Archivio di Dicembre, 2007
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I festival più importanti del 2007 hanno sollevato una grande attesa per diversi film di qualità che arriveranno nelle sale nel 2008. E che si andranno ad aggiungere ad altri titoli che stuzzicano i cinefili e non solo. Con il ritorno di personaggi che hanno fatto la storia del cinema, trasposizioni di libri bestseller, film d’animazione e, soprattutto, un nuovo episodio della saga del maghetto Harry Potter.
Il nuovo anno si apre con il vincitore dell’ultima Mostra del cinema di Venezia, Lussuria del solito Ang Lee - già Leone d’Oro con I segreti di Brokeback Mountain - dal 4 gennaio nelle sale. E giunge dal Lido anche il nuovo lavoro di quel geniaccio di Tim Burton, di cui in Laguna si era visto solo un antipasto di otto minuti: Sweeney Todd: il diabolico barbiere di Fleet Street (Sweeney Todd: The Demon barber of Fleet Street). Con cerone e occhiaie marcate, Johnny Depp, l’attore più amato dal maestro, e Bonham Carter, dal 22 febbraio portano sullo schermo il musical pluripremiato di Broadway.
Stesso giorno scelto per lanciare anche Persepolis, premio della giuria a Cannes, il film d’animazione di Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi tratto dalle note “vignette velate” della fumettista iraniana. L’autrice racconta la sua vita, dall’infanzia trascorsa in Iran sino all’età adulta, ma soprattutto descrive, con ironia e talento, l’Iran e l’Europa, visti da un’adolescente costretta ad allontanarsi dal proprio paese e da una dittatura opprimente. Ecco il trailer da Youtube (in francese, sottotitoli inglesi):
Dalla Festa del cinema di Roma arriva al cinema il 25 gennaio quello che per molti è stato il capolavoro dell’edizione, Into the Wild di Sean Penn. Tratto dal libro di Jon Krakauer Nelle terre Estreme e interpretato da un bravissimo Emile Hirsch, è il viaggio verso l’ignoto e la natura più selvaggia di un ventiduenne fresco di laurea che decide di mollare tutto quello che ha. Qui il trailer da Youtube (in inglese):
Nascono da bestseller, uno internazionale e uno italiano, anche altri due film attesi per febbraio: Il Cacciatore di aquiloni di Marc Forster e Caos Calmo di Antonello Grimaldi, che vede il ritorno di Nanni Moretti nel ruolo di solo attore e non regista. Sarà lui Pietro Paladini, il protagonista del romanzo scritto da Sandro Veronesi, con accanto Valeria Golino nei panni della cognata Marta.
Nel 2008 si rivedono nelle sale anche personaggi che hanno fatto epoca, da Rambo (John Rambo, il 25 gennaio) a James Bond e Indiana Jones. L’episodio numero 22 delle avventure di 007, scritto da Paul Haggis e diretto da Forster, è ancora da girare, e si prevede pronto per inizio novembre, mentre il grande ritorno dell’archeologo di Steven Spielberg è atteso per maggio con Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, con l’eterno Harrison Ford e la nuova generazione Jones, l’astro emergente Shia LaBeouf.
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Harry Potter e il principe mezzosangue, il sesto episodio sulle vicende del mago e film destinato a sicuro successo, è previsto per l’autunno. Data da annotare: 21 novembre. E, nelle settimane a seguire, spazio anche a un sequel della DreamWorks, la casa produttrice di Shrek: ritorna (19 dicembre) il folle zoo di Magadascar, parte seconda: Via dall’Isola.
Qui un assaggio delle prossime avventure di Harry Potter da Youtube:

LA GALLERY
In un luogo come un ex filatoio di seta, diventato splendido spazio espositivo, cosa ci poteva esser di più attinente che una mostra sul velo? Tessuto di impalpabilità e purezza come il velo delle spose, trama pesante e oscura, se si pensa al burqa, o mantello di blu celestiale sul capo della nostre Madonne classiche, fascinosa eleganza del sari indiano. Un viaggio nella storia di questo indumento così strettamente legato alla femminilità è quello che ci offre la mostra Il Velo nel Filatoio di Caraglio, in provincia di Cuneo, aperta fino al 24 febbraio 2008.
La rassegna è curata da Andrea Busto, e ha un catalogo, pubblicato da Silvana editoriale, che riporta oltre agli interventi più strettamente critici testimonianze di Khaled Fouad Allam, Elena Loewenthal, Igor Man, Younis Tawfik e suor Giuliana Galli.
Un solo indumento, un accumularsi di riflessioni, storiche, politiche, religiose, antropologiche, soprattutto oggi nella controversa disputa sul chador, visto da un lato come strumento di repressione della donna nel mondo islamico, dall’altro proposto come scelta consapevole di valori, in un’epoca di crisi della laicità. Un semplice impalpabile velo fa da spartiacque fra culture e modi di vivere, come il velario di un sipario divide il pubblico dallo spettacolo, ed è proprio dal valore metaforico del velo che inizia la mostra sviluppata in sette sezioni, sette come i teli lievi di tulle che lentamente sfila Salomè nella sua danza davanti ad Erode, tessuti di inconsistente trasparenza che racchiudono il cuore dell’eros.
Dalla prima sezione, dedicata alla tecnica della velatura, quel sovrapporsi di strati del colore per permettere all’occhio di percepire una finta omogeneità cromatica del quadro, si passa alla Memoria e alla traccia che si lascia su un velo, come quello della Sacra Sindone. Il sudario in questo caso s-vela tracce di corpi e di dolore. Christian Boltanski imprime su teli, mediante proiezioni, i volti degli ebrei morti nei campi di concentramento tedeschi e polacchi. Janieta Eyre si avvolge in un lino macchiato e abbandonato su un tavolo, pronto per la dissezione di una lezione di anatomia.
Dalle tracce organiche di morte su telo, al velo da sposa: puro pizzo quello del matrimonio di Grace Kelly; velo candido nei riti religiosi della comunione e del noviziato. Si passa poi alle immagini dell’iraniana Shirin Neshat, fotografa che vive tra New York e il suo paese. La sua donna dal corpo velato, fa sentire come lì sotto quel telo non ci sia solo uno stereotipo femminile, ma un corpo di carne sensibile, al di là del diaframma dei pregiudizi.
Il velo come Soglia di attraversamento è quello proposto da Gonzalez-Torres poco tempo prima di morire di Aids: una tenda di perline, gocce di sangue che uniscono i due spazi nei riflessi.
Nella successiva sezione, dedicata ad Eros e Thanatos, amore e morte sono avviluppati nella foto di Isadora Duncan danzante sul Partenone, seminuda e velata. Le due ultime sezioni Occidentalismi e orientalismi e il Velo globale ci fanno viaggiare nell’esotismo visto con gli occhi dell’Occidente: dall’acquaforte di Picasso Conquistatore e donna marocchina del 1970, a Senza titolo (Burqa) del 1999 di Luisa Valentini, una scultura in lattice, cotone su un manichino metallico: un tappeto più che una donna. Dal grottesco all’arabesco.
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Di Gianmaria Padovani e Lucia Scajola
“Se c’è un frangente in cui i francesi non si dimostrano sciovinisti è questo. Il fatto che Carla Bruni sia italiana anzi dà a tutta questa storia un tocco di esotismo”. Eric Joseph, corrispondente da Roma per il quotidiano francese Libération, risponde così al giornalista italiano che lo punzecchia chiedendogli se il love affaire fra la bella ex modella e il presidente francese Nicolas Sarkozy non sia visto oltralpe come un piccola vittoria della seduzione made in Italy su quella parigina. “In questa vicenda, casomai” continua Joseph “i miei connazionali vedono più il successo di Sarkozy. La cosa divertente è che non sceglie mai una compagna che dica di aver votato per lui: Bruni aveva sostenuto Ségolène Royal”.
Insomma, lo stereotipo si ribalta: il presidente di Francia sembra il tipico italiano posseduto dal demone del collezionismo di belle femmine (dopo Cécilia si è parlato di flirt con la giornalista Laurence Ferrari e della bella ministra della Giustizia Rachida Dati). Carla Bruni, invece, fa la figura della francesina gattamorta sedotta dal fascino del potere.
Ma il feuilleton all’ombra dell’Eliseo una constatazione, magari un po’ sessista, la induce: fra i tanti prodotti da esportazione del made in Italy minacciati dalla concorrenza estera non c’è di sicuro la bellezza femminile. I nostri prodotti di punta? Ce n’è una lista intera. Che decreta la fine del modello 90-60-90 occhi e capelli corvini: uno stereotipo polveroso che ci portavamo dietro dal dopoguerra e ormai più fastidioso del trittico da barzelletta “italiano pizza spaghetti mandolino”. La donna che oggi seduce lo straniero, sia esso uno stilista, un regista o un presidente della repubblica, assomiglia sempre meno a Gina Lollobrigida per avvicinarsi a un esotico mix che unisce spirito mediterraneo e colori nordici.
Le portabandiera dell’avvenenza sono proprio le donne che più si allontanano dal concetto tradizionale di femmina italiana. “Non è un caso che a New York, Berlino o Tokyo nessuno sappia chi è Sabrina Ferilli” rileva Francis Rocca, editorialista del Wall Street Journal. “Lei è sexy quanto Monica Bellucci e ha molto carisma. Se non ha sfondato, forse, è perché non conosce le lingue e perché incarna fin troppo una figura rassicurante”.
Se si ha la ventura di nascere in Italia belle, formose e giunoniche, per fare strada oltrefrontiera bisogna fare come Bellucci, che sulla morbidezza mediterranea ha innestato un tocco cosmopolita sposando un sex symbol francese che più francese non si può come Vincent Cassel, da cui ha imparato la lingua. Ora i galletti la adorano al punto da averla eletta lo scorso mese di marzo “la femme la plus sexy du monde”.
A Parigi Monica Bellucci è in buona compagnia: sono amatissime e ben inserite nella società francese anche la siciliana Eleonora Abbagnato, 28 anni, da 14 a Parigi, e la romana (ma solo di nascita) Maya Sansa, 32 anni. La prima è ballerina, étoile dell’Opéra, esile per esigenze professionali ed esteticamente all’opposto di Monica: bionda e con due occhioni blu felini. Sansa è un’attrice impegnata che ha recitato in film su Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir. E anche lei, come Bellucci con Matrix, grazie al cinema si è fatta conoscere fino a New York, dove è considerata “la nuova Anna Magnani”. Così la definisce Antonio Monda, critico cinematografico e docente di regia alla New York University.
Fra le ultime scoperte dei francesi c’è anche Laura Chiatti. Emersa a maggio al Festival di Cannes, ha avuto più successo del film che le ha fatto da trampolino, L’amico di famiglia. Poco dopo Elle l’ha consacrata con un servizio di dieci pagine che la indicava, nell’ordine: “l’emblema del nuovo cinema del Belpaese”, “la nuova Lolita” e “la bomba italiana”.
Popolarissima è anche Giovanna Mezzogiorno, che a Parigi ha vissuto, studiato e lavorato da quando vi si trasferì nel 1994. Qui Giovanna non è apprezzata solo per la bellezza, ma è indicata anche come “il prototipo dell’attrice europea del futuro”.
Sei ambasciatrici del fascino italiano ai piedi della Tour Eiffel? “Per quanto riguarda “Carlaccia” non direi proprio, è più francese che italiana” commenta tagliente il fotografo Fabrizio Ferri. Ferri sull’argomento ha il punto di vista di molti addetti ai lavori della moda. Un mondo che non accetta più, anzi ritiene retrogrado lo stereotipo che fa coincidere la femminilità italiana con il classico cocktail capelli corvini e forme generose. E forse ha ragione Ferri, visto che le modelle italiane più quotate all’estero non corrispondono più a questo canone estetico. La lodigiana Bianca Balti, testimonial della lingerie Victoria’s Secret, ha occhi blu e una silhouette esile. Vanessa Hessler, già vista al Festival di Sanremo e pronta al debutto cinematografico in Asterix ai giochi olimpici, sembra una valchiria, a partire dal cognome.
Dove le bellezze italiane fanno più fatica a sfondare è oltreoceano. Per diverse ragioni: la lingua, innanzitutto. Per farsi conoscere negli Usa il trampolino per eccellenza è il cinema. Ma non esistendo il doppiaggio è necessario parlare l’inglese senza inflessioni o accontentarsi dei ruoli di “bella straniera”, come ha fatto Caterina Murino nell’ultimo 007.
“Questo è un momento provinciale per gli Usa” osserva Christopher Winner, direttore di The American, mensile di cultura e attualità in lingua inglese stampato in Italia, “il mito di Cinecittà è tramontato e da noi funzionano solo le bionde bollenti, un po’ come le vostre veline. La stessa Bruni qui ha avuto notorietà solo quando ebbe un flirt con Mick Jagger. Monica Bellucci? È conosciuta solo a New York”.
Un nome nuovo, per noi italiani, ma notissimo a Manhattan, è quello della “sexy food diva on the food network” Giada De Laurentiis. Fisico da top model, la nipote di Silvana Mangano e Dino De Laurentiis conduce il programma di cucina italiana Everyday Italian. Di lei l’attrice Jo Champa, la più inserita a Hollywood tra gli italoamericani, dice: “È l’unica connazionale di cui non mi vergogno: non è nota per la sua vita privata, ma per il suo apprezzatissimo talk-show ai fornelli”.
L’unica bellezza made in Italy dalle fattezze e dal curriculum veracemente nazionalpopolari che ha preso il volo verso gli States è Manuela Arcuri, chiamata da Prince per il video del suo singolo Somewhere here on Earth. Ironia della sorte, a Manuela non è neanche servito inviare un curriculum. Prince cercava una bellona stile Ciociara, non gli serviva nemmeno che parlasse inglese. L’ha trovata guardando un film spagnolo, Giovanna la pazza, di cui Arcuri era protagonista. L’ha vista, l’ha scelta e, come ha raccontato lei stessa, “non ci ha nemmeno provato”. Altro che Sarkozy.
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Di Guja Visigalli
Sulle punte verso il 2008
31 dicembre, Milano, Teatro alla Scala
Apasso di danza verso il nuovo anno con i virtuosismi di étoile scaligere e internazionali. Il Gala Ciajkovskij rende omaggio al compositore russo con i momenti coreografici più famosi dei suoi tre balletti: Il lago dei cigni, La bella addormentata nel bosco e Lo schiaccianoci. In scena Roberto Bolle che danzerà il celeberrimo passo a due del Cigno nero con Polina Semionova, oltre a Nadja Saidakova e Ronald Savkovic (info: tel. 0272003744).
Capodanno d’opera con Abbado
30-31 dicembre - 1 gennaio, Venezia, Teatro La Fenice
Roberto Abbado è il primo direttore italiano sul podio dei tre concerti di Capodanno con musiche liriche. Solisti Barbara Frittoli soprano, Marcello Giordani tenore, Ferruccio Furlanetto basso (info: tel. 0412424).
Tango italiano per le feste
dal 23 dicembre Roma, Torino, Milano
Fine anno con la sensuale milonga in tre grandi città. A Roma, nell’ambito del terzo International tango festival, il 23 dicembre nel foyer del Teatro Eliseo la cantante e attrice Anna Maria Castelli darà vita a un happening tra jazz e tango. Dal 26 dicembre al 6 gennaio Torino anima tango all’Aldobaraldo, una scorribanda negli ultimi decenni di storia del ballo (tel. 0112422675). Al Teatro degli Arcimboldi di Milano, dal 27 al 31 dicembre, Buenos Aires tango con il grande ballerino Miguel Angel Zotto, Daiana Guspero, 12 ballerini e un’orchestra dal vivo ripercorrerà la sua ventennale carriera. In gennaio sarà a New York e a febbraio a Londra (tel. 02313645).
Paesaggi sonori
27-30 dicembre Pieve di Cadore (Bl) Auditorium
I paesaggi sonori tema del terzo Cadore doc film festival, film, concerti
e incontri. Omaggio al nativo Tiziano, fra gli ospiti Claudio Ambrosini, Leone d’oro alla Biennale musica 2007 (tel. 0435500372).
Festival di stelle
27 dic.-2 gen. Capri
John Malkovich, Claude Lelouch, Dennis Hopper, Paul Verhoeven fra le star di Capri, Hollywood, festival internazionale di film. Madrina è Alessandra Martines; il soprano Raina Kabaivanska farà omaggio a Luciano Pavarotti; concerto di Nicola Piovani alla Certosa di San Giacomo. Premio Patroni Griffi a Michele Placido.
Jazz d’inverno
28 dic.-1 gen. Orvieto
Oltre 100 eventi nel centro trasformato in cittadella della musica per Umbria jazz winter. Ospiti, Gino Paoli, Mario Biondi, Stefano Bollani.
San Silvestro in tv
31 dicembre, Rimini, piazza Fellini
Capodanno su Raiuno: L’anno che verrà con Carlo Conti, Antonello Venditti, Irene Grandi, Gabriele Cirilli.

C’è chi dà i numeri e chi dà lettere. Tim Berners-Lee, lo scienziato inglese che nel 1989 ha inventato il world wide web, preferisce da sempre le lettere alle serie numeriche (web 2.0, 3.0) che vanno tanto di moda di questi tempi. Non è un caso se c’è proprio lui dietro allo standard delle tre W (www) che ogni giorno ci troviamo a digitare chissà quante volte mentre navighiamo in rete. E sempre da Berners-Lee è arrivata di recente una definizione che prova ad andare oltre l’immagine della “ragnatela grande quanto il mondo”.
Tralasciando la super inflazionata etichetta “2.0″ (ormai è arrivata a comprendere tutto - e quindi anche niente), il presidente del W3 Consortium ha spiazzato tutti con una nuova metafora: “Global Giant Graph“. Un’espressione che, tradotta in italiano, suona davvero male (”grafo gigante e globale”), ma la cui sigla (”Ggg”) conferma la passione di Berners-Lee per le lettere.
Addio quindi www? D’ora in poi dovremo digitare ggg prima di ogni indirizzo? Assolutamente no. L’immagine del “network gigante e globale” - Berners-Lee usa il termine grafo perché secondo lui rende meglio il senso di connessioni interpersonali - è, in realtà, solo un pretesto per raccontare come la Rete dovrebbe evolvere per conservare le caratteristiche di libertà e semplicità con cui è stata pensata. E per andare al di là degli attuali modelli di interazione online, che spesso nascondono non poche “trappole” per la maggior parte degli utenti: privacy a rischio; siti come “giardini murati” da cui è difficile uscire una volta entrati; dati centralizzati e facilmente bersaglio di censura e repressione.
Se Internet ha messo in comunicazione tra loro i computer, con il world wide web si è riuscito a rendere navigabili i documenti multimediali, spiega Berners-Lee. Ora il web sociale sta mettendo in relazione “ciò che è più importante per noi: amici, famiglia, colleghi, conoscenze”. Spesso generando non poche frustrazioni: “Il web ci offre documenti differenti per molti questi amici: uno su Facebook, uno su LinkedIn, un altro su LiveJournal, etc. (…). Tutti questi diversi siti e documenti, riguardano la stessa cosa, ma il sistema non lo sa”. Ecco perché bisogna andare oltre l’idea del web (basata sui singoli documenti) e abbracciare quella del “grafo” (focalizzata invece sulle relazioni e una effettiva mobilità delle informazioni): “Abbiamo già la tecnologia ed è il Web Semantico. Se i social network inizieranno ad adottare un formato comune per dire che io conosco Dan Brickley, anche un altro sito o programma potrà utilizzare quel dato per offrirmi un servizio migliore”. Un sistema in grado di coniugare l’intelligenza delle masse con quella delle macchine: è quanto i guru della Silicon Valley chiamano da tempo Web 3.0. E che Berners-Lee, da sempre allergico ai numeri, preferisce chiamare GGG.
VIDEO: Berners-Lee sul Web Semantico

Di Marco Giovannini
Ha sistemato un tavolino sul set, ci ha messo su dell’incenso e sotto la direzione muta di un monaco buddista ha pregato per la buona sorte. Poi ha fatto un inchino profondo verso la troupe e quattro più veloci verso i punti cardinali. Ang Lee la chiama “la cerimonia” e non si sognerebbe mai di cominciare un film senza. Basta questo particolare per inquadrare il regista: timido e gentile, non si lascia intervistare volentieri. Fa un’eccezione per Panorama a cui racconta i segreti di Lust, caution, il suo ultimo e scandaloso film, una storia di spionaggio e sesso ambientata durante l’occupazione giapponese della Cina.
Prima i cowboy gay, ora la spia collaborazionista e sgualdrina. Lei è un provocatore?
L’ultima cosa di cui mi preoccupo è se un film avrà successo. Cerco di girare film importanti, che non siano mai stati già fatti prima. A quanto ne so è il primo su quel periodo crudele e tragico, da sempre considerato tabù. Accetto la fama di provocatore, se sta per provocare idee e reazioni.
È vero che ai due protagonisti ha fatto fare l’amore per davvero?
Non glielo direi mai.
Perché ha voluto scene così esplicite?
Le scene di sesso non erano importanti solo nella storia, erano importanti anche sul set per dare il passo alle riprese. Tanto che le ho girate quasi subito. Mi servivano per decidere come comportarmi con la seconda parte del film. Una cosa è scrivere sulla carta, un’altra è filmare la vita. Nel film ci sono tre scene di sesso. Solo la prima è veloce e violenta, poi le dinamiche cambiano, come succede nei rapporti umani.
Come le ha girate?
Set chiuso, io, il cameraman, l’assistente e il fonico. Quattro giorni per ogni scena, da girare cronologicamente, ma l’ultima è durata solo tre. Non ce la facevo più. Non so proprio come la gente possa girare film porno tutti i giorni. Avevamo provato nella preproduzione durante la lettura del copione insieme alle altre scene. Poi si è trattato di seguire una traccia, non c’erano improvvisazioni, salvo piccoli particolari. Ma anche le posizioni le avevo disegnate io.
Un piccolo campionario di Kamasutra…
Le posizioni hanno un’importanza drammaturgica. Ognuna significa qualcosa, non è solo estetica. È meglio anche per gli attori, li rende vigili, partecipi.
Ha visto dei porno per documentarsi?
Certo. Ma ti rendi conto subito che alla fine sono tutti uguali. Non c’è drammaturgia. Nemmeno in quelli giapponesi, che sono estremi e stilizzati rispetto a quelli occidentali. Ma in definitiva ugualmente noiosi.
Dove ha scoperto Tang Wei, la protagonista?
Ho fatto 10 mila provini. E lei non era neanche veramente un’attrice, ha fatto un corso di regia. Paradossalmente è quella che ha sofferto meno durante le scene di nudo. Era la sua prima esperienza, non aveva niente da perdere. Ma per Tony Leung è stata molto dura. Quasi come per me.
Nei suoi film ci sono spesso donne forti…
Sono contento che lo dica, perché apparentemente il personaggio di Wang Chia- Chi è sottomesso. Ma poi rivolta le carte in tavola. Più che forti fisicamente le donne dei miei film lo sono intellettualmente, hanno coraggio, prendono decisioni. Cosa più difficile per gli uomini.
Sua moglie è una decisionista?
In casa io cucino, faccio giardinaggio e spesso le pulizie. Ma le decisioni importanti le prende lei, io esprimo dei desideri che poi lei eventualmente realizza.
Che mestiere fa?
La microbiologa. Quel tipo di ricerche che si vedevano in Hulk. Campioni e immagini che lui distrugge nel laboratorio erano il lavoro di mia moglie. Uno psicoanalista direbbe che mi sono vendicato.
Che cosa le ha detto di Lust, caution?
Che il sesso era necessario. È stato un sollievo. Mentre giravo devo ammettere che pensavo a come avrebbero reagito i miei amici, i vicini di casa, mia moglie e i figli.
Si è più innamorato della sua attrice o del suo personaggio di femme fatale?
È stato più vizioso. Mi sono innamorato dei due personaggi maschili, il collaborazionista e il giovane leader degli studenti. Il che mi ha reso più confuso del solito per tutta la durata del film. Ma l’identificazione maggiore effettivamente è stata con la ragazza. Mi sentivo dentro di lei e ho provato sensazioni inedite. Sono cresciuto sapendo che nella cultura cinese non si parla della sessualità femminile. Non sappiamo nemmeno cosa una donna pensi del sesso.
Ora lo sa?
Forse, ma non sono sicuro di saperlo esprimere a parole. Il problema è che per me, timido e cinese, è molto difficile verbalizzare pensieri e desideri in parole tecnicamente esplicite, direi ovvie, da spiegare sia agli attori che alla troupe. Noi parliamo per metafore: in cinese abbiamo il wei bu dzuo chung, la figura della tigre che uccide una persona. Dopo, il fantasma di quella persona aiuta la tigre ad attirare altre persone nella giungla. È un modo di dire proverbiale e si usava anche per definire chi collaborò con i giapponesi durante la guerra. Nel mio film definisce il rapporto fra i due protagonisti, archetipi di tutti gli uomini e le donne. Viva, lei era la sua amante; morta, diventa il suo fantasma, il suo chung… E come se non bastasse, la parola che definisce il fantasma della tigre si pronuncia esattamente come “prostituta”. Sono riuscito a spiegarle perché noi cinesi siamo sempre così ambigui e misteriosi?
LEGGI ANCHE: Cina, a qualcuno piace casto: la mannaia della censura su Ang Lee

Di Piera De Tassis
Sono precisi i censori cinesi: sotto il collo di una donna sono consentiti 13 centimetri di pelle scoperta, non uno di più, altrimenti scattano il divieto e l’oscuramento. Figurarsi cosa devono aver provato di fronte alle scene esplicite di Lussuria, tre movimenti erotici in crescendo, dallo stupro con cinghiate alle movimentate session in cui i protagonisti Tang Wei e Tony Leung sperimentano ogni “impossibile” posizione sino a mostrare per un attimo il sesso di lui.
Più o meno 7 minuti di sesso violento, intenso e contorsionista interamente tagliati nella Cina popolare, caduti sotto la mannaia di una censura infallibile che aveva già impedito la distribuzione in patria del film Oscar di Ang Lee Brokeback mountain e inesorabilmente scorciato film apparentemente al di sopra di ogni sospetto come Babel (troppo sesso) e I pirati dei Caraibi (cannibalismo e fantasmi).
In realtà la dizione censura è imprecisa: i tagli sono stati fatti dallo stesso Ang Lee, un “premontaggio”, come eufemisticamente lo definiscono le autorità cinesi, che però gli ha consentito di vedere il film distribuito nell’immenso mercato cinese. Molti spettatori avevano giurato di boicottare le proiezioni aspettando l’arrivo dei dvd piratati integrali. Ma poi ha vinto l’irresistibile odore del sesso e Lussuria è stato un enorme successo battendo perfino Harry Potter e favorendo la nascita di un curioso fenomeno turistico. Molte agenzie organizzano, a grande richiesta, brevi blitz dalla Cina popolare a Taiwan comprensivi di visione del film che lì viene proiettato senza censura.
Ma la vera forza del film è stata quella di riuscire a scatenare la prima rivolta di un cittadino cinese contro le severe direttive del ministero del Cinema: lo studente di legge Dong Yanbin ha aperto una causa civile contro le autorità sostenendo che lo spettatore cinese è discriminato rispetto agli stranieri e ha chiesto (con lodevole prudenza) 50 dollari di risarcimento. Il dibattito che ne è seguito ha fatto storia. Ma non ha restituito al pubblico i 7 minuti rubati.
Negli Usa, dove il film è uscito in pochissime sale (49) 11 settimane fa, è andata anche peggio. Lussuria ha ricevuto il temibile Nc-17, il divieto ai minori di 17 anni (l’ultimo a cadere sotto tale restrizione fu il film di Bertolucci The dreamers). Il che significa che è bandito da molte importanti catene di sale, non può essere pubblicizzato in tv e che Blockbuster, come molti altri grandi magazzini, si rifiuterà di venderne il dvd sia online sia in negozio (per ovviare al danno la Focus Picture sta preparando per l’home video una versione soft). Incasso inevitabilmente fallimentare, com’è destino delle vittime del discusso Nc-17: solo 4 milioni e mezzo di dollari nonostante le ottime recensioni. E naturalmente strada sbarrata all’Oscar.
![[i]Regia[/i]: Steve Hickner, Simon J. Smith<br> [i]Genere[/i]: Animazione<br> [i]Nazione[/i]: U.S.A.<br> [i]Distribuzione[/i]: [url=http://www.uip.it/]UIP[/url]<br> [b][url=http://www.beemovie.com]Il sito ufficiale[/url][/b]<br> [color=red]Nelle sale dal 21 dicembre[/color]</p> <p>[url=http://gallery.panorama.it/thumbnails.php?album=991][b]Guarda anche le uscite del 14 dicembre[/b][/url]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-dicembre/film21dic/normal_bee3.jpg)
Non c’è Natale senza albero, regali e… cinema in famiglia. Le case cinematografiche lo sanno bene e hanno quindi piazzato film adatti a bambini e adulti a ridosso delle festività.
Come per esempio Bee Movie, uno di quei classici cartoon, alla Shrek (infatti, guarda caso, i realizzatori sono gli stessi, la Dreamworks), che piacciono ai piccoli e forse ancor più ai grandi. Protagonista Barry B. Benson, un’ape molto umana che si ribella al sistema: perché dedicare la propria vita solo ed esclusivamente a produrre miele? E, soprattutto, che diritto hanno gli uomini di godere liberamente del prelibato frutto del lavoro delle api? Si tratta di furto di miele, secondo il giovane Barry, che sfoggia grinta e oratoria da far invidia ai sindacalisti. Regia di Steve Hickner e Simon J. Smith. Qui il trailer da Youtube:
È invece un concentrato di azione il nuovo film firmato Disney, Il mistero delle pagine perdute (National Treasure), il sequel del fortunato Il mistero dei templari. Nicolas Cage è ancora il cacciatore di tesori Ben Gates, che si avventura in una nuova caccia globale in cui scoprirà fatti e oggetti preziosi fino ad allora segreti. Qui i retroscena della pellicola, con le interviste al regista Jon Turteltaub e al produttore Jerry Bruckheimer:
È un mondo dove gli orsi sono i guerrieri più coraggiosi e gli uomini hanno un animale al fianco che rappresenta l’anima (il “daimon”) quello de La Bussola d’oro di Chris Weitz. Fantasy tratto dal primo libro della trilogia di Philip Pullman Queste oscure materie, tutto ruota attorno a Lyra (Dakota Blue Richards), la ragazzina destinata a possedere l’ultimo aletiometro, ovvero una bussola dorata che rivela la verità alla persona che abbia l’abilità di utilizzarla. Con un coraggioso Daniel Craig e un’algida, bella quanto cattiva, Nicole Kidman.
![[b]La bussola d'oro[/b]<br> [i]Regia[/i]: Chris Weitz<br> [i]Cast[/i]: Nicole Kidman, Daniel Craig, Dakota Blue Richards, Eva Green, Jim Carter, Tom Courtenay<br> [i]Genere[/i]: Avventura, Fantasy<br> [i]Nazione[/i]: U.S.A.<br> [i]Distribuzione[/i]: [url=http://www.01distribution.it/]01 Distribution[/url]<br> [b][url=http://specials.it.msn.com/bussoladoro]Il sito ufficiale[/url][/b]<br> [color=red]Nelle sale dal 14 dicembre[/color]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-dicembre/film14dic/normal_bussola1.jpg)
Altro prodotto Disney è Come d’incanto di Kevin Lima, che coniuga animazione a live action. Uscito il 7 dicembre, è ancora in molte sale visto il successo. Le fiabe irrompono nella realtà e la principessa Giselle (Amy Adams), a causa del sortilegio della classica strega cattiva (Susan Sarandon), si vede piombare nella vita reale, al centro di Manhattan. In un luogo dove non esiste il “per sempre felici e contenti”. E il bell’avvocato divorzista che incontra (Patrick Dempsey) sarà il suo nuovo principe azzurro? Qui una video-intervista a Dempsey e Adams: