- Tags: arte, fotografia, mostre, Ugo-Mulas
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Un indelebile imprinting visivo, questo è il lascito delle fotografie di Ugo Mulas, nato a Pozzolongo nel bresciano da genitori sardi nel 1928 e morto nel 1973. Eppure proprio lui a lungo non è stato neppure sicuro che fare fotografie fosse un’arte; quell’oggetto meccanico per scattare immagini gli era stato messo in mano per caso al Bar Jamaica di Milano, ritrovo, fra una gioventù bohemienne e vitellona, di artisti, musicisti e scrittori, come Piero Manzoni, Emilio Tadini e Enrico Baj.
Erano gli anni fra il Cinquanta e il boom; a Mulas è bastata una sola lezione: “Un centesimo e 11 al sole, un venticinquesimo e 5,6 all’ombra”, per iniziare. Ma il virus artistico che si respirava al Jamaica gli è rimasto addosso, e al grande fotografo interessava cogliere sul fatto La scena dell’arte. Proprio questo è il titolo di una doppia mostra a cura di Anna Mattirolo, Pier Giovanni Castagnoli e Lucia Matino, articolata in due sedi: a Roma, al Maxxi, fino al 2 marzo e a Milano, al Pac fino al 10 febbraio. Oltre 500 gli scatti che saranno riuniti ed esposti dal 26 giugno fino a ottobre alla Gam di Torino (con catalogo monumentale edito da Electa).
In principio c’è proprio il mondo dell’arte, e le prime foto di Mulas ritraggono Carlo Carrà e Gino Severini, ma a Mulas quegli artisti sembrano già monumenti di loro stessi: “Mi parevano dei superstiti, avrei dovuto fotografarli prima, nel ‘10, nel ‘12″. E poi fotografa la “meglio gioventù” del Jamaica con Piero Manzoni stravaccato con la cicca pendente in bocca. in una Milano arcaica con grinta da vendere.
Gli scatti sono esposti a Roma assieme a una intera carrellata di grandi artisti del Novecento, da Alberto Burri che brucia i suoi sacchi, a Fausto Melotti dallo sguardo enigmatico, un sontuoso De Chirico fra orpelli e cornici nel caos di diluenti colori e oli, Alexander Calder che gioca con i suoi mobiles, il taglio nella tela di Lucio Fontana, che ha la stessa intensità di una scena hitchcockiana, anche si sa che è una finta. Le foto nel loro rigoroso bianco e nero scorrono su tutta una parete del lato lungo del Maxxi con un movimento di articolazioni laterali ed è un bellissimo sguardo indietro all’Italia degli anni del boom fino alle tempeste del ‘68. La fotografia di Mulas che documenta arte e artisti è al contempo un contestuale dato artistico non meno importante, le sue immagini diventano una “forma critica d’arte non verbalizzata” come ha scritto Giulio Carlo Argan.
A Milano c’è il reportage dello sbarco di Mulas a New York, un viaggio fatto a sue spese e a suo rischio, ma arrivato lì ha il pass del gallerista Leo Castelli e di Alan Solomon, direttore del Museo ebreo, conosciuti alla Biennale del ‘64, per esser ammesso nel sancta sanctorum della factory di Andy Warhol, e poi nello studio di Jasper Jones; uno scatto con Roy Lichtenstein che duetta con il personaggio femminile di un suo gigantesco fumetto con tanto di balloon che gli esce di bocca e Frank Stella colto nella maniacale quotidianità delle 10 ore di lavoro al giorno. Mulas cercava quell’arte e quell’arte cercava lui, un grandissimo reporter, che crea un oggetto da vedere che è anche il più esatto discorso sull’arte.
- Venerdì 1 Febbraio 2008










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