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Il museo: un’istituzione antica ma spesso ancora poco conosciuta come invece meriterebbe in un paese come il nostro che da solo secondo l’Unesco ospita un terzo dell’intero patrimonio artistico mondiale. A dissezionare questo topos della cultura contemporanea ci prova adesso l’architetto-museografo Andrea Perin che con il suo Cose da museo-Avvertenze per il visitatore curioso, edito da Eleuthera, offre al lettore le istruzioni per l’uso.
Perché ha scritto questo libro?
Quello che mi ha sempre colpito quando si parla di musei è che si passa sempre da un estremo all’altro. Per qualcuno il museo è un tempio della cultura, per qualcun altro addirittura luogo della noia, dove si va perché si deve ma se si può evitare è meglio. Ecco, io volevo fornire al lettore gli strumenti per giudicare e capire come funziona il museo come istituzione, mostrandone le motivazioni che ne giustificano l’esistenza, e spiegando come si scelgono le opere esporre, con che criterio, da dove arrivano, che fine fanno i soldi che si pagano per il biglietto.
Negli ultimi 30 anni si è assistito ad una sorta di boom dei musei. Un esempio per tutti gli Uffizi. Boom di visitatori, intendo. Perché? E i musei sono cambiati veramente?
Secondo me il boom è legato all’invenzione del tempo libero. Fino a 30 anni fa la maggior parte delle persone passava il tempo a lavorare. Liberare il tempo, limitare il lavoro alle 8 ore al giorno per 5 giorni a settimana ha fatto sì che un sacco di gente avesse adesso nuovi spazi della propria giornata a disposizione.
I musei si sono dovuti adeguare. Mentre prima erano frequentati tutto sommato da un’élite culturale, adesso il pubblico si aspetta anche di divertirsi al museo oltre che di trovare una facilità di conoscenze e apprendimento.
Quali rimangono i punti critici dei nostri musei?
Ce ne sono tanti. Secondo me tra i più rilevanti c’è la capacità di comunicare. Molto spesso accade che la gente esca dal museo e ne sappia quanto prima. La parte che nel museo dovrebbe essere dedicata alla spiegazione è sempre limitata, si fa fatica a capire bene. Molto spesso, per esempio nelle Pinacoteche, c’è solo il nome del pittore e il titolo dell’opera. E francamente è un po’ poco.
Un fenomeno degli ultimi anni è quello delle mostre-evento che attirano migliaia di visitatori. Una bella operazione di marketing per riempire luoghi che altrimenti non visiterebbe nessuno?
Dipende. C’è un aspetto che è stato definito “mostrismo” che è una delle poche occasioni in cui l’arte può fornire una rete economica per chi organizza le mostre. Diciamo che ci sono mostre serie, con uno studio scientifico dietro, con opere che altrimenti sarebbe difficile vedere e sono dunque mostre molto importanti. Ci sono però anche le mostre furbe, che non mantengono le promesse che fanno, quelle che dicono che ci sono 100 capolavori e poi non è vero, quelle che ti presentano il nome altisonante e poi in realtà c’è ben poco.
Può farci un esempio?
C’è stata una mostra dedicata a Caravaggio a Milano. È ovvio che se la presenti come una mostra di Caravaggio, ma dell’autore ci sono solo 4 o 5 tele, succese che il visitatore ha la sensazione di essere stato attirato ma non soddisfatto.
Il suo museo ideale?
Il mio museo ideale è quello con poche opere esposte, una grande rotazione dei pezzi in magazzino e una grande capacità di comunicazione di quanto esposto, con racconti e percorsi che il pubblico può scegliere. Oggi il modello più innovativo resta per me quello delle British Galleries del Victoria & Albert Museum di Londra perché c’è un’interattività molto forte con il pubblico. C’è la possibilità di toccare le ceramiche, che da noi di solito è vietato, si può indossare un’armatura, e le informazioni che vengono offerte sono importanti, perché un conto è vedere un’armatura, un conto è indossarla e sentirne il peso. Ma è un esperimento molto anglosassone, non so se sarebbe possibile in Italia.
- Lunedì 11 Febbraio 2008










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