“Le città come i sogni sono costruite di desideri e paure”. Inizia così, con questa frase di Italo Calvino il saggio di Mario Codognato curatore della mostra dedicata a Thomas Struth. Le fotografie di questo autore tedesco nato nel 1954, che si sognava pittore, ma che l’incontro con due maestri della fotografia, Bernd e Hilla Becher, ha indirizzato verso la fotocamera, sono presenti a Napoli nel museo Madre che gli dedica, prima istituzione pubblica italiana, una retrospettiva con 50 immagini, molte di grande formato, fino al 28 aprile.
Thomas Struth arriva nella Napoli degli anni Ottanta sulla scorta di Janice Guy, una amica di Lia Rumma, la gallerista partenopea; doveva restarci una settimana, ne rimane dieci e fotografa. Solo scatti in bianco e nero, non ha soldi per permettersi il colore (oggi alcuni scatti di Struth sono stati battuti a mezzo milione di euro). Quasi sempre scatta le sue immagini alle prime ore dell’alba, a città completamente deserta e quello che il fotografo coglie di Napoli, delle sue case di vicolo a strati sovrapposti, è la verticalità. È come se Struth facesse combaciare una sua matrice tedesca visiva basata sull’architettura della chiesa gotica, quella che si slancia con colonne e si apre a rosoni e finestre a sesto acuto, con l’altezza di queste case povere e alte e che si incastrano come un puzzle sempre più su, con la sorpresa di terrazzini dalla piastrelle geometriche, e poi giù verso i “bassi”. Cattedrali di una sublime povertà, senza che di Napoli ci venga mai data un’immagine oleografica fra Vesuvio, caciara e Pulcinella.
Ma non c’è solo Napoli: la prima sala della mostra è dedicata alla città partenopea, ma questo senso della verticalità è una cifra di molti scatti di Truth dedicate al tema urbano, basta guardare la foto del Duomo di Milano, dove centro dell’immagine non sono i soliti pinnacoli, le guglie e la “Madunina”, ma la sola forma architettonica dettagliatissima della facciata, articolata nelle sue scansioni neogotiche slanciate ed elegantissime come un enorme ventaglio di pietra spalancato.
Più impressionante l’immagine di Las Vegas, dove un piccolo cuore antico di case “da pescatori” con palmeto affacciate su una goccia di mare verde, in realtà un finto villaggio di pirati, viene schiacciato da un ecomostro, albergo/casinò in rosa shocking, un immenso tsunami di mattoni.
Gli scatti più noti di questo artista sono quelli dedicati al pubblico nelle sale dei grandi musei, i Museum Photographs, iniziati a partire del 1989. Lungo una parete del Madre si sviluppa in serialità un numero di scatti ripresi da Struth nel Museo del Prado a Madrid, nella sala de Las meninas, o le Damigelle di corte del 1656, l’opera più famosa di Vélazquez, dove fra barbagli di luce e oro s’incrociano sguardi complicati, quelli dell’infanta Margherita, figlia di Filippo IV di Spagna, e quelli che damigelle e nani rivolgono alla coppia reale esterna all’opera, ma riflessa in uno specchio sul fondo del quadro.
Accanto a questo gioco c’è anche quello dell’occhio del pittore che raffigura il tutto. Ora davanti all’opera barocca metteteci il pubblico vociante di una scolaresca, ripreso da Struth, e la reciproca contemplazione di sguardi diventa selva, una vera e propria mise en abyme, un mettere in abisso, analoga alle sfaccettature infinite nate dal guardarsi in uno specchio riflesso da un altro specchio. Ecco che il fotografo coglie lo spirito barocco di Vélazquez in uno scatto, ma anche un’indagine di come venga recepita l’opera d’arte oggi nel rito sociale della visita al museo.
- Giovedì 6 Marzo 2008










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