Di Gianmaria Padovani
“Come artista sono già vecchio. Oggi si comincia a fare l’artista a 21 anni”, dice Davide Colombo, creativo de Il Deboscio, il collettivo che, dal 2001 a oggi, ha prodotto un marchio di tshirt, un’etichetta musicale e due libri. Fino ad ora, il gruppo di sperimentatori milanesi non si era mai addentrato in operazioni artistiche. C’è da rifare l’immagine coordinata, l’opera (nella foto) creata da Colombo, è la prima incursione nel genere.
Panorama.it ha incontrato l’autore per capire come e perché è nata questa installazione che sarà esposta alla LittleItaly Gallery di Milano fino al 22 marzo, e che - dopo pochi giorni dall’inizio della mostra - è stata acquistata dal regista Mario Monicelli.
Come nasce C’è da rifare l’immagine coordinata?
Non ho mai fatto arte né sono mai stato un artista. E anche in questo caso non credo si tratti di un’operazione precisamente artistica. Certo, il luogo è determinante: se fai un’installazione in una galleria, l’installazione diventa in qualche modo arte, o forse sarebbe meglio dire che si propone come opera d’arte. Ma il mio vuole essere un lavoro più trasversale, tra il pubblicitario e la comunicazione. A ben vedere, oggi, la maggior parte degli artisti ha molto a che fare con la pubblicità e la comunicazione.
Pensi a Cattelan?
Non solo.
Come si compone la mostra?
Di un’installazione e nove multipli. L’installazione consiste in una scritta sul muro - il titolo della mostra - e la scultura di un Cristo in ginocchio su un ceppo, già decapitato. Non vediamo l’accetta, non vediamo sangue… Non vediamo insomma una scena iperrealista, alla Cattelan.
Vuoi dire che è la rappresentazione di una scena già diventata simbolica, quasi come la scultura di una rappresentazione sacra?
Sì, è una rappresentazione più classicheggiante e iconica, meno d’effetto rispetto a una statua iperrealistica. La materia di cui è fatta la scultura dà un effetto simile a quello dell’alabastro. Piedi, mani e testa sono bianchi, appena traslucidi.
La riflessione da cui nasce C’è da rifare l’immagine coordinata viene da un’osservazione che risale alla tua infanzia.
Fin da piccolo ho guardato all’iconografia di San Giovanni Battista come qualcosa di fuorviante rispetto a quello che si proponeva. Nella mia mente avveniva una sovrapposizione: San Giovanni è sempre stato rappresentato in modo molto simile al Cristo. In quella testa staccata dal corpo, che fosse nelle mani di Salomé o sul vassoio, ho sempre visto Cristo.
Hai cercato di immaginare come si sarebbe sviluppata la simbologia cristiana cambiando l’episodio centrale, la Crocifissione che qui diventa Decapitazione.
Mi divertiva questa idea un po’ alla Ritorno al futuro. Che cosa sarebbe successo se le cose fossero andate diversamente, insomma. Essendo il logo della Chiesa, la corce, uno strumento di morte, nel caso della decapitazione ho provato a immaginare una Chiesa con l’ascia come simbolo principale.
C’è da rifare l’immagine coordinata è un’installazione pensata anche per suscitare un dibattito?
Si, ma non necessariamente in senso negativo. E comunque non è l’obiettivo principale: io sono partito non tanto dall’idea del Cristo decapitato, quanto dall’ipotesi del rifacimento di un’immagine coordinata. Ho preso il primo esempio di brand della storia, forse è anche quello più celebre al mondo, la Croce. Il Cristo decapitato, però, è solo un pretesto, un’ipotesi. Non è volutamente blasfemo né provocatorio “alla Toscani”.
In che modo questa operazione ha a che fare con il progetto Il Deboscio?
Come Deboscio abbiamo sempre cercato di evitare un fine esplicito. Non c’è, insomma, una risposta alla domanda “perché questa mostra?”. Detto ciò, il lavoro di C’è da rifare l’immagine coordinata è un’evoluzione perché ci porta in un terreno sul quale non ci eravamo mai cimentati. Il filo che ricollega ad altri progetti precedenti sta nel tentativo di cercare di affrontare alcuni aspetti della realtà da un’angolazione diversa.
Hai lavorato da solo al progetto?
Mi sono appoggiato a uno scultore che lavora prevalentemente la cera, specializzato in calchi, e che si era già cimentato in lavori che avevano a che fare con il sacro. Per questa ragione ho pensato fosse la persona più adatta per tradurre meglio in oggetto l’idea.
Sebbene tu sostenga che C’è da rifare l’immagine coordinata non nasce da un’idea volutamente provocatoria, non puoi negare che il soggetto e il modo in cui l’affronti siano spiazzanti.
Di sicuro c’è un certo gusto per l’ironia che pervade tutte le attività del Deboscio. Sono voluti anche il senso di straniamento e l’applicazione di determinati metodi a soggetti che normalmente non li richiederebbero. Ma, per tornare a quanto dicevo prima, questo è un canone che si è sempre usato nella comunicazione e nella pubblicità. Qui è fatto in modo più rumoroso, forse più stronzo. Ma la regola è sempre la stessa.
Ci sono altri campi in cui vorresti cimentarti?
Tutti. Il Deboscio è un brand che brucia formati: l’abbigliamento, l’editoria, l’arte… Ecco, forse nell’alimentare non vedo grosse potenzialità, ma solo per via del logo e del nome Deboscio. Anche se si potrebbe pensare a un energy drink “Il Deboscia”…
Dici “brucia formati” perché sono progetti che hanno vita breve?
Non necessariamente. Ci si può tornare sopra, ma sempre rinnovandosi.
Quali sono i tuoi punti di riferimento artistici, se ne hai?
Preferirei non averne. Ma, certo, ci sono artisti che ho stimato più di altri, anche se non hanno niente a che fare con quello che ho fatto in questo caso. Sono Vincenzo Agnetti ed Emilio Prini. Agnetti è stato un artista puramente concettuale degli anni Settanta. Prini è stato inserito suo malgrado nel gruppo Arte Povera. Secondo me è stato il migliore della sua generazione.
Al centro di questa operazione c’è la tua ricerca attorno al concetto di brand. Che cosa hai voluto dimostrare?
Assolutamente nulla. C’è da rifare l’immagine coordinata è un semplice esercizio di stile. Data un’ipotesi, Cristo decapitato invece che crocifisso, cerco di dare la mia soluzione al problema “come si sarebbe evoluto il brand della Chiesa?”.
- Venerdì 14 Marzo 2008










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Il 14 Marzo 2008 alle 17:13 Mario Monicelli: Il mio Crsito ha perso la testa » Panorama.it - Cultura e società ha scritto:
[...] Davide Colombo del Deboscio: ho rifatto il look alla Chiesa [...]
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