Di B. Rahman - Da Kabul
A Kabul è già sera, gelida, scura e senza anima. Il telefonino squilla dopo circa una settimana che attendevo con ansia una chiamata particolare. La telefonata arriva da un negozio che vende dvd con i film di Bollywood, l’impero del cinema indiano. Il negozio si trova a Share e Naw, nel centro di Kabul. Una settimana fa avevo chiesto una copia pirata del controverso film Il cacciatore di aquiloni, censurato in Afghanistan.
Prendo al volo un taxi per arrivare il prima possibile, ma quando entro nel negozio noto che ci sono ancora dei clienti. Il proprietario mi fa cenno di aspettare che siano usciti tutti. Uno dei venditori si chiama Sami ed è un ragazzo hazara, la stessa etnia di Hassan, uno dei protagonisti del Cacciatore di aquiloni. Lo chiamo “Hollywood enciclopedia”, perché sa tutto sul cinema e sulle pellicole in circolazione. Sami si avvicina e mi sussurra: “Il tuo film è arrivato”.
L’Afghanistan è una terra di sorprese. Dopo una ventina di minuti si apre la porta del negozio ed entra un ragazzino con una piccola borsa di plastica nera, che consegna al proprietario. Gli chiedo se è quello che aspettavo e lui mi risponde sì prima di dileguarsi. Poi inizia una lunga trattativa con il negoziante e alla fine ci accordiamo per un prezzo di 40 dollari per la copia pirata del film di Marc Foster, tratto dal best-seller Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini.
Consegnandomi il dvd mi fa promettere di non citare il suo nome nell’articolo e mi consiglia di stare molto attento a girare per Kabul con questo film. Anche il volto di Sami denuncia la tensione e mormora qualcosa sull’imbarazzo degli hazara. Nel film Hassan, suo coetaneo hazara, viene violentato e Amir, l’amico pashtun, sta a guardare, incapace di intervenire.
Il cacciatore di aquiloni è stato proibito un mese fa dal ministero dell’Informazione e della cultura. La pena prevista per i trasgressori è 10 mesi di prigione e una multa di 1 milione di afghani (13.700 euro, un’enormità in Afghanistan). Una punizione spropositata per un film che ripercorre il destino del mio paese negli ultimi 30 anni di guerra dopo lo Shah (l’ultimo re afghano Zahir Shah, ndr).
L’appuntamento con un gruppo di giovani afghani, soprattutto hazara, per vedere di nascosto Il cacciatore di aquiloni è alle 8 del mattino davanti alla sede di un giornale critico nei confronti del governo afghano. Il piano è utilizzare come schermo, in redazione, uno dei computer portatili che abbiamo portato, per far girare il dvd pirata. Decidiamo di dividerci a metà: un gruppo guarda il film e l’altro controlla che nessuno ci veda.
Il film racconta la disgraziata storia recente dell’Afghanistan attraverso l’amicizia di due bambini, Amir e Hassan, che in realtà sono figli dello stesso padre anche se non lo sanno. Il primo è il pargolo di una ricca famiglia pashtun, l’etnia maggioritaria in Afghanistan, musulmano sunnita. Il secondo è il figlioccio del servo, della minoranza hazara di fede sciita. I due ragazzini sono molto legati e imbattibili in coppia nei tornei cittadini di volo degli aquiloni. La storia della loro amicizia felice ha un solo, terribile buco nero. Hassan, il figlioccio del servo, viene violentato da una banda di teppisti pashtun e Amir non lo difende. Poi la situazione precipita con l’invasione sovietica degli anni Ottanta, la guerra civile e l’avvento dei talebani.
La famiglia benestante di Amir lascia il paese per ricostruirsi una vita negli Stati Uniti, fino a quando non arriva una telefonata che riapre le porte del passato. Ad Amir, ormai diventato un uomo, giunge la richiesta di aiuto per Shorab, il figlio di Hassan. Il vecchio amico e fratellastro è stato assassinato dai talebani perché difendeva dall’esproprio la casa della famiglia di Amir. Shorab è mezzo schiavo nelle mani di Asef, uno degli stupratori di Hassan diventato comandante talebano, che lo costringe a danzare per la sua lussuria. Amir non ci pensa due volte e torna in un Afghanistan devastato e dominato dai fondamentalisti per riscattare la sua codardia durata vent’anni e salvare il piccolo orfano.
Dopo la proiezione clandestina scatta un’infiammata discussione. “Il cacciatore di aquiloni riflette la realtà. Quando Asef (l’aguzzino pashtun dei protagonisti hazara del film, ndr) dice ad Hassan che questo paese è solo per i pashtun (l’etnia maggioritaria, ndr) e non c’è posto per gli sporchi hazara, mi è chiaro perché i talebani (pashtun duri e puri, ndr) continuano ad avere appoggi” si lamenta l’hazara Sayed Asef Hussaini. Ventisette anni, poeta e scrittore, aggiunge che il film “dovrebbe venire proiettato in tutto l’Afghanistan per rendersi conto delle discriminazioni etniche e farla finita”.
I ragazzi afghani che hanno visto il dvd sono comunque colpiti dalla figura del padre di Amir Agha, il protagonista. Agha Saib non è un ex comunista, tantomeno un mullah, e non si fa influenzare dall’Occidente. In realtà è un simbolo laico di cui abbiamo bisogno in Afghanistan.
Il giorno dopo ho appuntamento con un altro gruppo di giovani, questa volta pashtun che aderiscono ad Afghan millat, partito che in passato voleva espellere tutte le altre etnie dall’Afghanistan. Il cacciatore di aquiloni lo hanno guardato in casa, da soli. “Hosseini ci ha dipinto come dei mostri. Molti aspetti che si vedono nel film sui talebani e sui pashtun non sono veri. Lo hanno fatto per guadagnarci” attacca Aminullah Yousufzai. Un altro del gruppo, Jamal Nadiri, approva e sostiene che Il cacciatore di aquiloni “vuole fare vedere che i pashtun sono cattivi e gli hazara buoni”.
Dal ministero dell’Informazione e della cultura rincarano la dose e sostengono che la pellicola ha umiliato i pashtun, la più grande e orgogliosa etnia dell’Afghanistan. L’umiliazione si sarebbe estesa anche a tutti i pasthun al di fuori delle frontiere afghane, in particolare a quelli che vivono nel vicino Pakistan.
Prima di guardare il film avevo deciso di andare al ministero per farmi spiegare le ragioni di tanto allarme. “Il cacciatore di aquiloni è un deprecabile e inaccettabile attacco contro le etnie del nostro paese” sostiene Najibullah Manali, il consigliere culturale del ministro.
Gli chiedo quali sono le scene che hanno fatto scattare la censura. Manali ci pensa su un paio di minuti e alla fine dichiara: “Lo stupro di Hassan e le danze erotiche del ragazzo hazara, Shorab”.
Gli faccio notare che la pratica di far ballare sensualmente i minorenni e ben altre atrocità sono state un’usanza comune nelle zone pashtun durante la guerra. Dopo un attimo di imbarazzato silenzio il consigliere del ministro si riprende e dice: “Prossima domanda?”. Allora gli chiedo se ha visto il film. Risponde di no, ma chiarisce che “per chi lo vende o lo guarda abbiamo chiesto una punizione severa, esemplare, secondo le leggi vigenti in Afghanistan”.
L’ingegnere Latif, responsabile dell’Afghan film controllata dallo stato, fa parte della commissione che ha censurato Il cacciatore di aquiloni. “Questo film ha alcune scene antislamiche e inaccettabili per la gente dell’Afghanistan” sostiene Latif. “Può portare le etnie sull’orlo di riprendere la guerra (una guerra civile che sconvolse il paese negli anni Novanta e portò al potere i talebani, ndr)”. Anche Latif, però, non ha visto il film e parla per sentito dire. La decisione di proibire Il cacciatore di aquiloni la dice lunga sulla sensibilità del tema etnico in Afghanistan.
Dopo la deludente visita al ministero dell’Informazione e della cultura vado in un internet caffè per controllare la mia posta elettronica. Sabrina Saqib, la più giovane parlamentare afghana, mi ha risposto accettando di parlare liberamente e coraggiosamente del film di Foster. “Questa pellicola è un esempio di arte cinematografica, perché mostra l’Afghanistan di cui noi abbiamo paura di parlare” spiega Sabrina. Lei ha visto il film a casa di un amico, che non vuole menzionare. La nuova generazione si batte per ricostruire con coraggio il paese, mentre quella precedente continua a puntare sul dominio delle etnie. Mentre parlo con Sabrina arriva la telefonata di un’altra parlamentare, Shukria Barakzai, in viaggio negli Stati Uniti. “Dobbiamo fermare la censura voluta dal ministero” sostiene Barakzai. “È una decisione totalmente inaccettabile”.
Giornali, radio e televisioni in Afghanistan non parlano del film perché il divieto riguarda anche gli articoli e i servizi sull’argomento. Solo due testate hanno descritto in breve la pellicola, ma il vero e incompreso messaggio del Cacciatore di aquiloni è di speranza. Possiamo tornare a vivere di nuovo in pace, ma pochi lo capiscono e preferiscono difendere la dignità perduta della tribù o dell’etnia di appartenenza. Invece Hassan sapeva che giustizia e libertà prima o dopo ritornano, un giorno o l’altro, come il volo del suo aquilone.
(Ha collaborato Fausto Biloslavo)
- Giovedì 21 Febbraio 2008








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