Archivio di Marzo, 2008

Da qualche giorno i quattro ragazzini irriverenti di South Park posso circolare liberamente su internet. Gli episodi delle dodici serie sono stati messi a disposizione sul sito SouthParkStudios: il pubblico può non solo vederli, ma anche incollare alcune clip nei blog e in altri servizi del web. Comedy Central, proprietaria dei diritti, sta riversando in rete 168 puntate della serie su un totale di 169. E i fan già si interrogano su quale sarà l’episodio escluso.
Le avventure delle quattro pesti si possono guardare interamente o in brevi clip. Per chi vuole divertirsi (senza esercitarsi nella traduzione dall’inglese) gli autori Trey Parker e Matt Stone hanno pensato a una raccolta di videogiochi in stile South Park: uno dei più noti è Ass Kicker (Dai calci in culo), e i protagonisti della serie si possono sfidare sferrando colpi politically uncorrect. Inoltre si può entrare direttamente nel mondo animato scegliendo un avatar personalizzato, oppure curiosare tra le scene dietro le quinte. L’ultima serie, la dodicesima, è in onda negli Stati Uniti: gli episodi arrivano sul web subito dopo la trasmissione in televisione. Ma la nuova tendenza di usare internet come canale parallelo per distribuire fiction, serie e programmi sta contagiando anche altri nel mondo dei mass media.
Un video di South Park con la cantante Britney Spears
Sono in prima fila alcune emittenti dell’estremo nord dell’emisfero. A gennaio la televisione di Stato norvegese Nrk ha diffuso attraverso la rete BitTorrent gli episodi della serie Nordkalotten 365: in poco tempo 90mila persone hanno scaricato le puntate. Un record che in una nazione di 4,6 milioni di persone ha sorpreso anche i vertici della Nrk. E pochi giorni fa, in Canada, la puntata di Canada’s next Prime minister è andata prima in onda in televisione, e poche ore dopo è stata distribuita online su BitTorrent: dieci ragazzi si sfidano per proporre idee in grado di migliorare il loro Paese. E il pubblico è stato invitato a scaricare, condividere e…divertirsi le prove dei giovani in gara. La maggior parte delle major e delle emittenti, comunque, è ancora piuttosto diffidente dal web. Se da un lato gli utenti dimostrano di apprezzare i filmati liberi disponibili in rete, dall’altro i grandi produttori sono alla ricerca di un modello che garantisca gli incassi. Che, però, non è ancora arrivato.
La presentazione dello show Canada’s next Prime minister

Chi tira più acqua in faccia a Sir Paul McCartney e al suo avvocato Fiona Shackleton vince. Queste le regole di Splash and Grab, il nuovo videogame che impazza sul web, visibile sul sito muccachucka.co.uk. Il gioco è una simulazione virtuale dell’aula di tribunale dove Heather Mills ha vinto ben 31 milioni di euro la scorsa settimana nella causa di divorzio contro l’ex bassista dei Beatles. I giocatori, nei panni dell’ex signora McCartney, sono armati di un bicchiere d’acqua e per accumulare punti, che si trasformano in milioni di sterline, devono cercare di inzuppare in tutti i modi i nemici che spuntano fuori all’improvviso dalle panche della sala d’udienza. Il bello sta proprio nel puntare il cursore del mouse sugli sfortunati Paul e Fiona cliccando prima che scompaiano di nuovo. Attenzione però a non beccare il giudice per sbaglio, altrimenti si perdono i punti/cash.
Il bizzarro gioco nasce dall’episodio ancor più bizzarro confermato dalla stessa Mills. Durante un chiarimento in aula, mentre il giudice era assente, la fortunata ereditiera ha lanciato il contenuto di un bicchiere d’acqua direttamente addosso alla Shackleton. La bionda avvocatessa, sempre in perfetto ordine, non ha battuto ciglio ed ha continuato come se niente fosse. Al già infuriato McCartney la comparsa del videogioco non ha fatto per niente piacere. E, attraverso il suo management, ha fatto sapere a Panorama.it: “Sono felice e sollevato sapendo di dover vedere Heather Mills solo per due minuti due volte la settimana. Giusto il tempo di consegnarle nostra figlia Beatrice”.
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Si chiama Sira Vision, è il Salone della moda africana e la sua quarta edizione si terrà dal 27 al 30 marzo, a Dakar. Per gli addetti ai lavori, sarà un’occasione per scoprire i nuovi talenti emergenti (modelle e stilisti), e per per riscoprire personaggi come Collé Sow Ardo (soprannominata la Chanel africana e promotrice dell’evento) o Xuly Bet (3 suisses, Naf Naf, Puma) e, ovviamente, l’esercito di già affernmate modelle afro, come Liya Kebede (nella foto), Oluchi e Kinee Diouf. Per i non addetti ai lavori, invece, potrebbe essere un’occasione per accorgersi della grande importanza che la moda africana ha avuto nell’ispirare gli stilisti di casa nostra.
“Contrariamente all’influenza che ha saputo esercitare sulla musica, l’Africa ha fatto fatica ad imporsi nell’universo della moda. Ma negli ultimi anni, il continente è riuscito a sfondare, anche grazie al talento dei suoi designer”: per Suzy Menkes, l’esperta di moda più autorevole negli Stati Uniti e firma prestigiosa dell’International Herald Tribune, l’apporto del continente africano alla Haute couture non si può limitare al colore della pelle di Naomi Campbell o ai lineamenti somali di Iman, tantomeno all’esposizione di simboli “primitivi” da presentare qua e là nelle più importanti sfilate internazionali.
In un dossier interamente dedicato alla moda africana, Victoria Rovine, storica dell’arte e di studi africani presso l’Università di Florida, ricorda sulle colonne del Courrier International che “l’influenza dell’Africa sugli stilisti occidentali è andata in crescendo per tutto il XX secolo, fino alla consacrazione definitiva in questo inizio di XXI secolo”. Le prime scoperte risalgono agli anni Venti e Trenta del Novecento: seguendo il passo di Picasso e la sua passione per l’arte primitiva, gli stilisti francesi Rodier, Agnès e Paul Poiret sfruttano l’era coloniale per adornare i loro vestiti di tessuti e gioielli sudanesi o marocchini.
La svolta avviene nel 1967 con l’indimenticabile collezione di pezzi africani targati Yves Saint-Laurent. Seguiranno le sfilate di Christian Dior (“ispirate all’arte negra”) e di Todd Oldham per poi approdare alle esperienze di John Galliano e al suo abito da sera Kitu arricchito da un busto perlato (tipico dell’etnia sudanese Dinka) e dalle parure sofisticate dei Masai (Kenya). Di fronte a tanta ricchezza, gli stilisti italiani non risparmiano i loro sforzi: Armani, Dolce & Gabbana e Miuccia Prada (che mescola piume di uccelli esotici e stile rasta) si avventano nella fusione moderna delle culture.
L’incontro stilistico dei due mondi offre i suoi risultati migliori con la mostra promossa nel 2005 da Roberto Cavalli all’istituto di moda del Metropolitan Museum a New York e con la collezione alta moda femminile presentata nel 2004 da Jean-Paul Gautier. “L’influenza africana è stata ulteriormente confermata con le collezioni presentate a New York e a Parigi per la stagione primavera-estate 2008” sostiene Victoria Rovine. “Oscar de la Renta e Comme des garçons hanno utilizzato dei tessuti africani, mentre Christian Lacroix si è concentrato sulle perle. Visto il numero crescente di stilisti africani in grado di accedere al mercato mondiale della moda” conclude la studiosa americana, “si può pensare che l’influenza del continente evolverà sotto nuove forme stilistiche e in nuovi luoghi”.
Sfilata Naf-Naf Xuly Bet
La modella Kinee Diouf
La top model Iman

La sigla più temuta dalle star di Hollywood è DUI, che sta per “Driving Under Influence”. Queste tre lettere compaiono infatti sulla patente quando in America si viene fermati per guida in stato di ebbrezza. Ne sanno qualcosa Paris Hilton, Britney Spears e Lindsay Lohan che, per la loro guida spericolata sotto effetto di alcol e droghe, sono finite in commissariato più e più volte. Dando per scontato che nessuna di queste starlette sia disponibile a tornare a casa lucida e sobria, quel genio del marketing che si fa chiamare Diddy ne ha escogitata una delle sue. Il rapper di New York, avvezzo ai party alcolici, sta per dare il via a un progetto che presto presenterà alla stampa con il nome: “Limousine al servizio delle celebrità ubriache”. Insomma, per evitare spiacevoli soste nelle stazioni di polizia, Diddy ha assoldato dieci autisti con altrettante limousine che dovranno accompagnare a casa i vip stonati. Sia a Los Angeles sia a New York. Il rapper che, per inciso, è anche il testimonial della vodka Ciroc, ha spiegato che la sua iniziativa vuole essere un aiuto ai colleghi che non riescono a fare a meno di bere alcol. E a chi gli ha chiesto perché le star dovrebbero usare le sue limousine e non un semplice taxi, lui ha risposto: “Perché sulle limo c’è un fornitissimo frigo bar colmo di champagne!”.
Sean John Combs, in arte Diddy


Di Massimo Boffa
LA GALLERY
Cosa resta di un grande artista, che fu per giunta protagonista del tempo suo, quando tutto ciò in cui aveva fortemente creduto si disfa lasciando solo un cumulo di macerie? È a questa impietosa domanda che cerca di dare risposta la bella mostra dedicata a Mario Sironi (Gli anni 40 e 50. Dal crollo dell’ideologia agli anni dell’Apocalisse) allestita a Milano alla Fondazione Stelline a cura di Claudia Gian Ferrari ed Elena Pontiggia (fino al 25 maggio, catalogo Electa).
La disfatta del fascismo, per Sironi (1885-1961), che sopravvisse quasi vent’anni al Ventennio, non fu solo la fine di un regime al quale aveva aderito e che gli aveva commissionato le opere della sua fase più creativa. Fu soprattutto la rovina dell’ideale umano a cui aveva ispirato il suo lavoro di artista. Egli aveva creduto alla missione storica del proprio paese e teorizzato un’arte immersa nella tradizione italiana, un’arte sociale, monumentale, che appartenesse al popolo.
Ora invece quegli stessi italiani gli appaiono un popolo di vinti. E quella sconfitta fa franare tutta la concezione ottimistica dell’agire umano cui aveva obbedito la sua produzione precedente. Come scrive Elena Pontiggia nel penetrante testo in catalogo, al volitivo “tu devi” si sostituisce ormai un amaro “tu non puoi”. Non ci sono più lavoratori, uomini d’azione, padroni del proprio destino, che adempiono una missione. Subentra un sentimento del limite e dell’impossibilità: figure murate nella pietra, sprofondate nella disperazione.
È naturale che questo sentimento si accompagni in Sironi a una riscoperta del sacro e dei temi religiosi. Ma è una religiosità che mostra un’umanità affranta, contrita, piegata dal senso di colpa, alla ricerca di un significato che la storia sembra non avere più. Ecco insomma una mostra d’arte davvero rara e interessante: magari non spettacolare come tante altre, ma che individua un problema, al tempo stesso biografico e culturale, e lo mette a fuoco. E se ne esce più consapevoli di quando si è entrati.
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Ricordate il divano marrone dove i Simpson si stringono per vedere la televisione? Era l’icona perfetta del rapporto idilliaco tra famiglia e piccolo schermo. Un rapporto che ora, però, soprattutto tra i giovani, è entrato in crisi. Causa: l’aumento di nuovi pretendenti come webtv, videogame e telefonini. E allora, l’unica strategia dei media diventa quella di inseguire e coinvolgere gli spettatori dovunque. Questa strategia ha un nome: “crossmedialità”. E sarà il tema centrale dei dibattiti del festival More than zero, a Milano dal 27 al 29 marzo.
“La Bbc ha scommesso su questa tendenza: ha una redazione centralizzata che progetta in modo diverso i contenuti per la televisione, il telefonino, la radio, Internet” dice il presidente della manifestazione Laura Tettamanzi “anzi, dopo l’esperienza degli attentati di Londra, la Bbc ha anche imparato a utilizzare foto, video e testi inviati direttamente dalle persone”. Cross vision, una rassegna in programma al festival, rivela la partecipazione appassionata di pubblico e di creativi alle webtv, dove i filmati ecologisti di Greentv, i reportage di Current tv (che sbarca tra poco in Italia), la “Cocktail suite” su Virgilio, i documentari amatoriali di Channel4 sono solo qualche esempio.
Gli eventi delle tre giornate del festival saranno trasmessi con collegamenti in diretta sul sito Mogulus e potranno essere visti su Streamit, una televisione online italiana. L’idea di fondo del festival, però, è più ambiziosa: “Vogliamo creare un cortocircuito tra aziende e creativi, farli incontrare per andare oltre i progetti e arrivare alla realizzazione di un ‘numero zero’, la prima puntata di un format” dice Laura Tettamanzi. Per il pubblico, poi, è anche un’occasione di mettere mano alla “produzione” vera e propria. Per esempio con l’Intel Creative Lab: i partecipanti saranno aiutati a montare in diretta i loro materiali audio e video da cinque tecnici professionisti chiamati “angeli”. “Da questo laboratorio potrebbero nascere idee, spunti da utilizzare in altri contesti” sottolinea Liliana Farina, direttore creativo dell’iniziativa.
Quello di More than Zero è un esperimento di frontiera in Italia con radici profonde nella cultura di internet. Al festival parteciperà Joi Ito, uno dei fondatori del movimento Creative Commons che ha gettato le basi legali per la diffusione dei contenuti d’autore, dalle idee dei blog agli scatti dei fotografi amatoriali su Flickr. E parlerà anche Derrick De Kerckhove, attento analista di quel rapporto tra conoscenza e comunità online che ha dato vita, per esempio, all’enciclopedia libera Wikipedia.


“Per avere successo? Basta essere autetico e non temere niente. Non sai mai cosa può accadere”. Da “musicista” ignoto a superstar della Rete. Accade a Tay Zonday, giovane baritono americano incoronato da YouTube con uno dei migliori video del 2007. Zonday si è reso famoso su Internet con una canzone, Chocolate Rain, in cui lo si vede cantare per cinque minuti di fila un motivo musicale con titolo-tormentone. Una sequenza interminabile che gli è valsa l’attenzione dei più importanti network televisi americani e ora il premio più ambito della realtà virtuale: gli YouTube Video Awards 2007.
Assieme a Zonday, trionfatore assoluto della sezione “Musica”, altri undici video nominati dagli “internauti” si sono aggiudicati quello che molti ormai definiscono gli Oscar della Rete. Nella categoria “Politica”, tutti aspettavano l’affermazione di Obama Girl, un video formattato in stile Mtv nel quale Amber Lee Ettinger, ragazza afroamericana dalle forme generose, vanta i meriti del candidato democratico Barack Obama con una canzone cliccata oltre sette milioni di volte. E invece no. Gli adetti di YouTube sanno fare anche sul serio assegnando l’Award politico a Stop the Clash of Civilizations, un documentario prodotto da avaaz.org, un organismo impegnato nella lotta contro le discriminazioni e le violazioni dei diritti umani.
Il premio “Eyewitness” (video testimonianza) è stato assegnato a una coppia di turisti americani per le loro riprese effettuate in Sudafrica su una battaglia epica tra bufali, leoni e coccodrilli.
Tra gli altri premi, segnaliamo quello vinto da My name is Lisa nella categoria “Corotometraggio” e The Mysterious Ticking Noise del cineasta Neil Cicierega nella sezione “Commedia”.

Il 2008 (salvo colpi di scena) dovrebbe essere l’anno della pubblicazione di Chinese Democracy, il nuovo cd dei Guns N’ Roses, l’album più atteso della storia del rock. Il disco è frutto del lavoro di tredici anni in studio di registrazione di Axl Rose, il leader del gruppo, che dopo aver licenziato tutti i vecchi membri della band (incluso Slash), ne ha formata una totalmente nuova.
Axl vive come un recluso nella sua villa di Malibu dal 1993 e sulla sua vita circolano leggende paragonabili a quelle che raccontano di Jim Morrison ancora vivo in Africa. Così come da anni sulle canzoni del nuovo cd circolano voci misteriose e indiscrezioni senza controllo. La verità è che molti dei pezzi “segreti” sono stati suonati dai Guns nei due trionfali tour (con la nuova formazione) del 2002 e del 2006. Adesso si sa che molte di quelle canzoni che, al momento della loro esecuzione live erano un grande punto di domanda, faranno parte di Chinese Democracy. Eccole:
MADAGASCAR
La nuova November Rain, la più classica ballad alla Guns N’Roses.
Voto: 8
BETTER
Il primo singolo tratto da Chinese Democracy. Funzionerà alla grande
Voto 8
THERE WAS A TIME
Una delle più belle canzoni scritte da Axl. Evidentemente
autobiografica.
Voto 9
THE BLUES
Un pezzo quasi pop alla Elton John. Bellissima la linea melodica.
Voto 7
CATCHER IN THE RYE
Grandi giochi di voci e un ritornello che acchiappa.
Voto 6,5
CHINESE DEMOCRACY
Un brano hard rock di stampo classico senza infamia e senza lode.
Voto 6-