- Tags: Ang-Lee, cina, film, Lussuria, Lust-Caution
- Un commento
Ha sistemato un tavolino sul set, ci ha messo su dell’incenso e sotto la direzione muta di un monaco buddista ha pregato per la buona sorte. Poi ha fatto un inchino profondo verso la troupe e quattro più veloci verso i punti cardinali. Ang Lee la chiama “la cerimonia” e non si sognerebbe mai di cominciare un film senza. Basta questo particolare per inquadrare il regista: timido e gentile, non si lascia intervistare volentieri. Fa un’eccezione per Panorama a cui racconta i segreti di Lust, caution, il suo ultimo e scandaloso film, una storia di spionaggio e sesso ambientata durante l’occupazione giapponese della Cina.
Prima i cowboy gay, ora la spia collaborazionista e sgualdrina. Lei è un provocatore?
L’ultima cosa di cui mi preoccupo è se un film avrà successo. Cerco di girare film importanti, che non siano mai stati già fatti prima. A quanto ne so è il primo su quel periodo crudele e tragico, da sempre considerato tabù. Accetto la fama di provocatore, se sta per provocare idee e reazioni.
È vero che ai due protagonisti ha fatto fare l’amore per davvero?
Non glielo direi mai.
Perché ha voluto scene così esplicite?
Le scene di sesso non erano importanti solo nella storia, erano importanti anche sul set per dare il passo alle riprese. Tanto che le ho girate quasi subito. Mi servivano per decidere come comportarmi con la seconda parte del film. Una cosa è scrivere sulla carta, un’altra è filmare la vita. Nel film ci sono tre scene di sesso. Solo la prima è veloce e violenta, poi le dinamiche cambiano, come succede nei rapporti umani.
Come le ha girate?
Set chiuso, io, il cameraman, l’assistente e il fonico. Quattro giorni per ogni scena, da girare cronologicamente, ma l’ultima è durata solo tre. Non ce la facevo più. Non so proprio come la gente possa girare film porno tutti i giorni. Avevamo provato nella preproduzione durante la lettura del copione insieme alle altre scene. Poi si è trattato di seguire una traccia, non c’erano improvvisazioni, salvo piccoli particolari. Ma anche le posizioni le avevo disegnate io.
Un piccolo campionario di Kamasutra…
Le posizioni hanno un’importanza drammaturgica. Ognuna significa qualcosa, non è solo estetica. È meglio anche per gli attori, li rende vigili, partecipi.
Ha visto dei porno per documentarsi?
Certo. Ma ti rendi conto subito che alla fine sono tutti uguali. Non c’è drammaturgia. Nemmeno in quelli giapponesi, che sono estremi e stilizzati rispetto a quelli occidentali. Ma in definitiva ugualmente noiosi.
Dove ha scoperto Tang Wei, la protagonista?
Ho fatto 10 mila provini. E lei non era neanche veramente un’attrice, ha fatto un corso di regia. Paradossalmente è quella che ha sofferto meno durante le scene di nudo. Era la sua prima esperienza, non aveva niente da perdere. Ma per Tony Leung è stata molto dura. Quasi come per me.
Nei suoi film ci sono spesso donne forti…
Sono contento che lo dica, perché apparentemente il personaggio di Wang Chia- Chi è sottomesso. Ma poi rivolta le carte in tavola. Più che forti fisicamente le donne dei miei film lo sono intellettualmente, hanno coraggio, prendono decisioni. Cosa più difficile per gli uomini.
Sua moglie è una decisionista?
In casa io cucino, faccio giardinaggio e spesso le pulizie. Ma le decisioni importanti le prende lei, io esprimo dei desideri che poi lei eventualmente realizza.
Che mestiere fa?
La microbiologa. Quel tipo di ricerche che si vedevano in Hulk. Campioni e immagini che lui distrugge nel laboratorio erano il lavoro di mia moglie. Uno psicoanalista direbbe che mi sono vendicato.
Che cosa le ha detto di Lust, caution?
Che il sesso era necessario. È stato un sollievo. Mentre giravo devo ammettere che pensavo a come avrebbero reagito i miei amici, i vicini di casa, mia moglie e i figli.
Si è più innamorato della sua attrice o del suo personaggio di femme fatale?
È stato più vizioso. Mi sono innamorato dei due personaggi maschili, il collaborazionista e il giovane leader degli studenti. Il che mi ha reso più confuso del solito per tutta la durata del film. Ma l’identificazione maggiore effettivamente è stata con la ragazza. Mi sentivo dentro di lei e ho provato sensazioni inedite. Sono cresciuto sapendo che nella cultura cinese non si parla della sessualità femminile. Non sappiamo nemmeno cosa una donna pensi del sesso.
Ora lo sa?
Forse, ma non sono sicuro di saperlo esprimere a parole. Il problema è che per me, timido e cinese, è molto difficile verbalizzare pensieri e desideri in parole tecnicamente esplicite, direi ovvie, da spiegare sia agli attori che alla troupe. Noi parliamo per metafore: in cinese abbiamo il wei bu dzuo chung, la figura della tigre che uccide una persona. Dopo, il fantasma di quella persona aiuta la tigre ad attirare altre persone nella giungla. È un modo di dire proverbiale e si usava anche per definire chi collaborò con i giapponesi durante la guerra. Nel mio film definisce il rapporto fra i due protagonisti, archetipi di tutti gli uomini e le donne. Viva, lei era la sua amante; morta, diventa il suo fantasma, il suo chung… E come se non bastasse, la parola che definisce il fantasma della tigre si pronuncia esattamente come “prostituta”. Sono riuscito a spiegarle perché noi cinesi siamo sempre così ambigui e misteriosi?
LEGGI ANCHE: Cina, a qualcuno piace casto: la mannaia della censura su Ang Lee
- Martedì 25 Dicembre 2007










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Commenti
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Il 26 Dicembre 2007 alle 0:47 lussuriaweb ha scritto:
Su LiberoVideo si trova la scena “censurata” in 4 clip (anche se credo che alcune scene saranno visibili solo al cinema)…
Vi posto il link ai clip (c’è il parental control impostato…)
http://spazio.libero.it/mike_l.....allery.php
Anche sul minisito ufficiale del film http://www.bimfilm.com/lussuri.....a da qualche giorno è apparso un embed di un video (una sorta di promo non ufficiale) di LiberoVideo…
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