Archivio di Marzo, 2008

Aspiranti rockstar di tutto il mondo, prendere una videocamera e filmatevi mentre date il meglio di voi suonando come una vera leggenda del rock con qualunque cosa vi capiti a tiro, dalla racchetta da tennis al manico di scopa, fino alla finta chitarra che sostituisce il joystick nel popolarissimo Guitar Hero. Il gioco, il cui terzo capitolo, The legends of rock, è uscito da pochi mesi, permette a chiunque sia dotato di una PS2, ma anche 2, di una Nintendo Wii, dell’Xbox 360 o di un semplice Pc, di fare il verso ai propri idoli.
Premendo nella giusta sequenza i 5 tasti che si trovano sulla chitarra al posto delle corde, si suona il brano desiderato. E in questa ultima versione di brani ce ne sono molti, tra cui tantissimi classici come Paint it black, dei Rolling Stones e Anarchy in the UK dei Sex Pistols. Per i veri appassionati è in vendita perfino la colonna sonora. Alcuni pezzi sono suonati nei demo da chitarristi famosi, primo tra tutti Slash, ex chitarrista dei Guns’n Roses, che può essere emozionante emulare. Ma la modalità multiplayer, aggiunta a questa ultima edizione, dà anche la possibilità di sfidare online altri aspiranti chitarristi.

Ora però si può fare un passo ulteriore: filmando la propria performance e inviando il video al sito Release Your Rockstar (libera la tua rockstar) si partecipa a un concorso che vede in giuria Lemmy Kilmister, frontman dei Motorhead. Si può vincere la possibilità di diventare un personaggio del gioco e addirittura di suonare su vero palco.
Alcune delle performance che partecipano al concorso
L’Air guitar, ovvero l’arte di far finta di suonare la chitarra, non è mai stata così di moda, la tecnologia ha solo reso più realistica la sensazione di suonare e più agevole la possibilità di creare delle community di appassionati. Di sicuro tutta la serie di Guitar Hero, e in particolare questa terza puntata, ha avuto il merito di creare dei personaggi, che si sono fatti un seguito online.
Come il 33enne canadese Justin, autoproclamatosi il migliore del mondo nella ostica disciplina di pigiare dei tasti per imitare il suono di una chitarra. La persona che posterà il maggior numero di commenti al suo ultimo video, nel quale lancia il guanto di sfida (ma in realtà l’unica cosa che sventola davanti alla webcam è una lattina di Budwiser), avrà l’onore di confrontarsi con il maestro in persona, online, venerdì 4 aprile alle 3 e 33 del pomeriggio (ma non siamo sicuri di quale fuso orario). Al suo canale su YouTube, dove ha postato la bellezza di 57 video delle sue prodezze, sono iscritti quasi 10.000 fan. Verrà arruolato ad honorem nella competizione ufficiale?
Justin lancia la sfida per il titolo mondiale

Jessica Alba prémaman e il suo compagno nella serata degli Oscar
Prima ancora di quella non poco impegnativa e prossima della maternità, Jessica Alba ha dovuto sostenere altre due prove: sperimentare la cecità e, in poco tempo, imparare a suonare il violino. In The eye, film in uscita in Italia il 4 aprile, la futura mamma - il figlio avuto con il compagno Cash Warren, produttore cinematografico, dovrebbe nascere a giugno - si trova a interpretare una violinista cieca, in un inquietante thriller sovrannaturale.
In esclusiva per Panorama.it una clip del film:
The eye
L’attrice statunitense interpreta Sydney, una famosa concertista suonatrice di violino, non vedente a causa di un incidente avuto nell’infanzia. Grazie a un doppio trapianto di cornea, però, riacquista la vista. E mette a fuoco, pian piano, un mondo non noto. Ma anche popolato da presenze inspiegabili e terrificanti che solo lei vede. I suoi occhi si aprono su una realtà terrificante, non visibile agli altri.
Si tratta di memoria cellulare, ovvero il fenomeno per cui il destinatario di un trapianto mostra caratteristiche del donatore. È questo il principio scientifico su cui i registi David Moreau e Xavier Palud hanno giocato per creare suspense al limite dell’horror, ispirandosi alla pellicola asiatica cult del genere che porta lo stesso nome, diretta dal duo cinese Danny e Oxide Pang.

“Sydney è un ruolo che rappresenta una sfida, e che ha richiesto molta preparazione” dice l’attrice. “Stavo proprio cercando il giusto film thriller-horror da interpretare, ma la maggior parte di essi sono pesanti e volgari. The Eye invece è molto di classe, elegante e ben scritto, e Sydney è una persona unica, interessante. Il suo viaggio, il processo per riguadagnare la vista e tutto ciò che successivamente deve affrontare, mi ha molto intrigato”.
Per realizzare la pellicola, Jessica ha iniziato a prendere lezioni di violino quattro mesi prima delle riprese, mentre stava girando il secondo film de I fantastici quattro. La sceneggiatura infatti necessitava che Sydney recitasse diverse scene nelle quali le sue capacità al violino dovevano essere ben mostrate. “Mi sono dovuta allenare per mesi per imparare come tenere in mano l’archetto e il violino in modo corretto” racconta l’attrice, “e questa è solo la metà della battaglia. Suono complicati brani classici nel film, così ho dovuto imparare come suonare davvero le note”. Inoltre, per essere credibile nell’interpretare una donna cieca, ha vissuto diverso tempo alla New Mexico Commission per i Ciechi (NMCB) e ha ricevuto un addestramento sotto la supervisione di un istruttore certificato per l’orientamento e la mobilità.
Il prodotto finale è un lungometraggio che alterna momenti di terrore puro ad altri dall’alone misterioso. Con atmosfere angoscianti che nulla hanno a che fare con quelle solari della serie tv con cui ha dettubato Jessica. Ve la ricordate? Nel 1995 era Maya, la ragazzina protagonista per due stagioni di Flipper, il telefilm con l’amico delfino. Qui un filmato da Youtube:

“Allah Ouakbarh!”, “Dio è grande!”. A Ouarzazate, “grande” Dio lo è stato davvero. Non ci è voluto molto: sono bastate una catena di cime montagnose innevate, oasi e dune a perdita d’occhio per trasformare un pugno di casbah di color ocra in una delle città più ambite dall’industria cinematografica mondiale. Hollywood ne è ormai sicura: La Mecca non si trova in Arabia Saudita, ma in questo paesaggio da urlo immerso nel sud del Marocco.
Tutto inizia nel lontano 1984, quando i produttori di un Diamante sul Nilo convincono Michael Douglas che la sua folle fuga dai cartelli colombiani non si concluderà tra le piramidi di Luxor, ma a Ouarzazate. Apriti sesamo! Oltre agli scenari naturali, gli americani scoprono una manodopera a buon mercato, tecnici discreti e un risparmio del 50 per cento sui costi di produzione. Le star hollywoodiane fanno la coda: da Ridley Scott (Kingdom of Heaven) a Oliver Stone (Alexander), passando per Brad Pitt (Babel) e Penelope Cruz (Sahara), negli ultimi vent’anni Ouarzazate ha accolto decine di megaproduzioni che vedono in prima linea Dino de Laurentiis, proprietario di due studi di produzione. Secondo le cifre fornite dal Centre Cinématographique Marocain (CCM), le ricette raccolte con i set di Ouarzazate avrebbero fruttato 1,5 miliardi di dirham nel 2007 (circa 130 milioni di euro). Una somma astronomica che le case di produzione marocchine si dividono senza tanti scrupoli ai danni dell’economia locale.
Un reportage pubblicato dal settimanale marocchino Tel quel descrive “una città facile da descrivere. La stessa da anni: tre o quattro immensi viali inutili, tre o quattro ristoranti, tre o quattro bazar e un’impressione di abbandono per colui che la visita”. Arrivarci è un inferno: “i voli hanno un ritardo regolare di due ore, dopo di che bisogna percorrere una strada pericolosa e stretta che attraversanole montagne del Tichka. Roba da scoraggiare anche i più testardi”. Ma il peggio deve arrivare: tra le testimonianze raccolte fra la popolazione locale c’è chi non esita a denunciare lo sfruttamento di cui sono vittime gli abitanti di Ouarzazate. “Dalle nostre parti il tasso di disoccupazione giovanile è altissimo. I nostri giovani passano le loro giornate a non fare nulla. Il vuoto viene colmato per due settimane di riprese in cui ci trattano come bestie per 150 dihram al giorno (13 euro, ndr)”. Poi il nulla. Se Ouarzazate si è rivelata una miniera d’oro per il mondo del cinema, un destino ben diverso è stato riservato ai suoi abitanti. Dalla fiction alla realtà, si sa, c’è un abisso.

Di Chiara Risolo
“Qualche giorno fa, mentre compravo sigarette a un distributore automatico, si è avvicinato un tizio. Mi ha chiesto un autografo e poi abbiamo iniziato a chiacchierare. Alla fine mi ha detto: ‘Non lo avrei mai pensato, eppure sei un tipo normale e simpatico’. Mi ha fatto piacere sentire queste parole”.
Morgan, al secolo Marco Castoldi, racconta questo breve aneddoto tradendo una certa soddisfazione, quasi fosse lui, per primo, a voler suggerire al mondo: “Non sono la star mefistofelica, sovversiva e provocatoria che i media da sempre dipingono”. Uno stereotipo dunque? Da sempre funziona il cliché della rockstar maledetta. Ma Morgan, gentiluomo come il pirata, sembra diverso. E chi segue X-Factor, il reality musicale di Raidue, se ne sta accorgendo.
Sotto manciate di gel, secchiate di fondotinta e abiti da fare invidia a Lord Byron, in fondo c’è un ragazzo del ‘72, cresciuto nella borghese Monza. Anzi, per la precisione, Morgan ha vissuto i suoi primi 16 anni a Muggiò, un puntino di cemento in provincia di Milano popolato da commercianti dediti a “fa’ i dané”. Come a dire: puoi girare il mondo con un microfono in mano, crescere a pane e Bach, citare Edgar Lee Masters, ma la genuinità della provincia (per fortuna) ti resta addosso.
“Sono un ragazzo normale che fa cose normali” racconta mentre butta giù Coca-Cola. E quali sarebbero queste cose normali? “Vado all’Ikea. Quasi tutti i mobili di casa mia sono dell’Ikea. Vado al supermercato. Mi siedo sulle panchine a parlare con i vecchi. Faccio i conti con mia mamma”.
Viene quasi voglia di farselo ripetere: “Scusi, ha detto con la mamma?”. “Sì, con lei”. Stupisce un po’ immaginarseli seduti a un tavolo a ordinare bollette di luce, gas e telefono, ma è così e mentre sillaba la parola mamma sembra che dica: “Guai a chi me la tocca”. Del resto, se chiedi a Morgan quali siano le persone che più di altre hanno segnato la sua vita, dal mazzo dei ricordi non tira fuori un qualche filosofo o poeta maledetto, bensì mamma e papà. E gli cambiano pure i connotati, rilassa d’improvviso i muscoli facciali, che normalmente sembrano contratti.
“Prima di tutto devo ringraziare i miei. L’amore per la musica lo devo a loro. In casa mia non circolavano dischi di Orietta Berti e Gianni Morandi. Sono venuto su a Pink Floyd io, a Talking Heads, Rolling Stones, a Bach e Debussy. Quando mia madre mi domandava che giacca volessi per l’inverno, io le dicevo: ‘Il sintetizzatore. Se ho freddo metto quello sulle spalle’”.
E i desideri non sono cambiati. “In casa oggi ho più tastiere elettriche che calzini. Spendo una fortuna in strumenti musicali, ma il denaro è un mezzo e va usato. Per la musica e la cultura in generale poi è sempre ben speso”.
Ne è così convinto che diventa una iena se sa che qualcuno scarica musica dal web. “Perché bisogna rubare la cultura? Perché la gente non spende soldi per libri e cd?” incalza, e intanto alza la voce. L’osservazione “forse costano troppo, signor Morgan” lo indispone ancora di più e rilancia: “Perché nessuno rompe i cosiddetti se una serata in discoteca costa 50 euro?”.
Un discorso così mica te lo aspetti da lui. E invece il ragazzo col nome da pirata stupisce un’altra volta. Ha lasciato sbigottiti non pochi spettatori di X-Factor: ha un misto di equilibrio e di giocosa trasgressione. E senso paterno. E solidità artistica: si sente “un insegnante di armonia”, più che un modello. E per giunta fa il giudice, ruolo a rischio bacchettonismo, seduto al tavolo a fianco di Mara Majonchi e Simona Ventura.
Come le sue colleghe di X-Factor ha in carico un gruppo di aspiranti rockstar e durante l’intervista i suoi ragazzi bussano più volte al camerino per chiedergli consigli e lui si dà senza se e senza ma: per nulla infastidito, gli ridono gli occhi, è felice.
Diventano tristi, ma di una tristezza che spiazza, quando la conversazione cade su Asia Argento, sua ex compagna. Dopo qualche resistenza Morgan ammette che il loro è stato “un amore malato”, una follia di cui pagherà le conseguenze la figlia Anna Lou. “Ho una pessima opinione di Asia” dice. “Lei non si fida di nessuno, cambia idea ogni sei secondi”. Diventa talmente piccolo e indifeso che scompare sulla chaise-longue da cui fino a un attimo prima faceva la parte della star intervistata. E allora è meglio spegnere il registratore. E salutare Marco Castoldi e Morgan.

Il cacciatore di aquiloni
Quando i romanzi amati arrivano sul grande schermo, l’attesa è sempre controversa, tra la speranza di rivivere le emozioni del libro e la paura di dover mettersi le mani nei capelli. E se con L’amore ai tempi del colera, nonostante due bravi attori come Bardem e Mezzogiorno, ha prevalso la delusione, ora arriva la prova del nove per Il cacciatore di aquiloni, il best seller di Khaled Hosseini tradotto cinematograficamente dalla regia di Marc Forster e dalla sceneggiatura di David Benioff. Il 28 marzo giunge nelle sale italiane, dopo che negli Stati Uniti ha diviso la critica. E dopo che i ragazzini che hanno interpretato i protagonisti Amir e Hassan, e anche i ruoli minori Sohrab e Omar, sono stati allontanati dall’Afghanistan e accompagnati negli Emirati Arabi, coi loro famigliari, dalla Paramount, al salvo dalle minacce dei talebani.
Qui il trailer da Youtube:
Il 28 marzo segna l’arrivo nelle sale anche di un doppio Elio Germano. L’attore antidivo del nostro cinema, il più bel talento degli ultimi tempi, è protagonista sia di Tutta la vita davanti sia di Nessuna qualità agli eroi.

Tutta la vita davanti
Il primo film è firmato da Paolo Virzì, che rinnova il feeling lavorativo con Germano, già scelto dal regista per N (Io e Napoleone). “Elio Germano è il fenomeno che conosciamo” commenta Virzì. “Quando lo avevo incontrato per la prima volta per il mio film N pensavo fosse anche nella vita identico a Martino Papucci, il giovane idealista dell’800 protagonista di quella storia, perché si era così calato in quel personaggio, da vivere quotidianamente con le tasche piene di poesie di Foscolo e di Holderlin. Poi invece ho scoperto che può essere in mille altri modi e che ha questa qualità di trasformarsi anche fisicamente in quello che interpreta”. In Tutta la vita davanti Elio è un venditore invasato della Multiple, azienda produttrice di fantasmagorici e futuribili dispositivi per la casa.
Qui il trailer da Youtube:
La tecnica base della Multiple per promuoversi è telefonare casa per casa. Ed è nel suo call-center che trova lavoro Marta, interpretata da Isabella Ragonese, tra altre giovani telefoniste, venditori esaltati, danze motivazionali, jingle aziendali, premiazioni, applausi e penitenze concordate. In una realtà comica quanto amara. Alla guida dei super capi Sabrina Ferilli e Massimo Ghini.
La cosa più sconcertante è che il lungometraggio è tratto da una storia vera, dal divertente libro autobiografico di Michela Murgia Il mondo deve sapere.

Nessuna qualità agli eroi
Nessuna qualità agli eroi, invece, sbarca dall’ultima Mostra del cinema di Venezia. Opera seconda di Paolo Franchi, dopo l’apprezzato La spettatrice. Tra atmosfere cupe e allucinate, seducenti eppure non convincenti. Deluse il pubblico del Lido, che ne parlò soprattutto per la scena di erezione di Elio Germano.
Si tratta di un noir esistenziale dove Bruno (Bruno Todeschini) e Luca (Germano) fanno dell’odio e del conseguente senso di colpa il punto di partenza e di arrivo della loro tragica ribellione personale. Luca, figlio sconfitto. Bruno, padre mancato, destinato ad essere sempre e solo figlio.
Accanto a loro le misurate interpretazioni di Irène Jacob e Maria de Medeiros.
“Sono tutti alla ricerca di definitive risposte. Ma cercare non significa necessariamente trovare” spiega il regista. “È molto arduo poter dire chi in questo film veramente riesca a salvarsi. Salvarsi da se stessi, dalla propria solitudine, dai ricordi, che sono spesso lancinanti ferite”. Qui il trailer da Youtube:

Scientology è la nuova droga di Pete Doherty. La setta religiosa capitanata da Ron Hubbard, che sostiene l’esilio della razza umana sulla terra dopo un’invasione aliena, da oggi vanta un discepolo in più. Pete è stato infatti fotografato insieme alla sua nuova fiamma, la dj Nadine Ruddy, mentre acquistava numerosi manuali dello strano movimento nel centro di Londra. Lei è pazza di Scientology e sta introducendo il rocker maledetto a una nuova vita. “Pete vuole conoscere meglio Nadine e capire in cosa crede”, ha rivelato una fonte vicina al leader dei Babyshambles. Ma i due non si sono limitati a parlarne. Doherty ha da poco raccolto le sue cianfrusaglie e ha lasciato il suo appartamento a Wiltshire, per trasferirsi a Berks, dove vive la dj. Un passaggio obbligato per affrontare i duri riti di purificazione previsti dalla setta che obbliga gli adepti a sottoporsi ad estenuanti cicli di saune e mortificazioni del corpo e dell’anima. Pensare che fino a un anno fa Nadine era soltanto la migliore amica di Doherty, sempre pronta a consolarlo durante i momenti di crisi dovuti alla fine della relazione con la top model britannica Kate Moss. E lui era una sorta di aspirapolvere impazzita che si faceva di qualunque sostanza. In pratica Nadine è stata la sua assistente spirituale e non lo ha mollato nemmeno un attimo convincendolo che la salvezza è possibile solo aderendo allo stravagante culto. Oggi i due fanno i fidanzatini e Pete cerca di rimediare alla sua vita dissoluta diventando protagonista di un documentario televisivo che andrà in onda su Channel 4, dove cercherà di aiutare i tossici ad uscire dal tunnel.
Pete Doherty e la sua nuova compagna Dj Nadine Ruddy sul tabloid The Sun

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I vecchi Guns N’Roses di nuovo insieme per il reunion tour più atteso della storia del rock. L’indiscrezione circola con insistenza da due settimane. Ecco com’è nato il tam tam che sta attraversando la Rete.
“State guardando qualcosa di speciale: l’ultimo tour dei Velvet Revolver”: una rivelazione shock quella di Scott Weiland, frontman e leader del gruppo, che dal palco di Glasgow, in Scozia, ha lasciato i fan a bocca aperta insinuando la prossima fine della band nata nel 2003. Il punto è che nei Velvet suonano tre ex Guns N’Roses: Duff McKagan, Slash e Matt Sorum. Che, ritrovandosi senza gruppo, potrebbero bussare alla porta di Axl per proporgli un happy comeback. Il ritorno dei Guns vecchio stile potrebbe avvenire poche settimane dopo la pubblicazione di Chinese Democracy, l’album che Axl sta mettendo a punto da quindici anni e che Panorama.it vi ha presentato in anteprima assoluta.
Il cd è pronto, ma Axl Rose è assillato da mille dubbi su come promuoverlo nel modo più efficace. Per convincerlo a farlo uscire in tempi brevi si è spesa con tutta la sua potenza la Dr Pepper, azienda leader americana, famosa per la sua bibita gasata simile al ginger. “C’è voluta molta pazienza per perfezionare il mix di 23 ingredienti della nostra bevanda, quindi capiamo l’incertezza e la voglia di Axl di presentare un album più che perfetto. Per ottenere il meglio qualche volta bisogna uscire indenni dalla giungla”: parola di Jaxie Alt, il direttore marketing della multinazionale. “Se Chinese Democracy verrà pubblicato entro il 2008″ aggiunge Alt “noi regaleremo una lattina di Dr Pepper a ogni americano”. Vista la portata dell’offerta, (per la campagna pro Chinese Democracy cliccate su Chinesedemocracy.blogspot.com) non è difficile immaginare quale sarà lo sponsor ufficiale del ritorno in concerto dei Guns… In attesa di sviluppi, Axl ha eccezionalmente rotto il suo ostinato silenzio: “Sono molto felice e sorpreso dell’offerta della Dr Pepper per il nuovo album dei Guns. Non mi aspettavo niente del genere. Grazie!”.

LA GALLERY
Da bravi eurocentrici, abbiamo a lungo pensato che l’Occidente fosse la culla della cultura, fonte ed origine dei progressi scientifici ed economici. Ma le radici filosofiche greche, la grandezza dell’impero romano e un Rinascimento sublime subito si ridimensionano, basta solo allontanare un po’ lo sguardo e spingerlo verso gli estremi limiti dell’Oriente: di lì si eleva come un faro la Cina.
Non solo il nuovo colosso economico e politico (vedi Tibet), che spaventa col suo miliardo e trecento milioni di abitanti, un Pil che raddoppia a vista d’occhio, mentre si sta urbanisticamente re-inventando in vista delle Olimpiadi di quest’anno. Ma anche quella Cina di cui si hanno documentazioni già cinquemila anni fa, e che fino al Settecento aveva una forma di economia che prefigurava ante-litteram la globalizzazione, come ha individuato lo storico Fernand Braudel. Eppure essa è ancora per noi un continente semisconosciuto, relegato al favoloso resoconto di Marco Polo nel Milione, ai terrori superstiziosi evocati dall’Orda d’oro di Gengis Khan, alla via della seta e all’opera di gesuiti devotamente enciclopedici come Matteo Ricci o Daniello Bartoli.
Il fatto è che la Cina stessa ha, fino ad anni recentissimi, trascurato la propria storia. “Se si pensa che la grande scoperta archeologica della Cina, quella del mausoleo di Qin il Primo Imperatore e del suo esercito di soldati di terracotta, risale appena al 1974, si comprende quanto lavoro e quante sorprese attendano ancora gli archeologi”: così scrive Renata Pisu, presentando la mostra Cina: alla Corte degli imperatori. Capolavori mai visti, dalla tradizione Han all’eleganza Tang (25-907 d.C.), aperta in Palazzo Strozzi a Firenze fino all’8 giugno e curata da Sabina Rastelli con Roderick Withfield, Maurizio Scaparri, I-Man Lai e Felix Schoeber (catalogo Skira).
Affreschi, sculture, oggetti d’oro, ceramiche, gioielli, lacche: su tutto si staglia il gigantesco Budda della Grande Nube, dal peso di quattro tonnellate e alto 240 centimetri, che esce per la prima volta dalla Cina. Tradizione vuole che la statua, maestoso ed elegante esempio dello stile Tang, il Rinascimento cinese, sia stata voluta dall’imperatrice Wu Zetian (690-705), fervente buddista e unica donna a salire sul trono del Celeste impero.
Molti sono gli incanti della mostra fiorentina, allestita in tonalità ocra dallo stilista Romeo Gigli: tra gli oltre 200 pezzi esposti, si segnalano le figure demoniache e zoomorfe dei guardiani delle tombe e la curiosità d’una sala dedicata alle statue femminili. A fare da pendant alla rassegna maggiore, dal 21 marzo al 4 maggio Palazzo Strozzi ospiterà anche Cina! Cina! Cina!. Arte contemporanea cinese oltre il mercato globale, dedicata a 15 giovani artisti, interpreti della realtà metropolitana della Cina odierna. E se a Roma ha appena chiuso la rassegna Capolavori dalla città proibita. Qianlong e la sua corte con la straordinaria scoperta delle opere di Giuseppe Castiglione (Milano 1688-Pechino 1766), missionario gesuita vissuto presso la città celeste, che affascinò lo stesso imperatore, suo allievo in pittura, fino quasi a riuscire a convertirlo, rimane invece aperta fino all’11 maggio a Treviso, alla Casa dei Carraresi, la mostra Gengis Khan e il tesoro dei Mongoli: secondo appuntamento delle manifestazioni dedicate alla Via della Seta e la civiltà cinese. Il grande impero di Gengis Khan si stende al di là della grande Muraglia cinese, e l’epopea mongola prende avvio con l’anno della Tigre nel 1206. Gengis Kahn occuperà tutti i territori dal Mar del Giappone all’Adriatico, creando il più grande impero di tutti i tempi. Le armi delle conquiste (elmetti, maglie di ferro, frecce aerodinamiche, spade e bombe, che non sono un anacronismo, bisogna ricordare infatti che la Cina aveva già scoperto l’uso della polvere da sparo) documentano la più potente macchina da guerra che arrivò fino alle porte del Veneto e propose all’Europa cristiana un’alleanza contro l’Islam. Ma in mostra ci sono anche “Le più belle porcellane di tutti i tempi” così vengono definite quelle della dinastia Song (960-1279), delicate e trasparenti quasi tessuti di seta più che statico materiale ceramico.
Da Gengis Kahn a Chen Zhen. Artista scomparso nel 2000 di cui viene presentata l’antologica al Mart di Rovereto, aperta fino al 1 giugno. Artista trasversale fra Cina e New York, che nel confronto di civiltà mette in mostra nelle sue opere “l’eterna incomprensione” fra oriente e occidente. Varie sue creazioni condensano e assemblano materiali di recupero come camere d’aria insieme a perle di rosario buddista, metalli e giocattoli per creare strutture di fascino metafisico, dal profilo sgangherato di pagode. Ci sono poi le antiche immagini di Leone Nanni missionario in Cina fra il 1904-1914 esposte a Verona con il titolo di Cina perduta. Per concludere con due rassegne di arte contemporanee a Roma: Cina XXI secolo a Palazzo delle Esposizioni aperta fino al 18 maggio e Pechino 2008. Il tempo gli animali e la storia, al Museo delle Mura fino all’8 giugno. Una nuova muraglia cinese dell’artista Huang Rui: ispirata dalle mura di Roma, ma realizzata utilizzando 2008 vecchi mattoni provenienti dagli hutong, gli antichi quartieri in corso di demolizione a Pechino per l’ammodernamento urbanistico in vista delle Olimpiadi: 29 tonnellate di materiali che il progresso sta per cancellare, risalenti a prima della fine della dinastia Qing (1644-1911), sottratti all’oblio della storia e trasformati in opera d’arte. Non c’è modo migliore per farci comprendere che la Cina è vicina.
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