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Ô Jerusalem: l’alba d’Israele che sorge al cinema

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  • Tags: Cinema, Costa-Gavras, Dominique-Lapierre, Elie-Chouraqui, Larry-Collins, O-Jerusalem, Tullia-Zevi, William-Friedkin
  • Un commento

Di Valeria Gandus

Molti dei loro romanzi sono diventati film di successo, a cominciare da Parigi brucia? Ma per la trasposizione cinematografia del più famoso, Gerusalemme! Gerusalemme!, quello dedicato alla nascita dello stato d’Israele e alla conseguente guerra infinita fra arabi ed ebrei in terra di Palestina, Dominique Lapierre e Larry Collins hanno dovuto aspettare a lungo. Ci aveva provato Costa Gavras, che aveva anche fatto un sopralluogo nella città santa con Lapierre, rinunciando poi per paura di non essere imparziale. E lo stesso era accaduto a William Friedkin come a molti altri registi e sceneggiatori. “Finché è arrivato Elie Chouraqui ed è riuscito a realizzare il nostro sogno” dicono gli scrittori.
A 36 anni dalla pubblicazione di Gerusalemme! Gerusalemme! arriva sugli schermi il film (nei cinema italiani dal 23 novembre) con il titolo originale Ô Jerusalem grazie alla determinazione e al coraggio di questo cinquantasettenne regista e produttore francese di respiro internazionale (Harrison’s flowers, Les menteurs), la cui appartenenza alla religione ebraica non ha fatto velo all’imparzialità. “Ero consapevole che si trattava di una grossa sfida” dice Chouraqui. “Ma mi sembrava anche, e oggi ne sono ancora più convinto, che portando sullo schermo le radici del male, il perché e il come di questo conflitto, avremmo offerto uno strumento a coloro che lottano per la pace”.
Un pensiero condiviso da Tullia Zevi, ex presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, da sempre impegnata per una soluzione pacifica del conflitto, che con Panorama ha visto in anteprima il film. “Ho vissuto con grande partecipazione quegli eventi e non solo come ebrea. Dopo aver seguito da giornalista il processo di Norimberga, ho lavorato molto in Medio Oriente per il quotidiano israeliano Maariv e altre agenzie americane. Sono stata in Palestina dal 1947, prima della nascita di Israele, e ci sono tornata regolarmente varcando spesso, grazie al mio passaporto italiano, le frontiere con i paesi arabi”.
Le prime scene ambientate a Gerusalemme (in realtà, per motivi di sicurezza, il set è stato spostato a Rodi, molto simile alla città santa tanto da essere chiamata “la piccola Gerusalemme”) mostrano grande familiarità fra arabi ed ebrei. “E così era davvero” ricorda Zevi. “Non c’era odio fra i due popoli, che convivevano senza problemi da molti anni, prima sotto i sultanati turchi, poi con il protettorato inglese”.
La situazione precipita nel 1947, con la divisione della Palestina votata dalle Nazioni Unite. Un momento cruciale anche nel film. È in quell’occasione, infatti, che si dividono le strade dei due protagonisti: Bobby, ebreo americano, e Saïd, arabo di Gerusalemme, fino ad allora amici fraterni, cui prestano il volto J.J. Feild (Love actually) e Saïd Taghmaoui (L’odio, di cui è stato amche cosceneggiatore). “Bobby e Saïd sono un po’ i portavoce dei due popoli che si scontrano” spiega il regista. “Ho messo nei loro personaggi molte delle testimonianze raccolte da Lapierre e Collins”.
Dalla convivenza alla guerra, dalla familiarità all’intolleranza: come è potuto succedere? “La creazione dello stato d’Israele, fondamentale per la sicurezza e il futuro degli scampati all’Olocausto, ha coinciso con il crollo degli imperi coloniali e con la formazione di altre identità nazionali, compresa quella palestinese che prima non esisteva” ricorda Zevi. È allora che è cominciato l’odio? “Certo per gli arabi che vivevano nei territori poi diventati terra d’Israele è stata una catastrofe, anzi, la catastrofe, come la chiamano ancora oggi. Ma ricordo che per tutti gli anni in cui ho girato il Medio Oriente come giornalista, e cioè fino ai Settanta, anche nei momenti più caldi c’era molta curiosità degli uni per gli altri. Ricordo il silenzio nelle case arabe quando la radio israeliana mandava in onda il notiziario nella loro lingua, le domande che gli arabi mi facevano sugli israeliani: (“Che cosa vogliono davvero?”) e quelle che al mio ritorno mi rivolgevano i servizi segreti israeliani sugli arabi (“Che cosa pensano davvero?”)”.
Un’ambiguità delle emozioni, come la chiamerebbe Sigmund Freud, che nel film è ben rappresentata dal rapporto di amore-odio fra Bobby e Saïd. Ma il lavoro di Chouraqui ha un respiro più ampio, come il romanzo da cui è tratto. Le battaglie e gli attentati terroristici sono ricostruiti fedelmente, compreso il massacro del villaggio arabo di Deir Yassin a opera degli estremisti ebrei dell’Irgoun, che furono poi scomunicati dal rabbino capo di Gerusalemme. Sulla scena irrompono personaggi storici come David Ben Gurion (Ian Holm) e Golda Meir (Tovah Feldshush, poco somigliante: “Golda era molto più brutta, eppure affascinante con quegli occhi fiammeggianti” ricorda Zevi).
Particolare cura è riservata alla ricostruzione di episodi grandi e piccoli del conflitto: dalle sanguinosissime battaglie per il controllo della strada per Gerusalemme alla morte, a Castel, di Abdel Khader el-Husseini, il capo dei combattenti arabi (nel film zio di Saïd): il Corano che Bobby trova nelle sue tasche era stato effettivamente messo lì dalla moglie per proteggerlo. “Nel film, come nel libro, tutti i dettagli sono molto precisi” afferma Lapierre. Anche se Tullia Zevi ha un’obiezione: “Nella pellicola gli arabi non sorridono mai: è un peccato, perché hanno sorrisi belli e grandi, che allargano il volto e il cuore”.
E ha qualcosa da dire anche sugli israeliani: “Hanno troppo la faccia da ebrei, mentre nella realtà assomigliano agli arabi: sono cugini, simili”. Ma sono dettagli: “Nel complesso è un film equilibrato: rivela la preoccupazione di avere un atteggiamento equidistante, onesto, interessato al destino di questa gente obbligata a vivere insieme” dice Zevi. Fedeltà storica e messaggio di pace: queste le peculiarità di Ô Jerusalem.
Credono davvero, Chouraqui e Zevi, Lapierre e Collins, che si riuscirà mai a porre fine al conflitto fra arabi ed ebrei in quel fazzoletto di terra fra il Mediterraneo e il Giordano? “Sono figlio della guerra, e se qualcuno nel 1942 mi avesse chiesto se la Germania e la Francia si sarebbero mai riconciliate dopo i fiumi di sangue versati, avrei risposto mai e poi mai” dice Lapierre. “E chi avrebbe mai immaginato che un primo ministro tedesco potesse andare in visita a Tel Aviv per incontrare un primo ministro israeliano?” l’incalza Chouraqui. “Credo che i due popoli siano condannati a condividere quella terra. Bisogna aiutarli a farlo nel rispetto e nella sicurezza reciproci” conclude Zevi. “Con la politica, la diplomazia, la scienza e la cultura. Ma anche con la produzione di film come questo, che spero sarà visto in Israele come nei paesi arabi”.

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Commenti

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Il 23 Novembre 2007 alle 2:08 luanmagi ha scritto:

I conflitti, prima o poi hanno un termine naturale. Basti pensare alla guerra dei cent’anni tra Francia e Inghilterra. Purtroppo non dipende dalla sola Israele, dipende da ambedue ma, il limite fondamentale, che non esisteva per Francia, Inghilterra e Germania, è, a mio avviso, il differenziale culturale della “base” dei due popoli. Se per Israele corre l’anno 5768, per i mussulmani corre il 1468. 4300 anni di storia ed esperienza “vissute” hanno un loro valore che, presumo, si traduca in maturità di un sistema sociale (non perfetto)e di un modo di pensare libero non facilmente plagiabile, specie se in nome dell’Altissimo. l’Europa del 1400 era agli albori dell’inquisizione, e la maturità del sistema sociale non era molto lontano dalla barbarie dei talebani e dall’integralismo islamico. Per l’Europa ci sono voluti più di 400 anni, 1 Rivoluzione positiva e una negativa, oltre che l’alleggerimento del potere temporale della Chiesa. Pur con le accelerazioni possibili nel mondo moderno l’evoluzione è lenta. Piaccia a Dio che comprendano che le vergini sono esaurite sia qui che nell’aldilà. Scherzi a parte, Israele è l’unico bagliore di libertà e democrazia in un territorio dominato da reami e dittature. La domanda corretta non è se mai finirà è riusciremo vederne la fine?

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