Archivio di Dicembre, 2007

Da un lato, c’è chi ne elogia il gusto e chi evoca i tempi in cui era cucinato in modo artigianale. Dall’altro, chi ne canta la sofficità e chi lo aspetta per pura tradizione. Ogni anno, di questi giorni, a contendersi il prestigio e il primato del dolce più tipico delle feste dicembrine sono sempre in due. Ed il refrain che ne segue è più o meno lo stesso: pandoro o panettone?
Politici, scrittori e giornalisti hanno detto la loro a Panorama.it. Ne è venuto fuori un k.o. schiacciante in favore del dolce meneghino, con qualche piccolo distinguo campanilistico.
Per il giuslavorista ed editorialista del Corriere della Sera Pietro Ichino, non ci sono dubbi: “Panettone, senza esitazione, se è di quelli buoni”. Se no, allora i dubbi vengono: “Nel caso in cui non si possa aspirare alla fascia alta, allora forse meglio il pandoro”. Prima però andrebbe preceduta da una “buona galantina di tacchino con la gelatina. Per i primi due decenni della mia vita, ogni anno ho visto mia madre e mia nonna impegnate per almeno un paio di giorni prima del pranzo di Natale nella preparazione di questa prelibatezza. Se ne mangiava ancora fino a Capodanno”.
Ad un Giampiero Mughini che si professa “totalmente estraneo alle atmosfere e alle abitudini del Natale”, c’è Giano Accame che si dichiara senza esitazioni: “Panettone, per vecchie consuetudini. Ma lo preferisco pure per i canditi e per l’uvetta”. Anche se, continua lo scrittore, “sopraggiunge la nostalgia di quando i panettoni Motta e Alemagna erano milanesi”.
Tra Veneto e Lombardia, Antonio Caprarica, direttore di RadioUno e dei tg RadioRai, sceglie la sua Puglia: “se devo dire un dolce, faccio il nome degli strufoli nella versione leccese, vale a dire un pernicioso mix di pasta frolla fritta e poi passata al miele. Tra pandoro e panettone, comunque io sono un cultore del secondo”, tanto da farne (gradito) omaggio anche in quel di Londra: “Tempo addietro, quando ero ancora corrispondente Rai, regalai un panettone al Principe di Galles. Mi ringraziò, ma tenne a precisare che fra tutte le things italians, lui stava decisamente dalla parte del pane toscano tostato con olio extravergine d’oliva”.
Altra regione, altri campanilismi. Il senatore a vita Giulio Andreotti non ha dubbi, e tra pandoro e panettone sceglie quest’ultimo, perché è “più romano”. Ma c’è spazio anche per un ricordo legato alla madre e ai suoi tortellini (”li faceva buonissimi”) e ad una rievocazione di tradizione capitolina: “è una vecchia usanza romana mangiare lenticchie, come auspicio di danari che arriveranno lungo l’anno. Nel 1957 ero a Parigi. I negozi erano chiusi e al ristorante non ce ne erano. Il mio compagno di gita Mario Ungaro fu molto addolorato per questo, e vi restò fino al giorno dopo”. Tristezze gastronomiche a parte, per il momento è il panettone a spuntarla: l’84 per cento degli italiani lo acquista, spendendo mediamente 14 euro.
Per il momento, appunto: possiamo star certi che il prossimo Natale torneranno entrambi sugli scaffali di supermercati e pasticcerie. E con essi ritornerà il solito, ciclico, refrain: pandoro o panettone?

Ultimo giro di tango. L’argentino Julio Bocca, quarant’anni, ha chiuso la sua lunga e brillante carriera. Star della danza internazionale, soprannominato “il Baryshnikov del Sudamerica” è stato salutato nel suo show di addio da decine di migliaia di argentini, che hanno affollato un grande viale del centro di Buenos Aires dove il ballerino si è esibito nel suo ultimo tango.
IL VIDEO SERVIZIO

Di Pietrangelo Buttafuoco
Lei è Beatrice Borromeo. Ed è “un filino progressista”: parola di nonna Marta. Fu così che la contessa Marzotto, divina e spiritosa, ebbe a definire la nipote già star di Annozero davanti a un malmostoso Silvio Berlusconi. Discendente di antica schiatta, Beatrice, 22 anni, è sorella di Lavinia e dunque cognata di Jaki Elkann. Oggi è un campione della scuderia di Michele Santoro, oltretutto. Un asso del giornalismo d’inchiesta lei. La sua giusta cornice è il salottino della libreria Arion, una stanza foderata di codici, testi giuridici e commentari della Lex dura lex, dove Panorama la incontra.
Come si sente, lei giornalista impegnata e brava, a fare un’intervista con Panorama, inevitabilmente frou frou?
Ma io non sono giornalista.
Come non è giornalista? Giusto lei, osannata dalla sinistra legalitaria e integerrima…
Questa è proprio bella, la prima volta che lo sento dire: musa dei legalitari?
Insomma, lei fa arrabbiare Clemente Mastella, scrive su Micromega, è molto amata dai giusti. Ed è la giornalista più…
Non sono giornalista. Ad Annozero ho un contratto a tempo determinato come conduttrice.
Incredibile.
Sa, è la Rai questa: La vita in diretta è una testata giornalistica, Annozero invece no.
Santoro è un grande dell’informazione, Michele Cucuzza è un superbo cronista, come anche Giovanni Minoli, che giornalista non è. Prima o poi dovremmo smetterla con la nostra miserabile casta…
Allude ai professionisti della disinformazione?
Ogni volta che una “conduttrice”, diciamo così, sconfina nel campo dell’informazione subito scatta la censura dei sindacati, dei cdr, dell’Ordine, tipo: Mara Venier non può intervistare i politici…
Sa, è la Rai questa. Evidentemente si ritiene che Annozero, la più importante trasmissione d’approfondimento, possa essere sacrificata buttandole addosso in controprogrammazione il Benigni o il Celentano di turno. E senza aggravio di pubblicità per loro, naturalmente. A ogni modo nessun sindacato mi ha contestato il ruolo, piuttosto Mastella, Giuliano Ferrara e Francesco Cossiga. Anche se poi mi manda elenchi di libri da leggere e lunghe lettere.
Non è giornalista, ma di sinistra lei lo è.
Non sono sostenitrice di questo governo. Ho ideali che sono utopie. Vorrei il buonsenso, questa stagione è meno dolorosa di quella precedente. Chiaro: Berlusconi rappresenta il male, anzi la malagestione. Il governo precedente a questo è quello di Umberto Bossi che vi arriva quando un minuto prima aveva dato del mafioso e del trafficante a Berlusconi. È stato anche il governo di Gianfranco Fini…
E che avrà mai fatto, povero Fini?
Rappresenta il fascismo. Sarà anche cambiato, ma quello è il suo marchio.
Se è solo questo il problema, mi creda: non è fascista.
Una certa mentalità di destra asseconda l’arroganza e l’ignoranza…
Piove sul bagnato.
I leghisti non sono mica scemi ma, come si dice?, fanno demagogia di bassa lega. Sa come li definisco? Un passo indietro rispetto all’evoluzione umana.
Non stiamo esagerando, Borromeo? Forse è razzista e adesso mi fa una tirata contro gli italiani alle vongole, quelli brutti, sporchi, cattivi e di destra?
Andare a spasso con il maiale sul terreno delle moschee che cos’è, un atto di supremo stile? È indispensabile il controllo sul potere. Il conflitto d’interessi, il malaffare, e la vicenda De Magistris, poi trasferito da quello stesso ministro su cui il magistrato stava indagando. Ma qui non c’entra certo la Lega, la storia di Luigi De Magistris non c’entra con la destra, anzi.
Il popolo, diocenescampi, è di gran lunga peggiore dei politici su cui pretende di dettare morale.
Ma i politici vengono eletti, non scelti a caso. Dovrebbero rappresentare l’élite, il buon esempio… Noi siamo calpesti e derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi.
Fratelli d’Italia, l’inno di Goffredo Mameli.
Malgrado tutto, la nostra vera ragione sociale: l’indipendenza. Io ammiro gli uomini indipendenti.
Come Santoro.
Certo, e come lui Oliviero Beha, Peter Gomez, Gian Antonio Stella, Lirio Abate, Marco Travaglio, Massimo Fini, Sabina Guzzanti, Giovanni Sartori.
Non le viene mai il sospetto che qualcuno possa scadere nella caricatura?
Io conosco Sabina Guzzanti e l’ammiro molto. E nessuna delle persone citate, che sono oneste e intelligenti, rischia di scadere nella caricatura. Per la mia logica non è proprio possibile.
Tutto questo stare dalla parte dei giusti non pregiudica la possibilità di sporcarsi con il resto del mondo?
Stare dalla parte dei giusti non è un atteggiamento, è una cosa naturale. Non pregiudica nulla. Il fatto di essere giornalisti è un privilegio. Il fatto di essere veramente indipendenti è un doppio privilegio. Nessun quotidiano è veramente indipendente. Per quattro settimane di fila il Corriere della sera ha pubblicato la foto di Clementina Forleo colta durante la seduta al trucco prima di una messa in onda. Non è un uso tendenzioso questo? Pubblicassero la foto di Cesare Geronzi dal barbiere, piuttosto. Tutti i giornali sono proni al potere, solo alcuni giornalisti lo sono.
Neppure La Repubblica?
L’incredibile cambiamento di Giuseppe D’Avanzo nel giudicare la vicenda Forleo-De Magistris è avvenuto proprio dopo un sondaggio della Repubblica, con il 90 per cento degli intervistati dalla parte di Santoro e dei magistrati. All’inizio ha parlato di noi evocando la «barbarie», poi ci ha dato ragione, ovviamente senza scusarsi per gli insulti. Ma le pressioni al di fuori del bene e del male ci sono per tutti. Ci sono i buoni, ci sono i cattivi e c’è la cattiveria subdola.
E che sarà mai?
La logica della disinformazione. Parliamo sempre di Cogne per non parlare mai della politica, delle intercettazioni, dello scandalo di una casta che sfugge al controllo della libera informazione.
A dire la verità, Cogne vale tanto quando i preti pedofili. Ma non le piacerebbe venire nel mondo di qua, dove ci sono i cattivi, Borromeo?
Cogne vale tanto quanto i preti pedofili? Scherziamo? Una faccenda trita e ritrita come Cogne, ormai pura fiction, la vogliamo paragonare a reati gravissimi come gli stupri perpetrati dai preti?
Dicevamo del mondo di qua, tra i “cattivi”.
Le assicuro che per me i cattivi non stanno a destra, anzi. Giorgia Meloni, il vicepresidente della Camera, è una delle poche persone in politica che considero perbene.
Lo sa che si muove senza auto blu di servizio?
Ecco, appunto. E poi, certo, con Berlusconi ci andrei volentieri a cena.
Non lo dica per carità perché poi quello la invita a cena davvero.
Con la guardia del corpo presente.
Lui abbonda di bodyguard, non è un problema.
No, una guardia del corpo per me. E la cena non sarebbe certo a lume di candela, gli rivolgerei tutta una sfilza di domande cui lui è sempre sfuggito.
Una cena con la lampada da commissariato sbattuta in faccia, dunque, un bel passo avanti rispetto alle celebri interviste al citofono dell’archeologia santoriana. Lei, Borromeo, è una vera rivoluzione rispetto al santorismo declinato al femminile.
Che vuol dire?
Allora: due sono i grandi protagonisti del giornalismo militante meridionale, Santoro e Annunziata… Perché questa smorfia, cos’ha Lucia?
Non mi piace nessuno di quella stagione della dirigenza Rai, sono quelli dell’editto bulgaro… Non mi convince Lucia.
Lex dura Lex.

Per qualsiasi piccola compagnia teatrale, i finanziamenti sono spesso la fonte di tutti i guai. E a volte ne determinano addirittura lo scioglimento. In Olanda, politici e amministratori pubblici hanno accusato gli artisti di non prestare sufficiente attenzione ai vincoli imprenditoriali delle loro attività e di accontentarsi delle sovvenzioni statali. Così, dopo una stagione condizionata da spettacoli rappresentati in sale disertate dal pubblico, Alaska, una troupe teatrale di Amsterdam, ha deciso di fare a meno dei soldi del pubblico e affidare il suo destino a uno spettacolo – Sic transit gloria mundi – interamente finanziato dalla reclame. Come? Semplice, mettendo a disposizione dei pubblicitari i propri spazi scenografici. “Gli artisti sostengono sempre che spetti alle imprese finanziare la cultura” spiega Marijke Schermer, direttrice artistica di Alaska: “Noi abbiamo deciso di mettere in pratica questa teoria”.
La scelta di ambientare la storia di una coppia in crisi in un aeroporto non è allora per nulla casuale. “È un luogo che si presta perfettamente al mondo pubblicitario” assicura Schermer. Presto fatto: l’enorme pannello nero alle spalle dei due protagonisti che mettono a nudo le loro delusioni amorose è pieno di annunci sponsorizzati. Un po’ come accade agli allenatori di calcio italiani quando fanno una conferenza stampa. E non è finita. Poche settimane fa, una riunione tra la troupe e gli inserzionisti ha aperto frontiere ancora più impensabili tra il mondo dell’arte e quello commerciale, come la proposta di inventare un nuovo personaggio dello spettacolo a cui assegnare il cognome di uno sponsor piuttosto che riscrivere interamente una scena o tagliarne un’altra in base alle esigenze dei pubblicitari. Un imprenditore è poi riuscito a convincere la compagnia a girare uno spot a favore della sua impresa e diffonderla su YouTube. “Certo, in casi come questo” conclude Schermer, “si corre il rischio di vendere la propria anima”. In ogni caso: nonostante il successo riscontrato tra pubblico, critica teatrale e inserionisti, Alaska non è ancora riuscita a pagare i suoi attori.

LA GALLERY DEI FILM DELLA SETTIMANA
LEGGI ANCHE: Giovanna Mezzogiorno, ciak si gira - Non solo Brad Pitt: la storia del bandito Jesse James è anche un libro
Chi era veramente Jesse James, il bandito che per l’America ha rappresentato una leggenda? La sua fama ha riempito giornali e libri, tra verità, folklore e immaginazione. E soprattutto chi era Robert Ford, il giovane che dedicò una vita per coronare il sogno di cavalcare accanto al suo mito e che alla fine lo uccise sparandogli alle spalle?
È attorno a queste domande che si muove il film di Andrew Dominik, tratto dal racconto di Ron Hansen, L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, dal 21 dicembre al cinema. Con Brad Pitt, capelli bruni e barba incolta, nei panni del bandito che intorno al 1870 divenne il fuorilegge più famoso a stelle e strisce. Negli anni appena successivi alla Guerra di secessione, ex soldato confederato, Jesse con la sua banda rapinò banche e treni unionisti, e impedì la costruzione di una grande ferrovia nel Missouri. Agli occhi dei contadini del Sud, oltraggiati dai soldati dell’Unione, divenne un eroe. Qui il trailer da Youtube (in inglese):
“È più un dramma psicologico che un western” dice Pitt del film, di cui è anche produttore. “Descrive l’anatomia di un assassinio e le sue conseguenze”. Nei panni di Ford, il killer, Casey Affleck: “Sono molto legato affettivamente a Robert Ford, non penso assolutamente che sia stato un codardo” afferma. “Non ricordo di aver mai visto un personaggio migliore di lui nell’affrontare il caos complicato della vita umana. Passa dall’essere un bambino affascinato da Jesse James che idealizza il suo eroe dopo averne letto le gesta nei romanzetti melodrammatici al fatto di incontrarlo realmente, di rapinare un treno insieme a lui e di diventarne amico. Poi, quel rapporto diventa più complesso e, alla fine, lui lo deve uccidere”.

Arriva nelle sale il 21 dicembre anche un’altra produzione hollywoodiana. Ma il clima è totalmente diverso. Attualità pura, tra ipocrisie e drammi della guerra in Afghanistan. Il maestro è Robert Redford, regista e attore di Leoni per Agnelli. Film secco, che vuole scuotere coscienze addormentate. E anche il titolo la dice lunga: i leoni sono i soldati, al servizio di agnelli, i politici. La pellicola si sviluppa su tre linee parallele: un senatore, interpretato da Tom Cruise, alle prese con la giornalista Meryl Streep; un giovane universitario in dialogo con il professore di scienze politiche Redford; due ragazzi in missione in terra afgana. Qui il trailer da Youtube (in inglese):
LEGGI ANCHE: Giovanna Mezzogiorno, ciak si gira - Non solo Brad Pitt: la storia del bandito Jesse James è anche un libro
LA GALLERY DEI FILM DELLA SETTIMANA

LA GALLERY
In questo 2007 che sta per chiudere i battenti c’è un oggetto-simbolo che ha compiuto sessant’anni: è la Polaroid, la prima macchina fotografica istantanea. Brevettata nel 1929, fu in grado di sviluppare le foto in soli sessanta secondi proprio nel 1947.
Un miracolo della tecnica merito di Edwin Land, che inventò l’istantanea per soddisfare un capriccio della figlioletta un po’ impaziente, a cui non piaceva dover aspettare qualche giorno per lo sviluppo e la stampa dei negativi. Almeno, questa è la leggenda che viene tramandata. “Fatto sta che è ancora oggi una magia: agli occhi di un bambino, ma anche di un adulto, vedere apparire l’immagine sul rettangolo di carta, appena dopo lo scatto, è esaltante”, commenta Maurizio Galimberti, il più famoso polaroid-fotografo d’Italia.
Galimberti scatta solo con la sua Polaroid “integrale” da oltre vent’anni: “Ho cominciato nel 1983, e da allora non l’ho più lasciata. È una pellicola che permette una visione molto artistica, e ha la sua grandezza nel colore: trasmette contemporaneità, sangue, emozione”.

La tecnica di Galimberti è particolare. Quando deve fotografare una persona, le appoggia la Polaroid al corpo, creando un contatto fisico tra la macchina e il soggetto. “Per raccontare il suo volto, io lo abbraccio”, spiega. In questo modo nascono i suoi ritratti così speciali (guarda la gallery): ha immortalato “a mosaico” Monica Bellucci, Wim Wenders, l’amministratore delegato della Ferrari Jean Todt, facendoli sempre emergere in modo diverso rispetto alle fotografie tradizionali. Ma Galimberti non ritrae soltanto persone: il suo penultimo lavoro, pubblicato dalla casa editrice Damiani, è New York Polaroid. “Una città inquietante, in cui si può essere uno, nessuno e centomila” spiega il fotografo citando Pirandello. L’ultimo suo lavoro, invece, dal titolo Metamorfosi (il catalogo della mostra mostra è pubblicato da Electa), raccoglie sessanta immagini, in cui ritratti e paesaggi vengono affiancati.
Nel corso dei decenni, praticamente tutti i più grandi maestri dell’obbiettivo hanno ceduto almeno una volta al fascino della Polaroid. E c’è un libro che raccoglie molti scatti celebri: è il Polaroid Book, pubblicato dalla casa editrice Taschen. Tra le foto, quelle di Ansel Adams, David Hockney, Helmut Newton, Jeanloup Sieff e Robert Rauschenberg.

Certamente il mercato della Polaroid è stato danneggiato dall’avvento delle macchine fotografiche digitali, a cui non solo la massa dei fotografi occasionali, ma anche molti professionisti si sono convertiti, visti i vantaggi dal punto di vista economico. Ma allora perchè la Polaroid non solo sopravvive, ma mantiene intatto il suo fascino? “Perchè è unica”, risponde subito Galimberti: “Ventitré strati di materia chimica che si combinano insieme, attraverso 5500 reazioni chimiche, nel giro di un secondo, e l’immagine che compare e prende forma poco a poco: non so se mi sono spiegato. Se non è una magia questa…”
LA GALLERY

LA GALLERY
Di Gianluca Marziani
Immagini fotografiche che si “muovono” come nella sequenza più evocativa di un film. Grandi stampe che somigliano ai monitor in cui accade qualcosa di stravolgente. Ma non grazie a tecnologie digitali o trucchi nascosti: in realtà gli scatti di Gregory Crewdson (New York, 1962) sono statici come una qualsiasi fotografia a colori. A renderli dinamici è un’impalpabile magia che nasce da un calibrato talento visionario, misto di tecnicismo e grazia compositiva che ricrea una sorta di movimento dentro la stampa.
“Eppur si muove” potremmo intitolare l’intera carriera di Crewdson, citando Galileo Galilei in un incrocio tra scienza e fantasia visionaria, tra l’apparenza e la verità dietro ogni immagine. Per chiunque cercasse una mostra fotografica con la forza surreale del cinema alla David Lynch, quella di Crewdson (a cura di Stephan Berg, Palazzo delle esposizioni, Roma, dal 19 dicembre al 2 marzo 2008, catalogo Hatje Cantz) fa al caso suo e chiede il giusto passaparola. Vent’anni di carriera per un percorso tra opere emozionanti che ti rapiscono come fossero affreschi rinascimentali. Nel rinnovato Palaexpò si susseguono le serie che hanno reso Crewdson uno dei più stimati artisti della fotografia contemporanea, dai vari Early work a Natural Wonder, dalla famosa serie Twilight a Dream House, fino al recente ciclo Beneath the Roses.
Solido filo conduttore è l’America suburbana delle anime sole, l’America rurale con una melanconia ormai patologica, l’America dove l’immensità del paesaggio accresce l’inquietudine individuale. Un mondo di sogni nascosti e luoghi opprimenti, di famiglie interrotte ed emozioni soffocate.

Un viaggio fotografico in cui ansia e speranza si fondono nei notturni umidi, nelle strade nebbiose a perdita d’occhio, nei pick-up sgangherati, nelle casette in legno con veranda e dondolo d’ordinanza.
Crewdson ci trascina nelle emozioni del suo sguardo cinematografico, come se ogni scatto racchiudesse il pathos di un’intera storia, una bomba emozionale dentro l’istante in cui la vicenda sembra sotto l’effetto ipnotico del tasto pause. Ovvio che il risultato non nasca da alcuna casualità o da immagini rubate in stile Magnum. Al contrario, come nel miglior cinema d’autore, il set diventa un marchingegno complesso che permette lo scorrevole incastro degli elementi scenici.
Seguendo la lezione del canadese Jeff Wall, che ha reso adulta la “staged photography”, Crewdson utilizza una folta squadra di tecnici e aiutanti, sia negli studios sia in esterni. Gli oggetti e gli attori vengono posti con senso prospettico e perfezionismo matematico, quasi fossimo davanti alla Flagellazione di Piero della Francesca. Le luci assumono un valore teatrale, esaltando dettagli che ricordano le sciabolate luminose di Caravaggio o le esplosioni ascensionali di Guido Reni.
Storie ai limiti del visionario, ambientate principalmente al crepuscolo o in piena notte, quando il pathos del buio sottolinea l’imminenza di un evento misterioso. Qualcosa è avvenuto, forse qualcosa accadrà tra pochissimo, di fatto non capiamo bene ma percepiamo il nodo momentaneo dei protagonisti.
Difficile non emozionarsi davanti ai “film” in atto unico del più regista tra i fotografi odierni. Scorri le stampe e ripensi a nomi come Walker Evans e Lisette Model, al maestro del colore William Eggleston, agli esordi in bianconero di Cindy Sherman. Rivedi le atmosfere pittoriche di Edward Hopper, Grant Wood e degli altri realisti anni Trenta. C’è il cinema di David Cronenberg, Joel & Ethan Coen, Terrence Malick e, come già detto, David Lynch.
L’America del sogno spezzato respira nei racconti visuali di Crewdson. Si sentono il mito dissolto della frontiera e la potenza dei sogni infranti. Una deriva struggente in cui l’America diviene lo specchio universale del turbamento dentro ognuno di noi.
LA GALLERY

LA GALLERY
Quella di Anna Jurjewna Netrebko è la perfetta storia di Cenerentola, con la leggera, ma fondamentale, differenza che nel lieto fine la giovane non trova il principe azzurro bensì il successo. Molti si chiederanno di chi stiamo scrivendo. Bene, l’arcano è presto svelato. Anna Netrebko (video) è un soprano di origine russa di 36 anni. La sua biografia racconta della classica ragazza povera che per pagarsi gli studi di canto lavora come donna della pulizie. Nella fattispecie, la location è il teatro Mariinsky di San Pietroburgo. Qui il direttore artistico si interessa a lei, la incoraggia e decide di farla debuttare proprio in quel teatro dove lei lavava i pavimenti. E quel debutto le apre le porte di una carriera tutta in ascesa. Dopo anni di gavetta riesce a ottenere non soltanto il successo nella musica colta, ma soprattutto l’affermazione nel mondo della musica cosiddetta leggera, dove anche l’immagine gioca un ruolo essenziale. La Netrebko, bellissima e sexy, sembra quasi quasi uscita da una passerella di moda. E proprio questo particolare, assai poco trascurabile, la fa assurgere a icona, adatta al palco di un teatro come anche a un video clip di Mtv.

Per i puristi, e per gli amanti della musica classica in generale, la Netrebko rappresenta un modello troppo commerciale. E forse non hanno tutti i torti, visto che il binomio musica classica-musica leggera nei negozi di dischi e al botteghino dei teatri funziona molto bene (basti pensare agli esempi tutti italiani dell’indimenticato Luciano Pavarotti e di Andrea Bocelli). Fatto sta che il caso Anna Netrebko sta già facendo scuola. E il mondo della lirica è ora alla ricerca di questo modello di artista. I nomi sono tanti ma due in particolare stanno riscuotendo parecchio successo: Annette Dasch e Nadja Michael. Nel frattempo Anna Netrebko, l’originale, continua a mietere successi. Spopola su Youtube. Piace ai giovani (con cui condivide la passione per la musica punk, e in special modo per i Green Day), e nuove offerte di lavoro le fioccano dalle case di moda e dalla pubblicità.
Il video
LA GALLERY