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Vi presento la Fallaci che non conoscete

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  • Tags: Edoardo-Perazzi, Oriana-Fallaci
  • 10 commenti

Di Carla De Girolamo

Libri, libri ovunque, e tonnellate di carta. Ma anche quegli assurdi oggetti che ricamava, cuscini, quadri e un’aria country che sembra la piccola casa nella prateria…”. Sorride Edoardo Perazzi, 42 anni, nipote di Oriana Fallaci, da lei scelto come suo unico erede, quando parla della casa newyorkese della zia (anzi dell’Oriana, con tanto di articolo, “perché guai a chiamarla zia!”).
Una casa che ha frequentato per anni e dove ha trascorso con lei gli ultimi giorni di grande sofferenza, prima di riportarla a morire nella sua Firenze. I ricordi di una zia tanto importante quanto ingombrante si intrecciano con quelli della casa e con le sorprese che sono emerse dalle cataste di libri e quotidiani polverosi. “È incredibile come una donna così feroce, così autoritaria e per certi versi così maschile, visto il mestiere che faceva e il ritmo di lavoro che si imponeva, avesse un côté quasi romantico” racconta Perazzi. “Sapeva cucinare molto bene, ricamava a piccolo punto tessuti, broccati e poi ti regalava una presina o un cuscino, una sacca per la biancheria: era un suo modo per rilassarsi. E queste passioni le ritrovi nella casa molto colorata”.
Perazzi ne conosce a memoria ogni angolo: “Per forza, me l’ha fatta lavare e lustrare un sacco di volte. Era normale, tu andavi lì, lei era sempre da sola e ti schiavizzava. Una volta, ero al primo anno di università a Chicago, mi disse: ‘Poverino, che fai lì tutto solo, vieni a trovarmi, ti fai una bella mangiata qui a New York’. Io ci cascai come un tordo, anche se ero già insospettito del fatto che non mi avesse mandato un biglietto dell’aereo ma del pullman Greyhound. Insomma, dopo un giorno e mezzo di viaggio busso alla sua porta sporco, distrutto, lei mi mette una fretta dannata per farmi lavare: aveva ospite Sean Connery e la moglie, per un giorno ho fatto da cameriere per i suoi ospiti e poi sono stato rispedito all’università, ma solo dopo avere lavato tutti i piatti”.
Tornare in quella casa dopo la morte di Oriana è stato doloroso “ma per certi versi anche molto toccante. È in una posizione che per lei era strategica, vicinissima alla Rizzoli e al suo adorato Bloomingdale, con un piccolo giardino dietro, su tre piani, la facciata bianca e all’interno molto caotica e colorata, zeppa di oggetti, lumi, lampade, cuscini”. E libri… “Già, ma non solo i suoi, con un incubo di copertine tutte uguali. C’erano libri di autori di ogni genere con dediche molto affettuose e ci sono le librerie importanti, quelle del salotto, tutte piene di volumi antichi e prime edizioni, che ha regalato all’Università Lateranense. Se volevi essere menato a sangue dall’Oriana ti bastava aprire un libro fino a spaccarne la costa: era capace di fartelo inghiottire. Una volta eravamo seduti vicini in aereo, diretti chissà dove. Lei leggeva i giornali, io avevo in mano un volume della Urania e mi ricordo che lo aprii tutto, spiaccicandolo per poterlo leggere comodamente, ma feci rumore e lei cacciò un bercio che si girarono tutti. Me lo voleva rompere in testa e mi ha tenuto il muso per tre giorni. E, sempre a proposito di libri, mi è tornato in mente che avrò avuto una decina d’anni e l’Oriana mi disse: ‘Hai mai letto Jack London? Non conosci Jack London?’, e sconsolata mi mise in mano Il richiamo della foresta. Io lo lessi, mi piacque tantissimo ma ci rimasi male, il protagonista moriva. E lei s’infuriò: ‘L’ho sempre detto che sei cretino, l’eroe non è l’essere umano ma il cane!’”.
Oltre ai libri e a tonnellate di giornali Perazzi ha trovato ovviamente “tanta parola scritta. L’Oriana aveva un modo di lavorare folle: un’intervista principale e poi un sacco di appunti collaterali. Quindi per ogni articolo ha conservato la trascrizione dei nastri, i suoi appunti e una prima stesura dattiloscritta. Poi ci sono i nastri trascritti in versione definitiva, 20-30 pagine a botta. Non usando il computer ogni volta riscriveva tutto per controllare la metrica. Andava a caccia di una ripetizione anche dopo sei pagine, era tremenda e intransigente innanzitutto con se stessa. Alla fine magari ritrovi sei versioni dello stesso testo che differiscono pochissimo, dell’intervista ad Ariel Sharon ho trovato 19 stesure, pressoché identiche. Catalogare il suo lavoro è stato un incubo, però anche molto divertente”.
In questa grande mole di materiale ci sono anche molti scritti personali. “Ho trovato lettere a morosi e familiari, cose che riguardavano me che mi hanno colpito. Quando mi sono sposato, nel 1994, lei doveva fare un lungo ciclo di chemioterapia e non poteva viaggiare. In regalo mi ha mandato due pagine di una sua riduzione del Cantico dei cantici scritta per benino su un cartoncino, e due cassette lette da lei, con la sua voce roca e tutta impostata. Il giorno del matrimonio abbiamo fatto sentire a tutti la sua lettura del cantico, molto bella, ma sotto sotto ho continuato a pensare che avrebbe anche potuto mandarmi un regalo un po’ più prezioso…
“Beh, nel sistemare ho trovato 12 versioni del Cantico, 3 mila stesure diverse fatte con la sua solita attenzione maniacale. In quel regalo c’erano almeno due mesi di lavoro. Ecco, lei era così, magari tirchissima su certe cose, ti mandava a comprare una penna e ti chiedeva il resto di 20 centesimi, però ti dedicava tanto tempo, ti stava a sentire. Avevi un problema con il sederino arrossato del bambino? Lei ti dava dei consigli o s’impegnava a cercare la soluzione. Ho sempre visto questa donna come una roccia e invece ho scoperto dopo che aveva una vita di arrovellamenti e di sofferenze. E anche di quanto tempo perdesse su problemi di infimo ordine.
“C’era per esempio tutta una corrispondenza su un conto da pagare: non lo aveva pagato perché non era d’accordo, poi l’ha pagato ma non era soddisfatta, insomma un epistolario di 20 pagine. Però la cosa più divertente che ho trovato è un messaggio per il negozio che le doveva riparare la solita macchina per scrivere: c’era incollato con un pezzo di scotch il braccino con la lettera rotta e poi tutto il disegno dello schema delle lettere per risistemarlo e una spiegazione dettagliatissima. Arrivava a farsi dare gli stucchi dai dentisti per riparare la sua adorata macchina”.
Cosa l’ha stupito in modo particolare? “Amava molto certi quadernetti ricoperti di tela a fiori, e in uno di questi c’era la prima stesura di Lettera a un bambino mai nato, tutta scritta con la biro, intitolata Letter to a neverborn child, New York 1967. Era la prova di quello che avevo sempre sospettato. Oriana ha sempre detto che quel libro l’aveva scritto nel 1975 spinta dal suo direttore. Invece è un progetto che si è sempre portata dentro. A me diceva: ‘Tu ti chiami come mio padre, sei pelato come un astronauta e sei nato l’anno in cui ho perso il bambino’. I conti tornano: io sono del 1966 e il libro scritto a penna è datato 1967, è stato emozionante mettere insieme le cose”.
Manca qualcosa che invece si aspettava di trovare? “Non ho trovato alcuna registrazione della voce di Alekos Panagulis. Di lui l’Oriana ha conservato vestiti e pipe, ma ha distrutto tutti i nastri, le faceva impressione riascoltarne la voce. Quando finalmente ho trovato delle cassette con scritto ‘Alekos’, speravo fossero i nastri, invece era della musica greca orribile, il riascolto è stato agghiacciante”.
Alcuni oggetti sono stati esposti nella mostra dedicata alla giornalista che, dopo essere stata a Milano, sarà ospitata a Firenze e a Roma. “Ci sono i suoi quaderni delle elementari, che dimostrano quanto fosse secchiona già da bambina, e traduzioni di Sofocle, tutto un lavoro su Senofonte con i suoi commenti: negli anni Trenta lei parla di ‘coglioni’ greci e spartani. E anche gli oggetti degli astronauti, la scheggia della bomba che le esplose vicino in Vietnam, i suoi cappellacci”.
Tra le carte ritrovate da Perazzi anche molte lettere: “C’è quella di Woody Allen che implora la segretaria di Oriana di intercedere per farsi intervistare da lei, una di Raffaella Carrà, di Bo Dereck, Woopy Gooldberg, quelle più intime ai genitori e ad alcuni fidanzati. Ho anche trovato delle fantastiche poesie giovanili, che neanche sotto tortura farò mai pubblicare. Tutto questo materiale saltava fuori dai posti più assurdi: nascosto in mezzo alle mutande, tra i libri. Si comprava o ti faceva comprare decine di volte lo stesso oggetto perché lo perdeva. E intanto non buttava via nemmeno la spazzatura, quindi i poveracci ammessi a casa sua venivano sfruttati come manovalanza per buttare centinaia di bottiglie di olio vuote, qualsiasi cosa. La casa era ridotta male. Non un letamaio, perché lei era molto pulita nella persona, fino all’ultimo istante anche quando non si reggeva in piedi voleva essere pettinata, sentirsi in ordine. Però era proprio casinista”.
E i vestiti? “Ha sempre avuto un suo gusto preciso, una specie di uniforme, e gli abiti che ha lasciato sono abbastanza orrendi. Gli stilisti le regalavano delle gran cose ma lei molte le rimandava indietro. La sua borsa era mostruosa, di finta pelle, accomodata con nastro da elettricista, ci teneva i documenti, il manoscritto dell’ultimo libro, soldi e gioielli, tutta la sua vita. La portava sempre in giro, poi nell’armadio ho trovato bellissime borse di Vuitton più pratiche e nuovissime. La sua divisa era composta da golfino o camicettina, giacchina di tweed e una gonna al ginocchio. Ho trovato abiti da sera di Pucci, di Valentino, però non li metteva mai, la sua idea di abito da sera erano queste terrificanti giacche indiane di paillettes che comprava nei grandi magazzini”.
Cosa prenderà per sé dalla casa di Oriana? “Una piccola cassapanca fatta da mio nonno Edoardo, sembra un oggetto del Settecento, alla quale lei era molto affezionata e le è stata di ispirazione per il libro che non ha fatto in tempo a pubblicare. Mi aveva fatto giurare che l’avrei conservata io”. Dov’è ora il libro? “È chiuso in una cassetta di sicurezza, aspetto che si concluda la questione della successione negli Stati Uniti, poi è tutto pronto per stamparlo. Benché sia incompiuto, è un lunghissimo racconto sui suoi antenati, bellissimo ma anche pieno di storie drammatiche. Mi ha dato disposizioni precisissime su come pubblicarlo: non toccare neanche una virgola. E così farò.
“Certo, la soddisfazione di andare a vedere tutto il materiale e le prime stesure me la toglierò, ce n’è una libreria piena, che dimostra come abbia lavorato a questa idea per 10 anni. In un romanzo quello che Oriana fa dire a un personaggio magari è inventato di sana pianta, ma il contesto storico e addirittura meteorologico del giorno in cui la frase viene pronunciata devono essere veri. Ho trovato uno scomparto di questa libreria tutto occupato da registri navali che le servivano a mettere il nome vero di un piroscafo che il tal giorno a metà Ottocento fa la rotta Livorno, Plymouth e New York, e sicuramente lei ha rotto le scatole a mezzo mondo, ci ha perso sei mesi solo per avere un nome giusto che invece poteva inventare.
“È difficile raccontare l’Oriana” conclude Perazzi “vorrei che si capisse veramente che tipo di persona era. Certo una belva molto esigente, il termine inglese demanding è perfetto, dovevi dedicarle molto, e lei complicava qualsiasi cosa. Quello che forse non si sa è che aveva un bel senso dell’umorismo, era divertente. La tecnica giusta era risponderle per le rime o tenerle testa senza mancarle di rispetto, in quel caso si infuriava senza possibilità di scampo. Ma se la frequentavi avevi davvero l’impressione di una mente superiore”.

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  • carla.degirolamo
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Commenti

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Il 23 Marzo 2008 alle 18:00 toto48 ha scritto:

oriana fallaci,genio della cultura, unica al mondo non imitabile oriana grazie per essere nata.
toto48

Il 23 Marzo 2008 alle 19:39 borbo ha scritto:

e come tutti i genii fiorentini (vedi al minimo Dante Alighieri) in città è stata sempre “bistrattata” solo perchè diceva sempre la verità! Ma si sa … qui da noi bisogna essere solo “compagni obbedienti!”
Grazie Oriana!
Sandro S.

Il 23 Marzo 2008 alle 23:59 hilaritas ha scritto:

Grande Oriana!
C’e un regista argentino che giura di avere sposato la Fallaci, e vero?
L’articolo e’ in spagnolo:

http://www.revista-noticias.co.....mp;ed=1593

Il 24 Marzo 2008 alle 5:57 laofa ha scritto:

“La Fallaci che non conoscete” ve la faccio conoscere meglio io. Occorre risalire al 1969, durante l’immediata vigilia della prima missione per lo sbarco dell’uomo sulla Luna e all’intervista che la giornalista fece al comandante dell’Apollo 11, Neil Armstrong. L’intervista è facilmente rintracciabile sulla rivista per la quale la Fallaci scriveva all’epoca (credo fosse l’Europeo).
Leggendola si rimane sconcertati dalla trasformazione subita negli ultimi periodi della sua carriera, intrisa di americanismo e antiislamismo quanto prima lo era di antiamericanismo e terzomondismo (del resto, in linea con gli orientamenti dell’epoca).
Io aspettavo la missione lunare con la trepidazione di chi sa di poter vivere un momento storico in diretta, schiudente possibilità enormi sull’evoluzione tecnica futura. L’intervista fu per me scioccante e la trovai di una faziosità inaudita: Armstrong venne descritto come un guerrafondaio, becero e persino poco sensibile (gli rinfacciò persino che, mentre lo stava intervistando, non si era commosso perchè un uccellino si era posato presso di lui). Scrisse sul giornale un trattato di antiamericanismo in linea con gli orientamenti della stampa italiana di allora (plagiata dal ‘68) e accusò Armstrong di essere uno sterminatore di bambini poichè aveva pilotato un B52 in Viet Nam. Infine concluse: “Guardate chi va a rappresentarci nel primo contatto con un nuovo mondo da scoprire.”
Si, un bell’esempio di coerenza davvero che mi è rimasto sullo stomaco, a conferma della disinvoltura con la quale il giornalismo si muove adattandosi ai tempi per opportunismo tutt’altro che idealista. Ieri il “sinistrese” di triste-comica memoria,oggi il femminismo più becero e il male-bashing. Mi dispiace, non ho più fede nei media e nei giornalisti, di qualsiasi tendenza siano, anche vista la maniera con la quale sanno saltare disinvoltamente il fosso.

Il 24 Marzo 2008 alle 6:00 laofa ha scritto:

Una NOTA allo scritto precedente: la faccina si è inserita automaticamente. Volevo scrivere: “plagiata dal 68 e accusò Armstrong…)

Il 24 Marzo 2008 alle 9:16 alcambi ha scritto:

Alla sua morte,indegnamente ammirato, le ho dedicato dei versi:

LA STELLA DI ORIANA

Eurabia sorda alzati in piedi !
ad un soldato e al suo valore
ti ha dato l’anima e non lo vedi
Oriana grida sia reso onore

Sei stata bella ed invincibile
sotto i bengala tra le mitraglie
in mezzo alla guerra era terribile
hai visto orrori e rappresaglie

Sfidi la morte ed ami la vita
ti serve solo pel tuo mestiere
giovane donna d’Italia avvilita
per i tuoi libri le storie vere

Dolore e pianto hai raccontato
fatti di scontri e di inciviltà
vere le vite nel mondo malato
massacri ovunque senza pietà

Con interviste d’ogni memoria
uomini miti o dittatori di stati
calata a forza dentro la storia
i grandi del mondo interrogati

Tenevi dritta sempre la vista
ciò che conviene per il decoro
non ti piegavi nell’intervista
verso il potere nel tuo lavoro

Sei stata odiata dai perbenisti
sempre disposti a giustificare
giocando a palla coi terroristi
qualsiasi atto da condannare

Parli con rabbia dei camicazzi
solo immolati per la bandiera
odiano il mondo sono pupazzi
ogni attentato una strage vera

Alzi l’orgoglio d’appartenenza
di storia e d’arte la civiltà
sui terroristi la tua sentenza
sono vigliacchi non sia pietà

Anche l’alieno hai combattuto
crudele stato d’ogni vivente
pur le minacce non hai temuto
del fanatismo più intransigente

L’eurabia sorda alla tua chiama
sappia fugare nel suo futuro
già minacciata da chi non l’ama
tutti i risvolti del male oscuro

Ci rappresenti nel mondo intero
fiera italiana a nostra gloria
segni la strada con il pensiero
di appartenenza e di memoria

Nell’occidente inconsapevole
non si smarrisca la tua passione
è sotto attacco ed è colpevole
sappia ascoltare la tua ragione

Nel soffio estremo ora sopito
forse hai provato grande sollievo
il Santo Padre ha già rinverdito
tutti i timori del tuo rilievo

Ci lasci un vuoto nella ragione
colma d’angoscia e di dolore
sia di conforto la religione
porta nell’uomo solo l’amore.

alcambi

Il 28 Marzo 2008 alle 0:34 penny79 ha scritto:

Caro laofa, è lampante come tu non abbia mai letto un solo libro di Oriana. ‘Se il Sole Muore’ renderebbe l’idea del vero sentimento che la Fallaci provava nei confronti dell’allunaggio.

Ti consiglio di cercare quel testo, prima di sparare a zero.

Il 16 Aprile 2008 alle 18:22 Una fiorentina di razza: Firenze si riconcilia con Oriana Fallaci » Panorama.it - Cultura e società ha scritto:

[...] LEGGI ANCHE: Vi presento la Fallaci che non conoscete [...]

Il 30 Aprile 2008 alle 13:18 Fondo Fallaci, alla Lateranense nasce un piccolo museo per Oriana » Panorama.it - Cultura e società ha scritto:

[...] LEGGI ANCHE: Vi presento la Fallaci che non conoscete - Oriana in mostra a Firenze [...]

Il 24 Luglio 2008 alle 15:54 “Un cappello pieno di ciliege”, il libro postumo di Oriana Fallaci » Panorama.it - Libri ha scritto:

[...] Una saga familiare che copre gli anni tra il 1773 e il 1889, come lo ha definito lei stessa, l’epopea della sua famiglia. È questo Un cappello pieno di ciliege, romanzo postumo di Oriana Fallaci, che esce il 30 luglio, edito da Rizzoli. Nel suo sferzante libro La rabbia e l’Orgoglio, la giornalista fiorentina morta il 15 settembre 2006 l’aveva già annunciato: “La vigilia della catastrofe (l’11 settembre 2001) pensavo a ben altro: lavoravo al romanzo che chiamo il-mio-bambino (…). Un bambino molto difficile, molto esigente, la cui gravidanza è durata gran parte della mia vita d’adulta, il cui parto è incominciato grazie alla malattia che mi ucciderà, e il cui primo vagito si udrà non so quando. Forse quando sarò morta’’. E così infatti è stato. Oriana Fallaci aveva consegnato il suo “bambino” al nipote Edoardo Perazzi, in 684 cartelle dattiloscritte, battute a macchina sulla cara Olivetti Lettera 32, lasciando precise disposizioni su titolo e pubblicazione. Il libro (pagg. 864, euro 25) esce con una prima tiratura di 350 mila copie e include una sezione finale di “Note di edizione”, la riproduzione di pagine dal dattiloscritto originale e un albero genealogico ricostruito sulla base delle vicende del romanzo. Viene così ripercorsa la storia dell’Italia rivoluzionaria di Napoleone, Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele II attraverso le avventure di uomini come Carlo che voleva piantare viti e olivi nella Virginia di Thomas Jefferson; o come Francesco nostromo, negriero e padre disperato; o Giovanni assassino mancato del traditore Carlo Alberto; Giobatta sfigurato nel volto e nell’anima da un razzo austriaco durante la battaglia di Curtatone e Montanara. [...]

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