Di Pietrangelo Buttafuoco
Torna Pietro Taricone. Torna in scena, anzi si riprende il set ed entra in squadra. Torna e arriva al modo del falco: “Due palettate in faccia e poi parliamo”.
La squadra e i falchi, allora. La polizia di Napoli e gli agenti speciali che sono veloci come rapaci. Sono quelli dalla barba incolta e dal cazzotto facile: “Giriamo le scene in zona Gomorra, in una sorta di minicinecittà da Caserta a Piscinola, tra Scampia e Secondigliano”.
Nessuna interferenza, diciamo così, ambientale?
Una meraviglia la gente: aspettano il ciak, stanno intorno alla scena in silenzio e braccia conserte e quando la ripresa è finita battono le mani.
Battono le mani agli sbirri, in piena “Gomorra”?
Perché questo tipo di poliziotto è uno che sta alla pari, è uno che sa attraversare cento vite senza tenersene almeno una, è uno che tra pippati e poveracci (tra le strutture e le sovrastrutture di organizzazione della paura) sa dove mettere gli artigli. Il falco è quello che decide. Punto. Sono un mito i falchi, si vedono al Bar Tico, scendono dalle moto, sono senza casco, la radiolina sempre attenta e attiva. L’occhio sveglio.
Non è la polizia da spot…
Siamo brutti da fare schifo ma funzioniamo. Il falco, infatti, è un vichingo. È quello che decide. Nella mia squadra siamo in quattro: tre maschi e una donna. E la forza è lei, un’affascinante catanese, Elaine Buonsangue. Un volto storico della serie è quello di Toni Sperandeo. Un grande, la sua faccia è una cartina geografica del dolore.
Non è la polizia rassicurante.
Non siamo pedagogici. Veniamo da una lunga polemica sui caschi. Ma come si può immaginare un falco che cavalca la sua moto col casco in testa? Uno che a Napoli va in giro col casco ha sempre qualcos’altro in testa, una mala intenzione di sicuro, non la sicurezza stradale. Certo, è un prodotto tv La squadra, ma se dobbiamo buttarla in discussione, cominciamo col vedere se è educativa la pubblicità così, tra dieci anni, arriveremo alla Squadra.
Non la buttiamo in discussione, buttiamola in sociologia.
Non è facile la sociologia in questa terra. Il distretto di Portici, per numero di abitanti, è secondo solo a Shanghai. Solo chi sa come masticare la paura sa tirarsene fuori, fosse solo per regolare i conti dopo un banale tamponamento.
A proposito: “Gomorra”, il libro?
Roberto Saviano stava in classe, a scuola, con mio fratello Maurizio. Ho letto il suo libro con la voglia e la curiosità di leggere anche fatti propri, vicini, e posti conosciuti. Come la villa hollywoodiana in stile Tony Montana del boss di casa nostra, è un luogo simbolo della meno elegante tra le forze, l’arroganza, ma quando Saviano racconta di avere rotto i sigilli giudiziari e di essere entrato dentro per poter pisciare nella vasca da bagno del boss, devi consentirgli a quello che sta in carcere di infuriarsi almeno un po’. Dico questo a Saviano: tu sei fantastico ma ci vuole l’eleganza anche nelle provocazioni. E poi…
E poi?
E poi più se ne parla più si depotenzia l’efficacia di una denuncia, ma questo non succede solo con Gomorra e l’impegno antimafia, succede anche con l’antipolitica, più va avanti la bizzarria di Beppe Grillo, più perde di efficacia la virulenta e sana reazione dell’antipolitica. Ci sarebbe da andare in giro sulle camionette, bussare porta dopo porta e svegliare tutti. L’idea stessa della rappresentatività è minata alla base, la parola onorevole è diventata sinonimo di un qualcosa venuto a male. Prendi un onorevole, lo guardi e gli ridi in faccia. I De Mita, i Mastella, ma anche i Bassolino. Pensate al governatore. Me lo andavo ad ascoltare nei comizi da ragazzino: due ciglia grosse così, la spalla ‘ncarcata, l’eloquio sovietico. L’altra sera ero in una di quelle magnifiche pizzerie napoletane, una di quelle dove infornano solo la margherita e la marinara, un locale pieno di fotografie con Totò, Eduardo De Filippo, Massimo Troisi (c’ero pure io sul muro, bontà loro). Il proprietario esce dalle cucine, si para davanti alla parete, scova la foto di Antonio Bassolino e dice: “Questa mi sa che la devo levare”.
È il solito potere, meridionale in specie?
L’idea del potere quanto più si sfascia tanto più diventa invincibile, temo che neanche Gianni De Gennaro potrà farcela perché c’è un circuito vizioso che rende insignificanti anche le cose importanti. Ho voglia anch’io di farmi delle belle chiacchierate, ma ho il terrore della banalità, è una frustrazione la mia, basta pensare a Fiorello: ma cavalcala, voglio dirgli, tu che puoi, cavalcala ’sta antipolitica. Hai detto di non andare a votare? Continua, continua, non tirarti indietro.
Forse perché non si fa, il voto è un obbligo, come andare a scuola per i bambini. Se non ci si presenta alle lezioni poi arrivano i carabinieri a chiedere perché. Perché non va a scuola il bambino?
E va bene, vorrà dire che si andrà al seggio per annullare la scheda. Che pena però, io che ho vissuto a pane e politica, sempre appresso a zio Vittorio, a Trasacco, ad ascoltare i suoi comizi. Un antico craxiano mio zio, dal palco mandava a dire a Berlusconi: “Silvio, ma che c… ridi?”.
La squadra, dunque. È un successo antico di Raitre. Ed è un navigato format tv di delinquenza e ordine pubblico messo oggi a disposizione della più spavalda e spiazzante faccia del paesaggio italiano, il Taricone che di vera vita fa il Cincinnato, esule nella sua magnifica proprietà vicino a Roma dove vale solo la regola della famiglia e della campagna. Il suo universo, infatti, si contempla in una figlia di 3 anni e mezzo e in Kasia Smutniak, la moglie, un’attrice brava e di rara bellezza.
“È un talento essere belli” dice lui di lei, alzando la saracinesca di un bianchissimo sorriso, “e la bellezza è una dote che bussa alla pancia: come la forza, come il sangue e il fuoco. Comanda chi ha lo spazio. Come fanno i cavalli, tra i quali non vale la finzione su chi sono io, su chi è quello e su chi è quell’altro, ma solo chi è l’animale alfa che, mettendo ordine, stabilisce i ruoli per gli altri. Quello che decide. Punto. E la bellezza decide. Punto”.
Punto, dunque. E basta poi, tre volte basta, con l’identificare quest’uomo così terragno e così beneducato da licei e letture per il tramite del Grande fratello. Nessuno ormai valuta Fiorello perché ha fatto il karaoke, o Isabella Ferrari perché ha ballato come ragazza di Sotto le stelle, e dell’esperienza televisiva Taricone ha fatto dei tic, anzi degli esorcismi, come quando parla e schiaccia il pollice a tenaglia per spostare di zapping in zapping l’incubo di diventare cosa: “Prodotto a scadenza mi hanno detto. Manco fossi uno yogurt, o un formaggino. Bene che mi vada, sembro Gina Lollobrigida, evocato a sproposito per testimoniare un’epoca”.
Punto. Ma basta poi (tre volte basta) Taricone che è un “amico dei cavalli”, sa cosa potersene fare di un orizzonte remoto e amato, la Mongolia nientemeno, dove i destrieri si prendono il mondo intero. “Mi sa che ci vado” dice cavalcando adesso un pick-up Nissan nero, un autocarro buono per la sua vita da beato terrone.
Intanto indossa un berretto con una scritta dedicata alla Mongolia, la patria dei cavalli, un tempo periferia del potere sovietico, oggi restituita al sangue e al culto del fuoco: “Sangue e fuoco. Dritto in pancia. Proprio il posto mio. Punto”.
- Venerdì 7 Marzo 2008









I calendari 2012
Tutto su Belen Rodriguez
Tutto su Lady Gaga








Talent show: le 10 star internazionali più amate su Facebook
Musica, le gallery più cliccate: Jennifer Lopez e Noemi in testa, e ci sono sorprese


Le ragazze di Periscopio
Le foto più belle, settimana dopo settimana
Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.
Il 7 Marzo 2008 alle 20:06 MicUni Blog » Blog Archive » Taricone, un selvaggio bene educato ha scritto:
[...] minavagante: [...]
Devi aver fatto log-in per inserire un commento.