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Goliardi & futuristi: siamo un paese di Cecchini

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  • Tags: Filippo-Tommaso-Marinetti, fontana-di-Trevi, Graziano-Cecchini, Trinità-dei-monti
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dipingere con i colori della Roma il duomo di Milano
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Di Pietrangelo Buttafuoco

Trinità dei Monti bagnata di palline. “Come nella pubblicità della Sony” puntualizza Laura Ravetto, parlamentare di Forza Italia ma pur sempre avvocato d’affari e perciò demoplutocrate: “Come nello spot della pioggia di palline su San Francisco. Il Cecchini poteva farsi pagare dallo sponsor, no?”.
Trinità dei Monti invasa di palline fino a riempire la Barcaccia. Ma in principio fu Fontana di Trevi rossovestita. La Roma delle cartoline è diventata una tabula rasa da riempire con performance artistiche estemporanee e Graziano Cecchini, il futurista pedinato dalla forza pubblica (il futurpallista, il guastatore che ha restituito l’Urbe al mondo aggiornata come neppure Maurizio Cattelan saprebbe fare), ne è diventato il profeta indiscusso. E senza guadagnarci un soldo. A dispetto dei mercanti d’arte contemporanea e degli sponsor.
Palline a disposizione dei pallinari, dunque. Duccio Trombadori, aristocratico romano, poeta, artista, si definisce pallinaro, sottoscrive il gesto plateale di Cecchini, così come Paolo Liguori, direttore del TgCom, ma soprattutto artefice nell’anno 1967+1, quando faceva parte del gruppo situazionista Gli uccelli, di una strepitosa orchestrazione alla facoltà di architettura a Roma: fece srotolare 500 metri quadrati di moquette rossa per portarvi 200 pecore a brucare, “Un gregge di pecore dedite al pascolo tra i saperi”. E Liguori ha in mente una performance da fare subito: “Un picnic nei giardini del Qurinale con gli amici miei e i cannoli di Totò Cuffaro”.
L’arte e la beffa, dunque. E la beffa nell’arte. Pierluigi Battista, vicedirettore del Corriere della sera, coinvolto in questo gioco dei propositi estemporanei, vorrebbe radunare e mobilitare un gruppo di “amici miei” armati di funi e “ripetere lo scherzo della Torre di Pisa che cade”. Oppure fabbricare altri falsi Modì, quelli della beffa delle sculture fatte trovare in un canale a Livorno e poi certificate come autentiche da Giulio Carlo Argan in persona.
La beffa, le palle e la sfera, allora. “Dopo il rosso, dopo quelle multicolori” dice Anna Scavezzon, veneziana, imprenditrice del restauro dei beni culturali, “userei il bianco totale. Una gigantesca sfera in materiale plastico morbido, leggero e sufficientemente deformabile da far circolare per le vie del centro”.
Una beffa da contagio situazionista se anche un compassato signore degli affari, Francesco Bellavista Caltagirone, presidente di gruppo Acqua Marcia, si lascia catturare: “Quando ho appreso dell’iniziativa futurista sulla scalinata di Trinità dei Monti, ho pensato che per me, da romanista, una vera goliardata sarebbe colorare il Duomo di Milano di giallorosso”.
Il contesto è filosofico se un illustre maestro del pensiero qual è Giulio Giorello (accompagnato da un codazzo di puri folli come Gianluca Nicoletti) non resiste alla chiamata del pittore e sommo artista Filippo Martinez e arriva puntuale ogni anno al raduno degli Zorro a Oristano. Loro sono quelli dell’Accademia perduta del Giudicato d’Arborea, magnifici custodi della fantasia, e ci vuole immaginazione e capriccio a voler vestire di nuovo tutt’Italia. Bellezze naturali comprese.
Alessandro Ortenzi, storico del Futurismo, in vista dell’anno che verrà, il 20 febbraio esattamente, centenario della pubblicazione del Manifesto futurista su Le Figaro, propone di “cannoneggiare le piste di Cortina con neve artificiale verde per trasformare così la perla delle Dolomiti in una primavera di prati verdeggianti”. E sempre neve propone Giorgia Meloni, vicepresidente della Camera dei deputati che, futurista per ascendenze culturali, la butta così: “Diffido Cecchini dal copiarmi l’idea, farò piovere neve tricolore sull’Altare della patria”.
E sempre neve ci fu in principio. Umberto Scapagnini, sindaco di Catania, nel trionfo del barocco di pietra lavica etneo, fece bianca tutta la salita di S. Giuliano e vi fece una discesa in perfetta tenuta da sciatore. Convocato nel gioco, Scapagnini propone oggi questa provocazione: “Un ologramma di San Sebastiano trafitto anziché dalle frecce dai sacchi di monnezza, un ologramma da far levitare nei cieli di Napoli”.
La provocazione urge d’attualità. “Nel nuovo centro commerciale di Renzo Piano fatto a forma di Vesuvio sotto il Vesuvio caricare tutta la monnezza di Napoli” così dice Manuel Orazi, storico dell’architettura, redattore della scicchissima editrice Quodlibet, inutilmente scongiurato a trovarne un’altra di pensata rischiando come rischia di vedersela brutta nel futuro con un Piano addosso.
Sempre immondizia è quella evocata dallo scrittore Massimiliano Parente, da depositare dentro i confini dello stato vaticano (là dove i futuristi, però, lasciavano piovere rose profumatissime). Ma provocazione è provocazione e Roberta Torre, regista, vorrebbe “svelare i piselli occultati delle statue virili al Foro Italico. Servirebbe a far da prosecuzione ideale con la sfilata delle ragazze che battono sulla Salaria”. E provocazione è, insomma, denuncia.
“I futuristi non facevano boutade” avvisa severa Beatrice Buscaroli, curatrice a Bologna della mostra sull’Aeropittura: “Ogni volta che si evoca Filippo Tommaso Marinetti, per un delitto d’ignoranza unito alla malafede, s’aggiunge un’idea di buontempone che però non esiste, amava la lingua italiana, lui, e l’unico scherzo da fare adesso sarebbe quello di stampare sulla Gazzetta ufficiale la proibizione dell’uso di locuzioni guaste tipo, “assolutamente sì”, “quant’altro” e “silenzio assordante””.
Anche i libri possono diventare materiale esplosivo, ci fa un pensiero il giornalista Antonio Socci immaginando i lampadari “dell’Università La Sapienza coi libri del cardinal Bellarmini appesi, pronti a scivolare in testa ai professori che non hanno voluto ricevere il Papa al grido di “e pur si muove!””.
Ma tra palle e colori in libertà, forse paga pegno la furberia dell’arte messa a mercato. Umberto Croppi, direttore generale di Valore Italia, la società di Stato che protegge il made in Italy, l’aveva pensata proprio bene: “Quando Cattelan impiccò i fantocci dei bambini a Milano, con un mio amico realizzammo un manichino iperrealista di Cattelan da impiccare altrettanto platealmente ma per rivenderlo allo stesso Cattelan”.
Roberto Floreani, un altro artista, assai pratico di futurismi, giusto in tema di denari ha ribattezzato Cecchini “Futurgraziano”: “Ha lasciato la libertà anche al vigile di fotografare la cascata colorata da Trinità dei Monti e a tutti di vendere su internet le palline recuperate per terra, uno scherzetto da 20 mila euro nelle mani di tutti”. Viva Futurgraziano, “ha sconfitto la supponenza dell’arte contemporanea e l’usura dei mercanti: 500 mila (palline) a zero”.

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  • redazione
  • Sabato 26 Gennaio 2008
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