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Da Lost a The wire, in arrivo i gran finali

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  • Tags: Lost, serial, Televisione, The-wire, tv
  • 8 commenti

Di Guido Castellano ed Elena Molinari

Più diverse di così è difficile trovarle: una da mass market, l’altra elitaria fino allo snobismo. Eppure, i destini delle serie Lost e The wire si stanno incrociando. Questione di palinsesti e di business: entrambe sono infatti a rischio sparizione. I produttori di The wire hanno già deciso: quella che gli americani stanno vedendo in questi giorni su Hbo sarà l’ultima stagione. I colleghi di Lost, invece, sono afflitti da dubbi: cavalcare ancora il successo fino a esaurimento o chiudere in bellezza? Nell’attesa di decidere mandano in onda su Abc la quarta serie, forse l’ultima. Partenza il 31 gennaio, solo otto puntate, e il numero esiguo è dovuto anche allo sciopero degli sceneggiatori in corso.
Mentre imperversano i camici bianchi di Grey’s anatomy e i poliziotti di Cold case, le vicende di Lost e The wire tengono duro perché continuano a fruttare alle emittenti in termini di audience e di immagine. Lost tiene incollati ai teleschermi oltre 20 milioni di americani ogni puntata (550 mila italiani) e piace perché lo spettatore ha la sensazione di procedere nella storia utilizzando il meccanismo dei videogame che rivela scenari nuovi via via che si risolvono enigmi. The wire ha un pubblico di nicchia, piace all’intellighenzia e alla middle class ed è seguita perché ha la capacità di fotografare la realtà nuda e cruda della vita di strada americana.

Lost, il buio oltre la botola
Nata dal genio creativo di J.J. Abrams (Armageddon, Mission impossible), la serie è un fenomeno globale che lavora sul doppio binario del racconto e delle storie personali. Il gruppo di sopravvissuti a un disastro aereo finito su un’isola misteriosa è infatti vivisezionato psicologicamente con continui flashback. Di loro si sanno minuzie quotidiane come drammi passati, la noce di cocco e lo stupro subito.
Meccanismo che ha creato una febbre da fanclub: ogni puntata viene commentata sui blog con intensità fuori della norma. Non solo, gli spettatori partecipano e indirizzano le scelte degli sceneggiatori.
La prova? Digitare su Google o altro motore di ricerca la parola “Lost” e compariranno centinaia di siti di appassionati con indiscrezioni e suggerimenti per la trama. Lost è uno dei primi esempi (riusciti) di “user generated plot”, ossia di storia sviluppata dalla gente: gli sceneggiatori del serial traggono spunto dal web per far morire protagonisti antipatici.
L’ultimo episodio della terza serie terminava, a sorpresa e in controtendenza, con un “flashforward” ossia con un balzo in avanti nel tempo. I protagonisti sono tornati alla vita normale e Jack, da eroe sull’isola, è diventato un alcolizzato con tendenze suicide; chiama Kate dicendo: “Dobbiamo tornare sull’isola”. Cosa è successo tra l’isola e la loro salvezza nessuno lo sa e sarà la trama della quarta serie. Sul web girano indiscrezioni (riprese dal settimanale Entertainment weekly): il bel dottore potrebbe morire, mentre il capo dei cattivi (The others) forse vivo, potrebbe redimersi.
L’attesa è forte. In America l’operatore di telefonia mobile Verizon sta mandando in onda sui cellulari puntate di 3 minuti girate dallo stesso cast e produzione della serie (d’accordo con la Abc). Titolo: Missing pieces, pezzi mancanti che gli americani possono comprare sul sito della Abc e che gli italiani fanatici di Lost stanno cercando in ogni dove. C’è chi se li fa mandare dagli Stati Uniti, chi li scarica da siti pirata.
Pericolo che corrono anche le puntate della quarta serie, forse l’ultima, tanto che la Abc ha pensato di venderle online a 2 dollari il giorno dopo la messa in onda. Per gli appassionati italiani, una manna: per sapere il destino dei naufraghi non dovranno aspettare primavera, quando Lost andrà in onda su Sky.

The wire: l’america scomoda
Gruppi di ascolto si creano anche per la serie televisiva The wire, che non ha un seguito di massa (1,5 milioni di persone a puntata contro i 20 di Lost) ma un popolo appassionato fino alla mania. È un serial drammatico, socialpoliziesco, con un pubblico diviso in tre categorie sociali.
Da un lato il telefilm firmato da David Simon, ambientato a Baltimora, piace agli abitanti dei ghetti: per lo più neri, a basso reddito e abituati al linguaggio e alla violenza da strada che abbondano in ogni episodio. Dall’altro è seguito da intellettuali che vedono nello show un capolavoro dickensiano d’umanità impareggiabile perché sa guardare alla “decadenza dell’impero americano” (parole di Simon) senza filtri e senza abbellimenti, ma non senza umorismo.
Innamoramento per identificazione o per esaltazione artistica, dunque. Ma anche per idealismo. Che è la motivazione che incolla allo schermo un terzo gruppo di fanatici: gli americani neri che ce l’hanno fatta, sono scappati dal ghetto, hanno preso una laurea e in The wire vedono un’opportunità di parlare al resto del paese di come stanno le cose negli angoli bui delle sue metropoli.
Molti membri della middle class bianca giudicano invece la serie troppo forte. Davvero nelle scuole medie dei quartieri poveri i tredicenni vanno in classe con un rasoio in tasca? La risposta preferita di Simon è che “questa merda non te la puoi inventare”, o, più elegantemente, che il suo lavoro è di “rubare la realtà”.
Poi di solito chiede, polemicamente, se il motivo che ha privato il suo telefilm del successo di Sex and the city non sia il fatto che quando l’americano medio vede troppi neri in tv pensa sia un documentario e cambia canale. Ma The wire, le cui serie precedenti in Italia sono andate in onda sul canale Fox Crime di Sky, è tutto tranne che noioso. I suoi spacciatori, nelle ore passate agli angoli di strada in attesa di clienti, si scambiano opinioni sulle radio di Baltimora, sul migliore pollo fritto della città, su nuove mosse di scacchi. E Tommy Carcetti, l’ambizioso ma idealista consigliere comunale che nella terza stagione (dovrebbe andare in onda in Italia su Sky, la data è ancora da definire) decide di diventare sindaco, sintetizza le sfide della sua candidatura con una battuta memorabile: “Domani mi sveglierò ancora bianco in una città che non lo è”.
Dopo aver messo sotto la lente, criticato e allo stesso tempo umanizzato poliziotti, criminali, insegnanti e politici, nella quinta e ultima stagione The wire si concentra sui giornalisti. È il gruppo sociale con cui Simon, un ex cronista di nera del Baltimore sun, è più a suo agio, ma anche più infuriato. I tagli ai bilanci e al personale, la chiusura degli uffici di corrispondenza, la fine delle inchieste di ampio respiro (come quella che permise a Simon, nel 1988, di passare un anno fra gli spacciatori di Baltimora per scrivere una serie di articoli sulla loro vita) sono il motivo per cui il creatore di The wire ha sbattuto la porta del giornalismo. Ora si prende una piccola rivincita, mettendo in scena la vita di un quotidiano che si chiama proprio Baltimore sun, e dove il motto della direzione è: “Bisogna fare di più con meno”.

  • redazione
  • Domenica 20 Gennaio 2008

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Commenti

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Il 20 Gennaio 2008 alle 17:41 qw3rty ha scritto:

ma informarsi prima di scrivere? ci saranno altre tre stagioni di lost, che quindi finirà alla sesta…altro che ultima…

Il 22 Gennaio 2008 alle 14:14 lost ha scritto:

sono daccordissimo con qw3rty.ma che cosa scrivete? se dovete fare articoli tanto per fare cambiate argomento o almeno prima informatevi.non basta leggere una trama e qualche notiziola.

Il 22 Gennaio 2008 alle 16:44 claudiomel ha scritto:

Esatto..sanno tutti che “Lost” finirà nel 2010 e quest’anno, forse, ci saranno solo otto episodi a causa dello sciopero degli sceneggiatori. Può darsi che si faccia in tempo a girarne altri 8 oppure verranno attaccati alla stagione del prossimo anno. Fattostà che “Lost” fino al 2010 sarà in onda.

Il 22 Gennaio 2008 alle 22:45 ciccio7917 ha scritto:

Giusto qualcosa da dire ai signori Guido Castellano ed Elena Molinari. Innanzitutto chi è che ha subito uno stupro? E cosa c’entra la noce di cocco?
Vabbè passiamo alle cose serie… “Lost è uno dei primi esempi (riusciti) di “user generated plot”” … Lost è una serie basata sul mistero e i fan discutono e fanno teorie per svelare il mistero. NON fanno la trama. “Gli sceneggiatori del serial traggono spunto dal web per far morire protagonisti antipatici.” … se avessero davvero controllato sul web avrebbero letto che si dice che sia per problemi di alcolismo al volante. L’unica eliminazione avvenuta per le critiche del pubblico è stata quella di nikki e paulo, ma loro non sono mai stati protagonisti. “L’ultimo episodio della terza serie terminava, a sorpresa e in controtendenza, con un “flashforward” ossia con un balzo in avanti nel tempo” Guardatevi bene la definizione di SPOILER, un giornalista dovrebbe evitarli.
“Pericolo che corrono anche le puntate della quarta serie, forse l’ultima, tanto che la Abc ha pensato di venderle online a 2 dollari il giorno dopo la messa in onda”. Se ci sono solo 8 episodi è a causa dello sciopero degli sceneggiatori USA, di cui risentiranno TUTTE le serie USA e non ha nessuna attinenza con i Mobisode (che dovevano riempire l’attesa tra una stagione e l’altra) o con lo streaming (che è un ulteriore introito). Giusto per informazione… è da questa estate che gli autori hanno comunicato alla abc che lost avrà altre 3 stagioni da 16 episodi e che finirà nel 2010. Ma questo era prima dello sciopero.

Il 23 Gennaio 2008 alle 15:05 jackbauer ha scritto:

Chi mi ha preceduto ha già detto quanto basta. Trovo agghiacciante che certa gente venga stipendiata per scrivere tali inesattezze. Al di là di voci di corridoio totalmente inventate, lo sanno tutti che Lost finirà nel 2010. E la storia della “user generated plot” chi se l’è inventata? Bah.

Il 24 Gennaio 2008 alle 12:27 k74 ha scritto:

Bene, bene, bene! Da appassionata di Lost e da giornalista disoccupata quale sono mi sconcerta leggere certi articoli. L’esperienza vi dovrebbe insegnare, se non l’esperienza almeno il codice deontologico, che le notizie vanno verificate: è la prima regola che ci insegnano quando cominciamo a fare questo mestiere. Scrivere tanto per scrivere, o per riempire i cosiddetti “buchi”, è una tecnica che si addice alla pessima informazione. Se penso poi che sono a piedi, e che io questo articolo lo avrei scritto cento volte meglio mi viene davvero voglia di maledire i raccomandati di questo mestiere!

Il 24 Gennaio 2008 alle 12:28 k74 ha scritto:

Ah, aggiungo che lo avete anche scritto a quattro mani! Complimenti davvero!

Il 27 Gennaio 2008 alle 15:10 henrygale ha scritto:

“… Di loro si sanno minuzie quotidiane come drammi passati, la noce di cocco e lo stupro subito…”: c’è una versione di lost ridoppiata dai prophilax e non lo sapevo? “‘A noce de cocco fa bene aa pelle, fa bene ai capelli… certo, se t’a magnavi era molto mejo!”
Penso che avrei potuto scrivere quest’articolo GRATIS in maniera migliore, senza spoiler e senza sparare a caso noci di cocco e stupri.
Namastè

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