non ti ho mai detto. E, dopo, è stata “una vera e propria liberazione. A 19 anni sono rinato”. La sua è la storia di un coming out sofferto, ma a lieto fine, che ci parla di una generazione cresciuta a pane e YouTube, con molte più possibilità espressive rispetto al passato. Niente discorsi imbarazzati intorno a un tavolo nel tentativo di trovare il tono e le parole giuste. Ma un video montato da solo in un pomeriggio di “ordinaria sofferenza”. Il tutto anche per dare un calcio a un passato di “discriminazioni e molestie” subite nei “cinque anni di inferno” trascorsi in una scuola di Napoli. “Ho deciso di preparare questo filmato con le foto dei più bei momenti passati in famiglia. Sotto ho messo una canzone di Thalia, la mia cantante preferita, che piace molto anche mia madre. E, dopo sette ore di lavoro al pc, era tutto pronto”. Il risultato è una lunga video-dichiarazione, con fotografie prese dall’album di famiglia, colonna sonora toccante e un testo letto ad alta voce: “Mamma, scrivo queste parole con le lacrime agli occhi, vorrei già conoscere la tua reazione per sapere se mi caccerai di casa, mi odierai, se mi terrai alla larga, se non mi rivolgerai più la parola o un semplice ma importante sguardo”. La mattina seguente Vanny ha lasciato il Dvd sulla scrivania ed è uscito di casa, convinto di non rimetterci mai più piede. Ma il video ha sortito l’effetto contrario: “Mia madre mi ha telefonato. Era in lacrime, non perché ero gay, ma perché commossa. Sono rimasto due giorni dal mio ex ragazzo, parlando sempre al cellulare con lei. E così mi sono convinto a tornare. Mio padre si è avvicinato per dirmi ‘Ho visto il video. Sappi che ti considero sempre mio figlio, che ti voglio bene e non cambierà niente da parte mia’. Dopo di che è uscito piangendo per andare a lavoro”. Spinto dagli amici, Vanny ha poi deciso di pubblicare il filmato anche su YouTube “per dare una mano a chi vive la mia stessa situazione e sensibilizzare il mondo eterosessuale”. Il successo è stato immediato: diecimila visite in pochi mesi e tanti “bravo!” nei commenti. “Non immagini quante mail sto ricevendo: coetanei che devono ancora confessarlo e chiedono supporto psicologico, mamme addirittura. Un ragazzo siciliano mi ha fatto parlare con sua madre per spiegarle che l’omosessualità non è un male”. Vanny, per ora, è l’unico in Italia ad aver fatto coming out attraverso un video. Ma negli Stati Uniti la pratica è già diffusa da tempo. In occasione dell’ultimo “ National Coming Out Day“, è stato lanciato un appello a “uscire fuori” anche su YouTube. E le risposte non si sono fatte attendere, con decine di dichiarazioni arrivate da adolescenti seduti in camera davanti alla web-cam. Segno che i “nativi digitali” vivono la rete come uno spazio intimo e pubblico allo stesso tempo; un luogo dove costruire la loro identità, condividere dubbi e trovare le “parole giuste per dirlo”. Sui forum di Gay.it e i blog italiani il tema appassiona, spesso nascono discussioni animate: “Dirlo o non dirlo?” chiede un blogger; su Yahoo Answers si trovano molte domande del tipo Lo avete comunicato a entrambi nello stesso momento o uno per volta?“, “ Come dirglielo senza farli soffrire?“. C’è poi chi chiede ai genitori come reagirebbero “in caso di”. E, via, nei commenti, ognuno a raccontare la propria esperienza, alcune drammatiche, altre comiche, molte, comunque, a lieto fine. Come nel caso di Vanny. Guarda il VIDEO [...]

Il 21 Dicembre 2007 alle 13:27 Dario Salvelli’s Blog » Blog Archive » La lettera di Natale di un bimbo digitale ha scritto:

[...] Marco scrive un bel post immaginandosi di tornar bambino e scrivere a Babbo Natale la sua lettera di nativo digitale: certo un bimbo digitale forse chiederebbe l’iPod Touch, la Wii, il Nabaztag ma i sogni, le speranze per le quali lottiamo non sempre sono regalate. Neanche Babbo Natale potrebbe farlo. Tags:babbo natale, bimbo digitale, christmas letter, digital native, In my mind, lettera babbo natale, nativo digitale Voice over Net [...]

Il 17 Gennaio 2008 alle 12:12 Big Think, quando i video servono a condividere le idee » Panorama.it - Hitech e Scienza ha scritto:

[...] Reading di poesia. Lezioni di storia dell’arte e di drammaturgia. Filosofi che discutono sul rapporto tra fede e ragione. Politici a confronto sulle sfide della democrazia. Ma anche confronti su amore e felicità, vita e morte, gli scenari del futuro. Tutto rigorosamente in versione video e con il massimo grado di interattività. Così come web 2.0 comanda. Stiamo parlando di Big Think, portale di video-sharing fresco di lancio che è stato subito battezzato come il “You Tube per intellettuali“. Niente immagini sgraffignate dalla tv, esibizioni di pseudo-cantanti o video confessioni di adolescenti chiusi tra le quattro mura della cameretta. Ma solo opinioni ben documentate di esperti intervistati sui temi più caldi dell’attualità culturale. “Le interviste sono solo un elemento di partenza - spiegano gli ideatori - servono a dare la scintilla alla discussione fornendo un esempio di cosa i leader di oggi pensano su grandi argomenti”. Poi sta agli utenti allargare l’orizzonte e rendere più dialogica la discussione. Attraverso i commenti e non solo. Anche proponendo nuove idee o rispondendo a quelle già pubblicate sotto forma di video-risposta. Nato dall’incontro tra Peter Hopkins, ex studente di Harvard, e Lawrence H. Summers, segretario del Tesoro Usa durante il secondo mandato di Bill Clinton (la storia di questo incontro è ben raccontata dal New York Times), Big Think intende fare da cassa di risonanza per le migliori idee sulle grandi questioni globali. “Ho sempre creduto che le persone della mia età sono assetate di maggiori contenuti intellettuali”, dice Summers. “L’idea dietro il nostro progetto - spiega il giovane Hopkins - è che bisogna sedersi per qualche minuto e ascoltare le persone che sanno qualcosa in più”. Chissà se riusciranno in questa impresa anche con i nativi digitali abituati al mordi-e-fuggi di YouTube. 0: le news in tempo reale (fonte Google News) [...]

Il 11 Febbraio 2008 alle 12:52 Internet, lavagne di pixel, classi virtuali: la scuola diventa digitale » Panorama.it – Libri ha scritto:

[...] Non c’è bisogno di essere troppo anziani per considerare il blog o la posta elettronica come utilissimi strumenti. Per lavorare, comunicare o divertirsi. Bisogna invece essere “nativi digitali“, cresciuti a pane e Internet, per considerarli parte integrante del proprio sé e delle proprie relazioni sociali. I digital native - l’Ocse definisce tali i nati dopo il 1985 - sono abituati a interagire attraverso computer e cellulari, a intrecciare relazioni via web, a far coincidere la propria identità personale con quella digitale. Un approccio radicalmente diverso dai “figli del libro”, da quelle generazioni di genitori e insegnanti cresciuti in un’epoca di “diffusione della produzione industriale di massa, dei mezzi di comunicazione di massa (in primis la televisione, ma anche la radio e il cinema) e da una modalità di relazioni sociali e comunicative” per molti aspetti passive. Almeno in confronto al modello di questi ultimi anni, caratterizzato da “un ruolo sempre più attivo dei consumatori, degli utenti dei media e anche degli studenti e dei formandi rispetto ai decisori: da un modello pochi-molti a un modello tutti-tutti”. In questo processo hanno giocato un ruolo fondamentale i “personal media digitali”. Su questi presupposti si sviluppa il saggio di Paolo Ferri (La scuola digitale, Bruno Mondadori), che affronta il problema di quale linguaggio comune possa mettere in relazione le generazioni pre e post rivoluzione Internet. Il libro, molto documentato, si tiene giustamente alla larga dalle facili generalizzazioni in cui spesso inciampano i mass media (il web come fonte di ogni male). E spiega, racconta e accoglie le dimensioni della cooperazione e della condivisione in rete che caratterizzano il cosidetto web 2.0, per provare a capire quale potrebbe essere la scuola di domani. O anche di oggi, se si guarda per esempio all’Islanda o agli Stati Uniti (e solo in casi eccezionali all’Italia). Da una parte, un’ottica educativa (quella dei “figli di Gutenberg”) lineare e omogenea, che ha un inizio e una fine (il libro) e si basa su un rapporto frontale tra insegnante e studenti. Dall’altra un percorso formativo a rete, un continuum modificabile e modulabile all’infinito: una scuola digitale, appunto, capace di uscire - anche fisicamente - da se stessa. “Internet, Ipod, lavagne digitali e classi virtuali si affiancano e trasformano” le modalità di apprendimento ne ridefiniscono secondo Ferri i tempi e gli spazi. Basti pensare a prestigiose università come quelle di Harvard e Stanford, che permettono ai loro studenti di scaricare i podcast delle lezioni, per ascoltarle in differita e “continuare” la formazione in metropolitana o nella propria stanza. [...]

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