“Allah Ouakbarh!”, “Dio è grande!”. A Ouarzazate, “grande” Dio lo è stato davvero. Non ci è voluto molto: sono bastate una catena di cime montagnose innevate, oasi e dune a perdita d’occhio per trasformare un pugno di casbah di color ocra in una delle città più ambite dall’industria cinematografica mondiale. Hollywood ne è ormai sicura: La Mecca non si trova in Arabia Saudita, ma in questo paesaggio da urlo immerso nel sud del Marocco.
Tutto inizia nel lontano 1984, quando i produttori di un Diamante sul Nilo convincono Michael Douglas che la sua folle fuga dai cartelli colombiani non si concluderà tra le piramidi di Luxor, ma a Ouarzazate. Apriti sesamo! Oltre agli scenari naturali, gli americani scoprono una manodopera a buon mercato, tecnici discreti e un risparmio del 50 per cento sui costi di produzione. Le star hollywoodiane fanno la coda: da Ridley Scott (Kingdom of Heaven) a Oliver Stone (Alexander), passando per Brad Pitt (Babel) e Penelope Cruz (Sahara), negli ultimi vent’anni Ouarzazate ha accolto decine di megaproduzioni che vedono in prima linea Dino de Laurentiis, proprietario di due studi di produzione. Secondo le cifre fornite dal Centre Cinématographique Marocain (CCM), le ricette raccolte con i set di Ouarzazate avrebbero fruttato 1,5 miliardi di dirham nel 2007 (circa 130 milioni di euro). Una somma astronomica che le case di produzione marocchine si dividono senza tanti scrupoli ai danni dell’economia locale.
Un reportage pubblicato dal settimanale marocchino Tel quel descrive “una città facile da descrivere. La stessa da anni: tre o quattro immensi viali inutili, tre o quattro ristoranti, tre o quattro bazar e un’impressione di abbandono per colui che la visita”. Arrivarci è un inferno: “i voli hanno un ritardo regolare di due ore, dopo di che bisogna percorrere una strada pericolosa e stretta che attraversanole montagne del Tichka. Roba da scoraggiare anche i più testardi”. Ma il peggio deve arrivare: tra le testimonianze raccolte fra la popolazione locale c’è chi non esita a denunciare lo sfruttamento di cui sono vittime gli abitanti di Ouarzazate. “Dalle nostre parti il tasso di disoccupazione giovanile è altissimo. I nostri giovani passano le loro giornate a non fare nulla. Il vuoto viene colmato per due settimane di riprese in cui ci trattano come bestie per 150 dihram al giorno (13 euro, ndr)”. Poi il nulla. Se Ouarzazate si è rivelata una miniera d’oro per il mondo del cinema, un destino ben diverso è stato riservato ai suoi abitanti. Dalla fiction alla realtà, si sa, c’è un abisso.
- Lunedì 31 Marzo 2008










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